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Alias Domenica

Duomo e Torre di Pisa, le epigrafi parlano

Giulia Ammannati, "Menia mira vides. Il Duomo di Pisa: le epigrafi, il programma, la facciata", edizione Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali. Già agli occhi di Giorgio Vasari il complesso monumentale pisano offriva un corredo ineguagliabile di memorie «scritte»: qui vengono studiate, con un approccio multidisciplinare. In particolare viene rivelato che l’iscrizione murata all’interno della base della Torre pendente si riferisce a Bonanno Pisano "non" in chiave funeraria: è in realtà la firma dell’autore-architetto

Duomo di Pisa, particolare dell’abside del transetto

Duomo di Pisa, particolare dell’abside del transetto

Nel proemio delle Vite de’ più eccellenti pittori scultori e architettori – sensibilmente ampliato nell’edizione Giuntina (1568) rispetto alla precedente Torrentiniana (1550) – Giorgio Vasari delineava per la prima volta un profilo della storia dell’arte dall’epoca dell’imperatore Costantino fino a Cimabue. In questa premessa alle biografie degli artisti della prima età lo storiografo aretino individuava nella costruzione del Duomo di Pisa una manifestazione ineguagliabile del principio del miglioramento delle arti dopo il loro declino nei secoli antecedenti. Questo tempio cristiano offriva agli occhi dell’autore un corredo ragguardevole di memorie epigrafiche, capace di rimediare in modo esemplare alla consueta rarefazione di notizie sulle opere e sugli artefici appartenenti ai periodi più remoti. A queste epigrafi Giulia Ammannati, già autrice di un magistrale lavoro di decifrazione delle iscrizioni delle allegorie di Virtù e Vizi dipinte da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, dedica uno studio monografico: Menia mira vides Il Duomo di Pisa: le epigrafi, il programma, la facciata, prefazione di Gian Biagio Conte (Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, «Studia erudita», pp. 168, euro 34,00).
L’attenzione della studiosa si concentra specialmente sulle celebri iscrizioni visibili ai lati del portale sinistro della facciata. Avvalendosi di un approccio multidisciplinare che integra filologicamente la storia, la paleografia e la storia dell’arte, l’autrice indaga le dinamiche di allestimento dell’apparato epigrafico visibile sulla facciata del Duomo, il cui palinsesto appare il risultato di una rimodulazione intervenuta in corso d’opera durante l’elevazione del prospetto attuale.
Un sarcofago strigilato
All’estremità sinistra del fronte è montato il monumento funebre di Buscheto, architetto della Cattedrale morto probabilmente poco dopo il 1110, che inizialmente si pensò di collocare a una quota inferiore a quella sulla quale fu successivamente dislocato. La tomba è costituita da un sarcofago strigilato sormontato da un timpano triangolare; entro il fastigio e la cartella posta al centro del fronte del sarcofago è distribuito l’epitaffio contenente l’elogio del maestro. La sopraelevazione della sepoltura, determinata dal successivo concepimento delle due grandi epigrafi di facciata, fu accompagnata dall’interposizione tra il sarcofago e il timpano di una lastra sulla quale fu replicata parte dell’epitaffio, in modo tale da assicurare, anche dopo l’innalzamento, la leggibilità del testo. Al posto della tomba, in posizione privilegiata, fu sistemata l’epigrafe celebrativa delle vittorie militari ottenute dalla città di Pisa, che in virtù della potenza acquisita fondava nel 1063 la nuova Cattedrale, come illustra una seconda epigrafe gemella, collocata en pendant con la prima sulla destra del portale sinistro.
Questo programma di esposizione grafica, coerente e unitario, può essere datato – in consonanza con gli studi storici di Mauro Ronzani – a ridosso del Concilio celebrato nel Duomo pisano dal 30 maggio al 6 giugno del 1135 da papa Innocenzo II, come suggeriscono alcune puntuali allusioni alla situazione politica di quegli anni e come conferma l’esame paleografico delle iscrizioni. A questo orizzonte temporale può essere così finalmente agganciata la dibattuta cronologia delle fasi incipienti dell’erezione del prospetto.
Il capitolo conclusivo del volume è riservato alla Torre pendente del Duomo. Diversamente dalla Cattedrale, dal Battistero e dal Camposanto, della celebre Torre non era noto con certezza il nome dell’architetto che diede avvio alla sua costruzione nel 1173. La studiosa ha riesaminato un frammento epigrafico, inciso a rovescio su pietra, che fu ritrovato nel 1838 durante alcuni scavi intorno alla base del Campanile ed è attualmente murato al suo interno. Il reperto, sul quale è decifrabile il nome di Bonannus civis Pisanus, fu ritenuto in passato un residuo dell’iscrizione sepolcrale del maestro, autore delle perdute ante bronzee della porta principale del Duomo e di quelle della porta di San Ranieri, ricoverate nel Museo dell’Opera. L’acribia ecdotica di Giulia Ammannati ha permesso di stabilire invece che si tratta di una coppia di esametri e di ricostruire il testo in questa forma: «(Miri)ficu(m) qui certus opus co(ndens sta)tui unum, / Pisanus civis Bona(n)us nomine (dicor)» (Io che sicuro ho innalzato, fondandola, un’opera mirabile sopra ogni altra, sono il cittadino pisano chiamato Bonanno).
Dunque, l’iscrizione non ha carattere funerario, ma è chiaramente una ‘firma’: la firma di Bonanno al Campanile, come suggeriscono tanto il contesto archeologico di ritrovamento del frammento (alla base della Torre stessa) quanto il tono e il lessico elevato, che celebrano la bellezza dell’opera e ostentano l’autoconsapevolezza del maestro. L’iscrizione fu incisa a rovescio perché la lastra doveva servire come matrice lapidea per la fusione di una lamina in metallo, probabilmente in bronzo, sulla quale le lettere sarebbero emerse a rilievo.
Una sottoscrizione bronzea
La decisione di inserire una sottoscrizione bronzea sul paramento del campanile rivaleggiava con un precedente illustre, tuttora esposto nella medesima Piazza. Infatti, Rainaldo, probabile artefice dell’assetto della facciata del Duomo e capomaestro della taglia che eseguì la decorazione a tarsie policrome del prospetto, aveva celebrato la propria opera con una ‘firma’ incisa e intarsiata in una lastra lapidea, collocata in alto a destra dell’arcata della porta principale. Seguendo questo esempio, Bonanno scelse di sottoscriversi ricorrendo all’arte fusoria di cui era maestro, e che gli avrebbe garantito fama e commissioni di prim’ordine anche in terre lontane, come avvenne, per esempio, con la porta bronzea del Duomo di Monreale.
Tuttavia, a differenza di Rainaldo, Bonanno non dovette mettere mai in opera la sua firma: scoraggiato dall’imprevista inclinazione dei primi ordini del campanile e dalla sospensione dei lavori, egli abbandonò verosimilmente la matrice fra i materiali di cantiere ai piedi dell’opera, che fu proseguita e conclusa solo a distanza di diversi decenni mantenendo la sua pendenza. Il restauro di questa ‘firma’ lacunosa riabilita la notizia riferita nella Vita d’Arnolfo di Lapo architetto fiorentino da Giorgio Vasari, secondo il quale «Guglielmo (…) insieme con Bonanno scultore fondò in Pisa il campanile del Duomo».