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Cultura

Dove finisce la notte una misura della luce

Percorsi. Viaggi nel buio, tra memoir e saggi dentro e oltre la paura dell’oscurità. Un itinerario condotto attraverso le opere di autrici come Christiane Ritter, Sigri Sandberg e Nina Edwards. L’immaginario collettivo racconta anche il precipizio sul regno dei morti come spiega Carlo Ginzburg nella sua «Storia notturna»

Anish Kapoor (Macro di Roma 2016)

Anish Kapoor (Macro di Roma 2016)

«Solo ora mi rendo conto che la notte è appena cominciata e lentamente sento il coraggio che mi abbandona. Forse il sole non sorgerà mai più. Forse il buio ha conquistato tutto il mondo». A scrivere è Christiane Ritter, artista e illustratrice austriaca che nel 1934 si trasferì a Gråhuken, all’estremità settentrionale delle isole Svalbard, nel mar Glaciale Artico, raggiungendo il marito, Hermann, che si trovava lì per una spedizione scientifica con un compagno di caccia. Dell’anno trascorso in un capanno in mezzo ai ghiacci, immersa da sola per giorni nel buio senza fine, resta il memoir Una donna nella notte polare che scrisse al suo ritorno e che contiene, di tanto in tanto, tratteggi sparsi di microscopici dettagli, disegni minuti. Pubblicato per la prima volta a Berlino nel 1938 e poi tradotto in sette lingue – tra cui l’italiano, nell’edizione del 1953 ormai introvabile – il libro ancora disponibile nelle edizioni inglese, tedesca e francese è diventato a suo modo un classico della letteratura di viaggio, pur restando una storia non ancora tanto conosciuta da essere considerata famosa.

Forse il merito di Al buio di Sigri Sandberg (Rizzoli, pp. 208, euro 16, traduzione di F. Bazzanella e L. Cangemi) è proprio questo: riportare a galla un vissuto di cui si erano perse le tracce. È con le pagine di Ritter, infatti, che nel suo diario di cinque giorni a Finse, la giornalista norvegese, autrice di diversi saggi su natura e cambiamento climatico, intreccia una riflessione autobiografica sulla paura dell’oscurità. «Sapere che a livello astronomico il buio non esiste è fondamentale. È un fatto che mi rallegra» scrive Sandberg, che non è l’unica a essere partita tenendo stretto tra le mani un libro che a distanza di ottant’anni continua a far parlare di sé.

SULLE PAGINE dell’Independent, alla fine di febbraio, Lucy Jones ha raccontato di come le parole di Ritter siano state di forte ispirazione per il suo itinerario di ricerca nelle Svalbard poi confluito in Loosing Eden. Why our mind need the wild, appena pubblicato da Penguin nel Regno Unito. La ragione di questi segnali va rintracciata nella scrittura di Ritter, nella sua voce interiore capace di farsi sottile, così diversa dai toni performanti e di conquista che di solito animano i resoconti delle imprese estreme. La Christiane della notte polare non ha mete da raggiungere, né obiettivi da soddisfare. Non parte per un progetto proprio, si fida del desiderio di un altro che ama e dei suoi ripetuti inviti via posta: risalire l’Europa e andare a guardare con i propri occhi dove la notte finisce. È così che si ritrova avvinghiata ai contorni di un labirinto simbolico, un’avventura imprudente, che non aveva previsto. «Sui ritagli di carta mio marito calcola gradi e minuti per me, mi dimostra che il sole adesso è tanto vicino a noi quanto era distante il 9 dicembre. Ma io sono disperata. Tutte queste spiegazioni non fanno che parlarmi di quanto il sole sia lontano. Non c’è un filo di luce a testimonianza del fatto che si stia avvicinando, e nonostante siano già trascorsi settantotto giorni di buio, ce ne vorranno altri cinquantaquattro prima che il sole compaia per pochi istanti a sud dell’orizzonte».

La notte di Christiane diventa presto un sogno interminabile del giorno, dove i fiori, gli alberi, persino le persone assumono la forma di scintille piccole e sempre più lontane, fantasmi brillanti di un mondo di prima. E intanto «mentre l’inverno si allunga, una strana luce si diffonde davanti all’occhio interno, una visione remota eppure familiare» scrive Christiane. «È come se qui, in questo essere da un’altra parte, sviluppassimo una consapevolezza particolarmente acuta delle potenti leggi dello spirito, dell’imperscrutabile abisso che separa magnitudini umane e verità eterne».

SEMBRA una dimensione vicina a quella che Clara Gallini ha descritto nel suo trattato sul magnetismo dell’Ottocento italiano: non è un caso se proprio attraverso una cecità temporanea, durante le sedute, la paziente poteva accedere a «una sorta di occhio interno» che sapeva scrutare «gli abissi del proprio corpo e di quello altrui» – l’appello romantico del chiudi gli occhi e vedrai, che nella sonnambula si traduceva «nella realtà di un’esperienza vissuta fino in fondo». Se nell’immaginario collettivo il buio porta ancora i segni del sovrannaturale e del fantastico, di quel precipizio sul regno dei morti di cui ci ha parlato Carlo Ginzburg nella sua Storia notturna – tra cavalcate estatiche ed esseri mostruosi e neri «ora giganteschi ora piccolissimi» – il racconto di Ritter s’inoltra nei meandri della mente e ci svela qualcosa di prezioso sul rapporto che intratteniamo con l’assenza di luce e con tutto quello che rappresenta.

NEL LIBRO Storia del buio (Il Saggiatore, pp. 294, euro 27, traduzione di A. Ricci), la giornalista Nina Edwards prova a indagare questo nodo ponendo le basi per una storia culturale dell’oscurità in un tragitto ad ampio spettro di rimandi a zig zag tra arte e filosofia, fisica e psicanalisi, letteratura e biologia. Da William Shakespeare a Ursula Le Guin, passando per Joseph Conrad e Charlotte Brontë, Edwards arriva alla storia sociale del sonno di Roger Ekirch, agli scritti di Jung sull’ombra, agli studi di Martin Bureau sui buchi neri, fino all’invenzione del Vantablack, una sostanza applicabile alle superfici in grado di assorbire il 99,6% della luce, utilizzata per scopi militari e di recente anche artistici – come nel caso dello scultore Anish Kapoor, che ha voluto ricreare un ambiente tanto scuro da far perdere il senso dello spazio, del tempo, di sé.

Nel disperato tentativo di cavar fuori qualcosa da tale accumulo di conoscenza, l’autrice approda a un nocciolo di senso nell’inventario delle creature notturne a cui dedica il capitolo finale. È solo attraverso le lenti gialle dei pesci mesopelagici, davanti agli occhi velati delle talpe o al cospetto dell’orientamento magico dello scarabeo stercorario, che riusciamo a intravedere dove comincia il buio, e anche dove forse finisce. E se gli uccelli migratori a centinaia s’infilano disorientati nei coni sfolgoranti delle città, e i piccoli di tartaruga esposti al luccichio artificiale si confondono e prendono la direzione sbagliata, il buio finisce dove inizia la convinzione che la ragione è una landa illuminata. «Visto che gli esseri umani di solito non agiscono durante la notte, è facile dimenticare che il buio è un momento fondamentale per il buon funzionamento della natura» ricorda Edwards.

NEL LIBRO Evening’s empire, lo storico Craig Koslofsky ricostruisce bene come l’Europa moderna abbia in qualche modo addomesticato l’oscurità. Un processo che chiama di «notturnalizzazione», riferendosi alla continua espansione degli usi sociali e simbolici delle ore che seguono il tramonto. In effetti, è a partire dalla diffusione dell’illuminazione artificiale delle città che la notte ha smesso di rappresentare una manifestazione dell’inspiegabile, diventando un fatto. Almeno, per chi se lo può permettere. Ancora oggi, dai finestrini degli aerei di sera, si può guardare dall’alto la mappa di quello che per la ragione conta e di quello che invece non conta niente. Ma la linea discontinua che separa chi ha il diritto di esistere da chi forse non è mai esistito davvero dice poco sul destino dei nostri sguardi sovraesposti a flussi di coscienza sempre retroilluminati, a cui abbiamo consegnato le smanie dell’insonnia pur di avere in cambio un altro po’ di gloria.

D’ALTRA PARTE «non esercitare tutto il potere di cui si dispone vuol dire sopportare il vuoto» scriveva nei diari Simone Weil e «ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo». Tutto quello che rimane è un esercizio di visione, il tentativo di scampare la follia. Così è stato quello di Christiane Ritter, che ha conosciuto il suo involucro interno in fondo a un inghiottitoio sentimentale e geografico. «Forse non siamo stati normali per molto tempo» dice all’improvviso l’altro uomo, Karl, a un certo punto della storia. «Non possiamo giudicare noi stessi, siamo così abituati gli uni agli altri. Qualcuno dall’Europa, qualcuno su cui il sole splende regolarmente, potrebbe dircelo. Ma è improbabile che questo qualcuno arrivi proprio adesso». No, scrive Christiane, facendo della propria voce un tutt’uno con i pensieri degli altri «ci vorrà molto tempo prima che qualcuno venga, diciamo, e guardiamo oltre i vetri i muri bianchi di neve battuta. Dall’angolo superiore della finestra, dove il calore della stanza ha sciolto un po’ di neve, la notte nera ci guarda. Tutti i bordi della stanza sono bianchi e i chiodi alle pareti sono ricoperti di brina».