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Visioni

Dodici frammenti nel mito di Ercole

Berlinale 70. Nadia Ranocchi e David Zamagni registi di «Zeus Machine. L'invincibile»: «L’idea era di lavorare su qualcosa che potesse uscire dalla logiche della Storia. Un modo per sintonizzare la spinta a imbarcarci un progetto del genere con il tumulto del mondo»

Nadia Ranocchi e David Zamagni

Nadia Ranocchi e David Zamagni

Una bambina cattura due serpenti, dei ragazzi che fanno wrestling si allenano nella loro palestra, un uomo ubriaco si aggira in un supermercato e cerca stentatamente di conquistare l’uscita. Sono parte dei «frammenti» – in tutto dodici, come le celebri fatiche di Ercole – che compongono Zeus Machine. L’invincibile, il film che i Zapruder (Nadia Ranocchi e David Zamagni) presentano nella selezione di Forum alla Berlinale dopo l’anteprima a Milano a Filmmaker Festival. Frammenti di un film possibile e della figura mitica di Ercole, che con il loro lavoro i registi puntano a scomporre e a restituire nelle sue stratificazioni, all’interno però del mondo di oggi. «Nei secoli – spiega Zamagni – quella di Ercole è diventata una figura chiusa, e c’è un grande fraintendimento su cosa sia veramente: oggi viene visto come un’immagine di forza, bellezza, bontà. In realtà nella mitologia greca questa era solo una parte, Ercole aveva anche dei lati oscuri: ha sterminato la sua famiglia, è impazzito, ha ucciso il suo migliore amico».

Perché avete scelto di lavorare sulla figura di Ercole?

Nadia Ranocchi: Il progetto è nato dopo una lunga preparazione sull’idea delle «fatiche» e della complessità di affrontare il contemporaneo, la vita ai giorni d’oggi. Quindi abbiamo scelto un personaggio che esprimesse una grande energia, che corrisponde anche all’energia feroce che muove i nostri tempi nelle vicende individuali e collettive. Volevamo trovare un modo per amalgamare e sintonizzare la spinta a imbarcarci in un progetto del genere con il tumulto del mondo, nel suo essere da una parte tragico e dall’altra comico e grottesco.
David Zamagni: L’idea era di lavorare su qualcosa che potesse uscire dalle logiche della Storia, così abbiamo scelto il mito, che è sempre astorico, non ha un «corpo» reale. Il film è una grande mostra di reperti archeologici, di frammenti di Ercole nella modernità, anche quelli delle varie culture che ha attraversato. Con la consapevolezza di trovare degli oggetti incompiuti, totalmente frammentari: era impossibile pensare a Ercole come un tutt’uno, come a un discorso «tondo», senza pieghe, ombre. Così abbiamo scelto la frammentarietà: 12 «episodi» incastonati uno nell’altro, un unico discorso incarnato da vari personaggi. Non c’è nessuna figura che attraversa il film dall’inizio alla fine se non Ercole stesso – ma Ercole non esiste.

E come nascono i 12 frammenti che compongono il film?

NR: In un certo senso si tratta di 12 film che condividono un nucleo comune, con altrettanti possibili interpreti di Ercole. La molteplicità dei linguaggi e di stili cinematografici che li compongono corrisponde all’idea di una struttura pulviscolare, che è anche la nostra memoria come individui, l’insieme delle nostre relazioni, il nostro modo di portare avanti nell’arco di una sola giornata una molteplicità di personaggi e anche di film. Una moltitudine di film possibili che si interrompono e lasciano spazio a un’altra tappa del percorso.
DZ: Quello di Zeus Machine è un movimento con delle interruzioni, come quello del cinema stesso. Trovavamo quindi che questo fosse adeguato al medium che stavamo utilizzando. Nessun personaggio ha una storia prima o dopo la sequenza: sono tutti incastrati in una dimensione temporale che è quella della ripresa, figure bidimensionali che si possono distribuire nel film come una scrittura. In Zeus Machine sono assenti quasi del tutto i dialoghi, ma il lavoro sul suono è molto importante e rimanda spesso al fuoricampo: a una continuazione possibile della storia.
NR: Il suono fuoricampo ci ricorda che, indipendentemente dalla nostra intenzione di girare dei frammenti che proseguono solo fino a un certo punto, quei film vanno avanti lo stesso. Il suono consente inoltre di creare l’ambiente in cui si innesta il percorso dei performer. Il mito è refrattario a qualunque interpretazione, anche per questo ci sono poche parole: la sua natura è quella dell’immagine. È anche parte della nostra indole allontanare il più possibile il chiacchiericcio del personaggio per far emergere ciò che gli sta intorno e che determina, più di quello che l’attore sta per dire, la direzione in cui è destinato ad andare.