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Editoriale

Disgelo tra Usa e Cuba, giochi da cortile

Fine della guerra fredda. Perché è in «discesa» la normalizzazione dei rapporti di Washington con L’Avana. Il Neo-Impero sente l’urgenza di sicurezza in casa, pronto a cimenti azzardati in teatri lontani, come la Cina

Barack Obama

Quando si traccerà un bilancio della sua amministrazione, forse gli storici concluderanno che Barack Obama ha avuto un maggior senso politico con i «nemici» che con gli alleati e gli interlocutori istituzionali.

Dopo l’accordo sul nucleare con l’Iran, il presidente americano ha messo a segno un altro colpo con Cuba.
La scena americana lo ispira più delle faide del Grande Medio Oriente?

Eppure l’islam era stato la sua prima grande sfida, con un’apertura che gli aveva meritato il pur precipitoso Nobel per la Pace nel 2009.

Quando gestisce il nuovo corso con l’isola dei Castro, anche visivamente Obama ritrova il suo bel colore nero che pare stingersi quando tuona contro Putin o affronta con il solito ricorso alla guerra le crisi geopolitiche ereditate da Bush junior.

L’America centrale è per definizione il «cortile di casa» degli Usa. Ma è proprio negli spazi in cui si è a lungo spadroneggiato che possono rivelarsi, in un’altra era, le insidie maggiori. L’interferenza come prassi abituale va riorientata verso una politica alla pari che di per sé le grandi potenze fanno fatica a praticare.

Non si può dire che il Vertice delle Americhe a Panama sia stato tutto in discesa. Obama ha scontato con la freddezza della platea le accuse lanciate al Venezuela, su cui potrebbe spostarsi il bloqueo che sarà levato prima o poi nei confronti di Cuba. Tutti i passaggi esecutivi della distensione con Cuba (come, del resto, per l’intesa con l’Iran) devono essere sottoposti al vaglio di un Congresso tanto più ostile a Obama quanto più si avvicinano le elezioni presidenziali del 2016. La stessa Hillary Clinton potrebbe usare l’argomento per coprirsi ulteriormente a destra.

Il primo spiraglio per la riammissione di Cuba nella grande famiglia americana si era aperto nella riunione dell’Organizzazione degli stati americani (Osa o Oea) nel giugno 2009 a San Pedro Sula (Honduras). Lo stesso periodo del discorso del neo-presidente al Cairo. La risoluzione presa nel 1962 contro Cuba venne ritirata. Era un risultato non secondario del New Beginning di Barack Obama, che aveva abbandonato i toni bellicisti del suo predecessore.

Come tutta risposta, il governo cubano lasciò intendere, a distanza, di non avere fretta di rientrare in un organismo considerato il «cavallo di Troia» dei gringos. Ciò nonostante, Fidel, malato ma ancora in sella, parlò su Granma di un giorno «che sarà ricordato dalle generazioni future». L’Organizzazione degli stati americani è il prodotto del Trattato di Rio del 1947. Il pan-americanismo ha incluso al suo interno la potenza egemone trovando automaticamente alloggio nelle alleanze della guerra fredda anti-Urss e a presidio degli interessi anche strategici degli Stati Uniti. Cuba dopo la rivoluzione ne aveva subito tutte le peggiori conseguenze.

L’ala radicale del subcontinente ha cercato negli ultimi anni di proporre qualcosa (una organizzazione, un’unione doganale, una banca) capace di andare oltre l’Oea per liberarsi dall’ingombrante fratello del Nord. Il fine dovrebbe dare rappresentanza a quel poco o tanto di Sud globale che si muove in America latina.

Il Brasile, che in America tradizionalmente coltiva un rapporto speciale con gli Usa per distinguersi dalla coalizione ispanofona, ha perseguito con Lula e Rousseff una politica fuori degli schemi precostituiti attraverso organismi come i Brics e l’Ibsa. Se mai, l’iniziativa del Brasile è menomata dalla crisi economica e dallo scandalo di Petrobras, uno degli strumenti più importanti dell’espansione di Brasilia per esempio in Africa.

Nell’età dell’oro del terzomondismo l’America latina non aveva vere occasioni di solidarietà con il blocco afro-asiatico se non sui temi dell’economia grazie alla scuola sviluppista della Cepal di Raul Prebish. La Cuba di Castro aderì come membro attivo al non-allineamento ma tendeva a spingerlo verso l’alleanza «naturale» con l’Unione Sovietica da cui Tito si dissociò in nome dell’equidistanza anche nella sua ultima apparizione alle Conferenza dei paesi non-allineati nel 1979 proprio all’Avana.

La sovraesposizione in paesi lontani, fra Iraq e Afghanistan, ha ridotto oggettivamente la presa di Washington sull’America latina. Lo si capisce dai tanti governi schierati a sinistra fioriti negli ultimi anni, che hanno ovviamente riallacciato i rapporti con Cuba. Mentre le forze di sinistra in Europa hanno cancellato ogni riferimento al socialismo, se non qualche volta nella denominazione dei partiti, Chávez nel 2005 lanciò la parola d’ordine del «socialismo del XXI secolo». Il suo esempio è stato seguito da Evo Morales in Bolivia e da Rafael Correa in Ecuador.

Morales ha abrogato lo stato coloniale in atto de facto dal 1825 edificando lo stato nazionale su base plurietnica, democratica e solidale A cominciare dal Venezuela, le stelle più aggressive si sono appannate. Anche la Bolivia ha perduto il suo slancio ed è venuta a patti sulla difesa dell’ambiente. Paesi come il Brasile, l’Argentina, il Cile e l’Uruguay si sono spinti però verso prospettive che altrove – magari con l’euro al posto del dollaro – verrebbero giudicate pericolose. Le nuove Costituzioni dell’America latina riconoscono formalmente i diritti umani della terza o quarta generazione come l’accesso all’acqua e la pluri-nazionalità con autonomia dei popoli indigeni.

La motivazione più esplicita della normalizzazione con Cuba che Obama ha citato intrattenendosi con Raul Castro a Panama è la fine della guerra fredda.

Di per sé non è una spiegazione convincente se si pensa alla «cortina» fatta calare dalla Casa Bianca non a Stettino, come disse Churchill nel 1946 a Fulton, ma addirittura a Kiev. La novità potrebbe essere allora meno sconvolgente. Anche per la pressione delle multinazionali, dei capitali dei gusanos che scalpitano dalla Florida e dei turisti virtuali, la détente nelle intenzioni degli Stati Uniti «premia» Cuba non per i suoi successi ma perché non ha più la forza e la capacità di attrazione dei primi anni Sessanta. Il Neo-Impero sente l’urgenza di essere sicuro in casa mentre si prepara a cimenti azzardati in teatri lontani che arrivano di fatto alla Cina.