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Disco Polo, l’arte del kitsch

Una mostra a Varsavia ha riportato alla luce il fenomeno musicale nato in Polonia subito dopo la caduta del regime comunista

I Bayer Full

I Bayer Full

La parodia a volte può avere effetti indesiderati. È successo al compositore montenegrino Rambo Amadeus quando ha utilizzato il termine «turbofolk» per definire sul finire degli anni Ottanta le sue composizioni fatte di melodie facili e pseudo folk. A volte un atteggiamento «camp» può finire per rivolgersi contro chi lo pratica. Nessuno avrebbe scommesso che Rambo Amadeus avrebbe involontariamente contribuito a diffondere un genere musicale ancora oggi popolare nei paesi della ex Jugoslavia. È accaduto lo stesso in Polonia nel 1991 con il tormentone Mydelko Fa cantato da Marek Kondrat e Marlena Drozdowska che doveva essere un pastiche musicale fatto con gli avanzi di quella che veniva allora chiamata in patria con intento vagamente denigratorio «muzyka chodnikowa», ossia musica da marciapiede.
La mostra Disco Relaks al Museo Etnografico di Varsavia, chiusasi lo scorso primo marzo, ha raccontato attraverso copertine di dischi, riviste e contributi video la nascita di quel fenomeno musicale che sarà ribattezzato in seguito Disco Polo. Il titolo della canzone e dell’omonimo album, rinnegato poi dal duo Kondrat-Drozdowska, fa il verso agli spot kitsch e pieni di nudità dei saponi prodotti dalla Fa, marchio tedesco di cosmetici, che venivano mandati in onda in Polonia dopo la caduta del muro di Berlino. Oltre alla soap opera che ha funzionato un po’ ovunque nel mondo, in Polonia c’è stata anche una «soap music» fatta di mille bolle blu e speculazioni a breve termine da parte di artisti e produttori di provincia. Blu come Blue Star, il nome scelto dall’ex calciatore Slawomir Skreta per la sua etichetta discografica che lancia artisti come la diva Shazza, i Fanatic e produce band come i Bayer Full che si erano già fatti le ossa a matrimoni e feste di paese nel decennio precedente. Molti degli esponenti del genere come i Brutal provengono dalla Poldlachia, una regione nel profondo nordest del paese. Il loro sound post-punk fa pensare ai New Order e non ai pezzi più disco dei Ricchi e Poveri che continuano invece ancora oggi a godere di estrema popolarità in Polonia.
ARTISTI DI STRADA
Originario del distretto di Pruszków nei dintorni di Varsavia, Skreta è stato anche il primo a utilizzare il termine disco polo per evitare che i protetti della sua scuderia venissero considerati degli «artisti di strada». Eppure è soprattutto sui marciapiedi e nei bazar che le persone fanno affari in Polonia negli anni della transizione al capitalismo. È stato un periodo caratterizzato da una fede spasmodica nell’idea che il benessere fosse lì a portata di mano, nascosto dietro l’angolo degli anni Novanta. Ma l’euforia iniziale dei polacchi era destinata a scemare progressivamente con il trascorrere del decennio. E’ in questo contesto sociale che la disco polo, caratterizzata da testi ingenui e ritmi capaci di far ballare tutte le generazioni, attecchisce e conquista anche Varsavia. Nel 1992 si parla ancora di muzyka chodnikowa quando il Palazzo della Cultura e della Scienza, uno degli edifici simbolo della capitale polacca, ospita un «galà della musica popolare e da marciapiede». Ma buona parte dell’inteligencja locale storce il naso. Ad esempio per il critico cinematografico Tadeusz Sobolewski si tratta del peggior prodotto della cultura di massa in Polonia. Secondo Sobolewski la disco polo è incapace di veicolare qualsiasi desiderio di libertà in un periodo in cui il benessere viene presentato come un fatto compiunto e non più un’utopia capace di ispirare gli artisti.
Intanto in quegli anni di inflazione poco controllabile e di speranze disattese la pirateria prosperava sui cigli delle strade. Le copie delle incisioni delle prime star del genere ottengono un successo insperato sulle bancarelle. Lo stesso Skreta era stato titolare di un deposito di musicassette prima di trovare l’eldorado sulla Vistola con la Blue Star. La mafia di Pruszków e gli «scissionisti» di Wolomin fiutano l’affare finendo ben presto per controllare il 70% delle vendite del settore. I musicisti disco polo, in modo non del tutto dissimile dai neomelodici nostrani, vivono di esibizioni private a banchetti nuziali, battesimi e anniversari ma anche di partecipazioni a eventi pubblici.
All’inizio degli anni Novanta era rientrato in Polonia anche il cantante slesiano Krzysztof Krawczyk in esilio da molti anni negli Stati Uniti anche per ripulirsi dalla droga e dall’alcol. Krawczyk va a pescare nel suono dell’italo disco per i suoi nuovi singoli. Il risultato non è molto diverso dalle produzioni di Skreta. In molti intravedono il potenziale di un genere musicale allora sulla cresta dell’onda. Nel 1995 il comitato elettorale di Aleksander «Olek» Kwasniewski, politico socialista dell’Alleanza della Sinistra Democratica (Sld), si rivolge alla band varsaviana Top One per una canzone che possa promuovere la sua candidatura alle elezioni presidenziali. Ed è anche grazie a Ole Olek! che il politico riesce quell’anno a conquistare il palazzo del Belweder alle urne. Nel documentario sulla disco polo Bara Bara (1995) Slawomir Swierzynski, leader dei Bayer Full, ha confessato di essere stato contattato una volta da Lech Walesa per rilanciare la carriera politica del leggendario sindacalista di Solidarnosc.
REVIVAL
Ancora oggi la disco polo rientra spesso nell’offerta di panem et circenses messa sul piatto dai politici locali, anche se in misura minore in rispetto al passato. Lo è in quella dei ruralisti del Partito popolare polacco (Psl) di cui Swierzynski ha avuto la tessera e anche del partito della destra populista di Diritto e giustizia (PiS), attualmente al potere in Polonia. 15 anni fa Wojciech Orlinski in un articolo intitolato La morte della disco polo, apparso sul quotidiano Gazeta Wyborcza, aveva decretato con troppo anticipo la morte di un genere destinato ad essere spazzato via dall’hip hop. Ma nell’ultimo decennio la disco polo è stata oggetto di un revival mediatico. Il programma televisivo Disco Relax condotto dall’ex Toy Boys, Tomasz Samborski viene rispolverato nel 2012 dopo essere rimasto in soffitta dieci anni. Lo stesso anno c’è anche la romana Marzia Gaggioli, tutt’ora poco conosciuta in Italia, che con la sua pronuncia non perfetta, sbarca il lunario a Varsavia grazie al singolo in polacco Jestem Tutaj. Il suo legame con i fan in Polonia è così forte che cinque anni dopo la Gaggioli tenterà invano di rappresentare la patria dei suoi fan all’Eurovision Song Contest.
La disco polo finisce addirittura sul grande schermo. Ci pensa Maciej Bochniak che dapprima realizza il documentario One Billion Happy People (2011) dedicato alla tournée cinese dei Bayer Full e in seguito Disco Polo (2015), film di finzione in cui l’istrionico Tomasz Kot interpreta il ruolo di un baffuto produttore musicale ispirato alla figura di Skreta. Oggi come nel 1996 almeno il 40% dei polacchi dichiara di apprezzare la disco polo, in città come in campagna, e soprattutto tra quelli che non hanno scelto studi umanistici. Ce lo dice un sondaggio condotto due anni fa dal Cbos in cui il genere si è piazzato dietro al pop ma davanti al rock in termini di popolarità. La sempreverde disco polo con il suo armamentario kitsch è forse la testimonianza di una pulsione anti-intellettuale e di una sana voglia di leggerezza che restano ancora oggi dure a morire in Polonia.


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