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Editoriale

Disciplina parlamentare

È l’ultima frontiera delle larghe intese: la denuncia in procura delle (poche) opposizioni. Nove senatori, rappresentanti di tutto l’arco politico che va da Forza Italia al Pd, si sono rivolti alla procura della Repubblica di Roma contro gli atti di ostruzionismo parlamentare dei loro colleghi grillini. Un atto inconcepibile eppure non estraneo al conformismo dilagante. Bene ha fatto il presidente del senato a fermare i magistrati, che a fermarsi da soli non avevano pensato. Ma è uno stop che arriva in ritardo, visto che l’iniziativa è partita dal senato e alcuni senatori sono stati già coinvolti negli atti di indagine.

L’ostruzionismo è ormai prassi quotidiana dei 5 Stelle nelle aule parlamentari. L’attivismo di deputati e senatori grillini si misura in urla e aggressioni verbali, in qualche caso anche subite. Su twitter come sui giornali si scrive più del gesto ostruzionista che del provvedimento che si voleva ostruire. C’è un autocompiacimento dell’oppositore d’aula – il tipo che parla con i cartelli esposti ai fotografi – ed è insopportabile. Ma troppo spesso è l’unico spazio che governo e maggioranza lasciano alle opposizioni. L’ultima vicenda si riferisce all’opposizione «fisica» dei senatori grillini contro lo Sblocca Italia. Un decreto convertito con la fiducia, uno dei tanti. Nel silenzio degli arbitri, Quirinale e presidenti delle camere, urlano le minoranze.

Urlano e si agitano anche perché da tempo i regolamenti parlamentari impediscono ogni altro tipo di ostruzionismo. I limiti rigidi ai tempi di parola generano risse. E fanno rimpiangere gli anni in cui chi voleva bloccare la maggioranza doveva essere capace di parlare per ore (il record è 18 di fila) senza leggere e senza interrompersi. Accade invece il contrario: le riforme del regolamento e della Costituzione che vengono proposte spalancheranno ancora di più le porte del parlamento all’esecutivo, che potrà imporre all’aula di votare entro una data certa. Il ricorso alla questione di fiducia sarà addirittura incentivato, visto che diventerà lo strumento per far cadere tutti gli ordini del giorno, l’ultima arma degli oppositori.

Già adesso «tagliole», «canguri» e «sedute fiume» vengono usati per scardinare le regole del dibattito parlamentare, senza suscitare l’indignazione pubblica riservata agli ostruzionisti. In molti casi recenti abbiamo assistito a precise violazioni di leggi e regolamenti, e non ci sono state denunciate in procura. Giusto: ora che sono finiti dalla parte dei denunciati, i grillini possono riflettere sulla eccessiva fiducia nell’intervento dei giudici.
L’assurdo è che stavolta siano stati direttamente i senatori, anche qualcuno che si definisce garantista, a dissotterrare un vecchio reato contro la personalità dello stato, l’attentato contro gli organi costituzionali – già ridimensionato assieme ad altri reati di opinione – per mettere sotto scacco l’attività parlamentare. Quel reato richiamato contro i generali depistatori di Ustica o evocato dal Berlusconi degli anni ruggenti contro il pool Mani Pulite: storie ormai affidate alla fiction.

Sbagliato anche il richiamo che uno dei senatori denuncianti ha fatto al tentato golpe spagnolo dell’81: «Dobbiamo aspettare che arrivi in parlamento il colonnello Tejero?», ha detto per giustificare il ricorso in procura. Ha dimenticato, il senatore, che quel pronunciamiento, anche quello, serviva a riportare l’ordine in aula.