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Editoriale

Depenalizzare cannabis e immigrazione

In carcere c’è più spazio grazie alle riforme seguite alla sentenza di condanna della Corte Europea risalente a due anni fa nel caso Torreggiani. C’è stato un calo significativo della popolazione detenuta e sono state date direttive per rendere più normali e dunque meno vessatorie e umilianti le condizioni di vita interna. Non è facile capire cosa accadrà nell’immediato futuro.

Tutte le strade sono ancora percorribili. Quella che noi auspicheremmo è quella della depenalizzazione, della decarcerizzazione e dell’umanizzazione. Due esempi per tutti.

È necessario che in materia di droghe si segua il nuovo modello statunitense e si opti decisamente per la legalizzazione della cannabis e la decriminalizzazione della vita dei consumatori.

Il quadro internazionale non è ostile. Gli investigatori nostrani lo auspicano. Sarebbe una scelta di efficienza e libertà. Invece noi siamo ancora a tartagliare in chiave resistenziale di fronte alle fronde punitive capeggiate da Gasparri e Giovanardi.

Un secondo esempio è dato dalle norme in materia di immigrazione. Anche qui avremmo bisogno di un radicale cambio di paradigma nelle scelte legislative al fine di rendere agevole l’acquisizione e la conservazione del titolo di soggiorno nel nostro Paese sulla sola base del riconoscimento del percorso di vita del singolo individuo. L’ingresso o la permanenza irregolari non costituiscono oggi più reato ma centinaia di migliaia di persone vivono in circuiti forzosamente illegali dove è facile che si opti per la via breve del reato.

Le due questioni – droghe e immigrazione – sono fra loro connesse in modo profondo. Se agissimo contemporaneamente in chiave anti-proibizionista su entrambi i fronti ne beneficerebbe il nostro sistema della giustizia finalmente libero nel potersi concentrare sui reali bisogni di sicurezza del Paese.

Ovviamente all’orizzonte è sempre forte il rischio che invece si torni a perseguire la strada del securitarismo e dell’emergenzialismo penale, strada che inevitabilmente porterebbe a riempire nuovamente le patrie galere. Anche in questo propongo due esempi.

In primo luogo quando si annunciano norme più severe e pene più alte per i furti in appartamento solo perché statisticamente in crescita, pur riconoscendo che tutti gli altri delitti decrescono, si commette un grave errore concettuale. Il diritto penale deve essere sempre quello, non deve cambiare a ogni rilevazione Istat. Altrimenti se diminuiscono gli stupri dovremmo poi ridurre le pene relative.

In secondo luogo non è convincente la discussione intorno all’aumento dei tempi di prescrizione a partire dalle note vicende di corruzione, anche in questo caso sull’onda dell’emergenza (qui è ridicolo parlare di emergenza visto quanto accaduto negli ultimi quarant’anni). La prevenzione della corruzione non avviene allungando i tempi di prescrizione anche per tutti gli altri reati, oltre che per quelli di concussione e corruzione.

Così si arriva a sostenere che sia normale essere condannati a vent’anni dal fatto commesso, anche se si tratta di un reato in violazione della legge sulle droghe o di un furto. È indecente passare un quarto della propria vita in attesa di una sentenza di condanna. C’è chi invece in Italia non rischia mai alcuna condanna. Si tratta della figura criminale del torturatore.

In Italia manca il delitto di tortura nel codice penale nonostante gli obblighi internazionali assunti. Nei prossimi giorni riparte il dibattito in Aula alla Camera. Speriamo che non si perda o prenda ancora tempo.

L’autore è presidente di Antigone