Con ben cinque mesi di ritardo ieri pomeriggio ha visto finalmente la luce il decreto del consiglio dei ministri che istituisce l’Ape volontario. Renzi ne parlava come cosa fatta ad aprile, il suo consulente Marco Leonardi ne rivendicava la preparazione da Pasqua. Ieri l’ha firmato Gentiloni. Nel mentre però i tassi di interesse di riferimento per ripagare il prestito – di questo si tratta – sono aumentati del trenta per cento: il cosiddetto anticipo pensionistico infatti verrà restituito in 20 anni, ossia in 260 rate, mediante una trattenuta effettuata dall’Inps sull’assegno futuro (compresa la tredicesima). Questa misura, prevista dalla scorsa legge di stabilità, viene riconosciuta in via sperimentale dal primo maggio 2017 al 31 dicembre 2018 e sarà erogata per dodici mensilità l’anno (senza tredicesima).
La disinformazione del governo ha già fatto partire la gran cassa di totali bugie per festeggiare la possibilità data ai 63enni di andare in pensione in anticipo. La realtà è molto più cruda: non si tratta di un anticipo pensionistico ma di un prestito bancario a tassi – a causa dei ritardi – anche parecchio alti (3,5 annuo invece del 2,5 previsto) che assieme ai costi della polizza stipulata con un’assicurazione necessaria per coprire i costi di premorienza del pensionando portano ad un costo annuale di oltre il 5 per cento che equivalgono ad un taglio dell’assegno – per chi chiederà tre anni di anticipo – vicino al 20 per cento.
Lasciando da parte le accuse dei tecnici del ministero del Lavoro ai consulenti economici di palazzo Chigi sul «decreto scritto con i piedi», prima di poter fare domanda – retroattiva al primo maggio – i lavoratori dovranno attendere altri mesi per l’ulteriore passaggio alla Corte dei conti e la stipula delle convenzioni necessarie con banche (Abi) e assicurazioni (Ania) per avere tutti i dati per una scelta che appare già come un furto che ingrasserà solo banche e assicurazioni e che si potranno permettere solo i ricchi.
Il decreto firmato ieri da Gentiloni contiene in più ulteriori trappole finora non previste. Innanzitutto una sorta di tassa sull’adeguamento dell’età pensionabile. Se – come scontato – il governo non seguirà la richiesta dei sindacati e di un fronte bipartisan in Parlamento di bloccare lo scalino da 5 mesi che dal primo gennaio 2019 porterà l’età pensionabile da 66 anni e 7 mesi a 67 anni, il costo del prestito aumenterà. Sarà il pensionando a scegliere subito se far durare il prestito fino al momento in cui è previsto attualmente il pensionamento o se comprendere anche l’aumento dell’età pensionabile: in questo secondo caso la rata da ripagare sarà di conseguenza più alta.
A conferma poi che gran parte dei pensionandi è escluso da questo provvedimento arriva la fissazione dei criteri per l’erogazione. Rispettando una norma già contenuta nella scorsa finanziaria, la pensione al netto della rata non potrà essere inferiore a 1,4 volte il trattamento minino e cioè 770 euro. Considerando che nel 2016 ben 6 milioni di pensionati non arrivavano ai 1.000 euro, una rapida proporzione porta a sostenere che circa il 30 per cento dei pensionandi non potrà chiedere l’anticipo.
Altra norma balzello riguarda i lavoratori che stanno pagando mutui o prestiti. Il decreto prevede che se il richiedente ha altri debiti in corso con le banche, l’esposizione comprensiva della rata dell’Ape non possa superare il 30 per cento dell’assegno.
L’importo minimo richiedibile sarà di 150 euro mensile mentre l’importo massimo è legato alla durata dell’Ape: se l’anticipo è superiore a 3 anni (fino a 3 anni e 7 mesi), si potrà chiedere fino al 75 per cento della pensione; se è compreso tra 24 e 36 mesi la percentuale sale all’80 per cento; tra 12 e 24 mesi si arriva all’85 per cento e se è per meno di 12 mesi si arriva al 90 per cento.
Unica buona notizia: l’abbattimento fiscale del 50 per cento tanto degli interessi quanto dei premi. Possibilità che riduce molto limitatamente i costi totali di un provvedimento destinato ad essere un flop.
Le polemiche sono già partite. Se su twitter – unica del governo – Maria Elena Boschi ha scritto: «Tanti cittadini potranno andare in pensione prima grazie all’Ape volontaria», le risponde il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli: «Non si tratta di un anticipo ma di un prestito bancario oneroso per i lavoratori, che dovrà essere restituito per intero con tanto di costi per interessi e garanzie assicurative», ed «è tutt’altro che operativo».