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Editoriale

De Benedetti, un insospettabile salviniano

Otto e mezzo. l fatto più curioso è che De Benedetti si è poi dichiarato molto contento della nomina di Paolo Gentiloni a Commissario europeo agli Affari economici e monetari, dimenticando però che questa nomina è proprio conseguenza della nascita del governo giallo-rosso

«Bisognava andare alle elezioni». Zingaretti? «Povero Zingaretti, ci sono state talmente tante pressioni, dal Vaticano, da Francoforte, da Berlino e dall’Ambasciata americana». Conte? «A Conte va il premio del trasformismo». Il governo? «Finirà quando lo deciderà Renzi» …Salvini ormai è un orologio rotto, con la lancetta che batte sempre sugli stessi slogan.

Già. Ma questi concetti li ha sostenuti anche il «patron» del Gruppo Espresso, Carlo De Benedetti. Perché ha detto le stesse, identiche battute delle destre che da due settimane fanno propaganda politica con quelle frasi, in tv, in Parlamento, nelle piazze. E naturalmente è stato usato dalle opposizioni come pietra da scagliare contro il governo appena nato in Parlamento («perfino De Benedetti…»).

L’ingegnere esprime senza remore una posizione che lo accomuna anche al 5S Paragone, al piddino Calenda, per citare quelle perle che prima si riconoscevano nei partiti dell’attuale governo. Però c’è una forte stonatura sulla legittimità istituzionale della nuova alleanza. E un uomo come lui, che conosce la storia della Repubblica, sa bene che nell’alveo parlamentare ogni maggioranza è legittima se si hanno i numeri.

Il fatto più curioso è che De Benedetti si è poi dichiarato molto contento della nomina di Paolo Gentiloni a Commissario europeo agli Affari economici e monetari, dimenticando però che questa nomina è proprio conseguenza della nascita del governo giallo-rosso.

Così come ha dimenticato che la passata compagine ha fatto perdere alle casse del Paese oltre 20 miliardi di euro solo nei mesi recenti.

Forse la conduttrice del programma, Lilli Gruber, avrebbe potuto far presente le contraddizioni del ragionamento di De Benedetti. Anche per scacciare l’impressione che la puntata di esordio di lunedì di «Otto e mezzo» – nel giorno del voto di fiducia a Conte – sia stata una una scelta, da editore (La7) a editore (la Repubblica).

Il finale nei confronti di un ex direttore del «suo» giornale, Mario Calabresi («meno male che non c’è più»), è stata una cattiveria. L’ingegnere poteva tessere le lodi dell’attuale direttore – e della linea del quotidiano – senza infierire su quello precedente. Una inutile caduta di stile.

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