Dopo l’apertura degli archivi vaticani fino al 1958, data di morte di Pio XII – apertura voluta da papa Francesco e resa disponibile dal 2 marzo 2020 –, gli ultimi mesi sono stati importanti per ricostruire in modo nuovo la biografia di papa Pacelli: in particolare, sono stati resi noti diversi documenti inediti, soprattutto per quanto riguarda l’attività e i «silenzi» della Santa Sede (e di Pio XII) nel periodo della Shoah. Ma non c’è stata solo la discussione (talvolta anche molto dura) sul periodo tragico della Seconda guerra mondiale e dello sterminio degli ebrei: pian piano, la Chiesa sta procedendo anche in altri ambiti della sua documentazione storica. In particolare, l’Archivio Apostolico Vaticano, guidato dal prefetto mons. Sergio Pagano, prosegue nella pubblicazione di nuovi inventari analitici, dai quali emergono importanti documenti fin qui non noti.

Insieme al volume Le “carte” di Pio XII oltre il mito, inventario introdotto e curato da Giovanni Coco – che riguarda tutte le carte personali del papa disponibili presso l’Archivio (discorsi con le minute, addirittura più di 930 in tutto, e poi gli interventi del pontefice in un mare di questioni e di fascicoli) – è uscito recentemente il terzo tomo dell’inventario delle carte della Nunziatura in Italia, in particolare negli ultimi cinque anni, fino al 1958: L’archivio della Nunziatura Apostolica in Italia. III (1953-1958) Inventario, a cura di Giovanni Castaldo (Archivio Apostolico Vaticano, pp. XXI-507, euro 45,00). E anche questo, a leggerlo con attenzione, contiene diverse novità, che pongono persino dei problemi rispetto ai documenti di Pio XII che già si conoscevano.

Il Nunzio del periodo era mons. Giuseppe Fietta, nominato il 26 gennaio 1953 e rimasto tale fino alla morte di Pio XII; poi venne creato cardinale da Giovanni XXIII nel dicembre ’58. Era un vero diplomatico di professione, in passato a capo di diverse Nunziature in America Latina. Ma l’Italia era un luogo a sé: prima di tutto, ovviamente, perché era accanto alla Santa Sede. Poi perché aveva perso la guerra e aveva cambiato completamente regime, passando dal fascismo alla democrazia. E al suo interno c’era un partito comunista che via via cresceva, con la durissima opposizione della Santa Sede e del Papa: i quali, invece, appoggiavano la nuova Democrazia Cristiana di De Gasperi. Ma con un certo numero di difficoltà; e perfino, talvolta, di ostilità, come nel caso dello scontro tra De Gasperi e don Sturzo nell’aprile del 1952 sulle elezioni nel comune di Roma, dove il Papa era favorevole all’ipotesi di un’alleanza con il partito neofascista, il Msi.

Vari problemi si vedono anche nel fondo della Nunziatura. Un dato però colpisce: le tante volte in cui quella Nunziatura, che aveva un rapporto diretto con la Segreteria di Stato, si riferì ai rapporti dei servizi segreti italiani, il Sifar, che evidentemente riceveva. Si sono contati almeno dieci riferimenti, e forse furono di più. Colpisce per esempio che Giovanni De Lorenzo, dal dicembre del 1955 a capo del servizio (e poi com’è noto, celebre molto più tardi per il suo intervento nel «piano Solo»), nel novembre ’56 abbia ricevuto dalla Nunziatura la raccomandazione riguardante la famiglia di un carabiniere perché fosse spostato in Veneto, «anziché a Roma» (pp. 366-367). Due documenti del Sifar in questo fondo riguardarono invece il Partito comunista e quello socialista, notizie su alcuni loro importanti congressi. Forse il Sifar li distribuì anche a qualche partito italiano: ma colpisce che siano stati inviati alla Segreteria di Stato vaticana e, insieme, alla Nunziatura (si vedano le pp. 47, 50, 87). Per non parlare degli appunti che il capo del servizio segreto italiano mandò in Nunziatura nel dicembre del ’54 a proposito della Cina comunista e dei suoi rapporti con Mosca (p. 207). Quel servizio segreto fu davvero un punto di riferimento per la Chiesa negli anni cinquanta e da questo inventario si vede molto bene. Difficile invece capire quanto il Sifar influenzò effettivamente la Santa Sede.

Ma anche altri documenti lasciano pensare. Soprattutto la durezza con cui la Segreteria di Stato, e in particolare Pio XII e la Nunziatura, intervennero a proposito della presenza di vari gruppi protestanti in Italia (si vedano le pp. 88-106), appoggiati in particolare dall’ambasciatrice americana Clare Booth Luce. Era una situazione creata dalla fine del fascismo: vent’anni dopo il Concordato, molti protestanti di varie sette (evangelici, anabattisti, pentecostali) cercavano di entrare in Italia per realizzare conversioni e la Chiesa condusse una lotta durissima per non farli arrivare in Italia e soprattutto contro le possibili conversioni. Dall’altra, il governo italiano, in particolare il democristiano Amintore Fanfani come ministro dell’Interno (pag. 102), li faceva invece entrare in Italia per mantenere buoni rapporti soprattutto con gli americani, che attraverso il Dipartimento di Stato e con l’intervento del Senato Usa, cercavano di mandare gli amici protestanti nel paese più cattolico.

Si può inoltre registrare il disinteresse della Chiesa per quello che era stato dieci-quindici anni prima il razzismo e l’antisemitismo fascista: mentre, viceversa, dimostrò attenzione verso i suoi protagonisti. Si veda per esempio come Fietta appoggiò nel settembre-ottobre 1953 (p. 380) la nomina a membro della nuova Corte Costituzionale del magistrato Giuseppe Lampis, che era stato a suo tempo, dal ’39, un membro del Tribunale della razza e autore di un saggio sulla rivista del ministero di Mussolini, «Razza e civiltà», di appoggio al razzismo del nuovo Codice civile fascista. E poi (pp. 106 e 391) l’interesse per Carlo Barduzzi, già console italiano negli anni venti a Marsiglia e Tunisi, che nel ’37-’38 animò a Roma un Centro studi duramente antisemita e in seguito fu collaboratore di Interlandi nella «Difesa della razza» fino al 1940. Ancora nel ’55 Barduzzi intervenne presso la Nunziatura, sottolineando che c’erano troppi ebrei in Italia: la Segreteria di Stato rispose che erano notizie «esagerate», ma senza nessun riferimento a chi era stato Barduzzi.

Quella della Chiesa degli anni cinquanta, e quindi di Pio XII, è una storia complicata. Era un’istituzione attentissima a imporsi sulla cultura di massa, e in particolare sul cinema e la televisione che si stavano sviluppando (pp. 75-79); e tra l’altro riceveva le risposte attente dei dirigenti di quella che ormai si chiamava Rai. Inoltre nell’ottobre del ’57 la Santa Sede si schierò duramente contro un possibile premio Nobel a Moravia, anche se in realtà non c’era nessuna proposta concreta in questo senso.

Ma poi si trovò in imbarazzo di fronte alla richiesta da parte di alcuni cardinali tedeschi a proposito di un intervento a favore dei comandanti nazisti Reder e Kappler, condannati al carcere militare per i loro crimini di guerra (pp. 321, 371-373): erano i problemi che avevano con le autorità italiane. E ancora: ci fu una posizione del tutto contraria al viaggio ufficiale che il Presidente della Repubblica, Gronchi, nel 1956 avrebbe dovuto fare in Urss, anche se poi lo stesso Gronchi si oppose all’idea, in quanto «Capo di una Nazione cattolica qual è l’Italia» (p. 223). Eppure un anno dopo, nel ’57 (Pio XII ancora regnante), l’ambasciatore sovietico fu ricevuto per la prima volta in Nunziatura; e tre anni dopo, nel febbraio 1960, con un altro Papa, Giovanni XXIII (e con Krusciov), Gronchi fece addirittura la sua prima visita ufficiale in Urss. Sembrava che non si trattasse più di una «Nazione cattolica». Rapidamente era cambiato il paese ed era cambiata la Chiesa.