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Editoriale

Danni permanenti

In rete circola un documento del Dod sul cambiamento climatico. Pochi dalle nostre parti sanno cosa sia il Dod, mentre praticamente tutti conoscono il soggetto cui la sigla si riferisce. Essa significa: Dipartimento della Difesa, quanto a dire il ministero che comanda le forze armate Usa; esercito, marina, aviazione, compresi i marine e i droni, degli Stati uniti. Il documento di cui sconsigliamo la lettura (http://www.acq.osd.mil/ie/download/CCARprint.pdf )prevede un futuro costellato da eventi eccezionali, causati dal clima impazzito o incontrollabile.

Sarebbe molto utile un intervento di un tanto formidabile complesso di mezzi e persone addestrate, dislocati in ogni parte del globo, in ogni crisi ambientale, per attenuarne le conseguenze immediate e ridurne i danni permanenti. Il compito è però un altro. Si tratta di rispondere alla domanda: il clima impazzito può mettere in pericolo la sicurezza degli Stati uniti? Perché il compito del Dod è proprio quello di agire contro i pericoli che possano ridurre la sicurezza di Washington e delle cinquanta repubbliche stellate, siano anche diluvi e siccità, carestie ed epidemie, scioglimento dei ghiacci e innalzamento degli oceani. Tutte queste calamità sono studiate con la massima attenzione da Chuck Hagel, il ministro di

Barack Obama che firma il documento e dai suoi collaboratori che dirigono i vari sotto dipartimenti.

Il documento dà un po’ il capogiro; a pagina 5 si assume che il dipartimento «deve valutare come i preventivabili effetti (possibili) del cambiamento climatico possano interagire con altri agenti stressanti – povertà, degrado ambientale, instabilità politica e tensioni sociali – tanto da accelerare il conflitto e l’instabilità a detrimento degli interessi Usa». Insomma, per seguire tutta la catena: la tempesta colpisce la popolazione che deve scappare; finiscono tutti in un campo profughi dove c’è qualcuno che protesta e poi si unisce ai terroristi che – direttamente o indirettamente – infastidiscono la sicurezza degli Usa o spaventano da lontano (o mettono bombe da qualche parte) costringendo il Dod a fare qualcosa. Per dirla altrimenti: il cambiamento climatico, quello improvviso e quello stagionale, la tempesta che sommerge le coste del Bangladesh o la desertificazione del Sahel sono episodi che possono a loro volta causare tracolli ambientali, come l’esodo di una popolazione o la fame di molte generazioni. Quale sarà la risposta in termini di emigrazione e ancor più d’insorgenza e terrorismo agli effetti della sicurezza americana, dell’american way of life? Quale sarà il compito dell’esercito, della marina degli Usa?

Il Dod promette di impegnarsi. Sa di avere molti compiti, sa che molto della sicurezza nazionale dipende dalla sua capacità di prevedere e programmare il futuro, quel futuro atteso che riguarda i disastri ambientali prossimi venturi. Così si attrezza, proprio come dovrebbero fare le forze di pace se avessero soldi e capacità, per essere pronto e attivo quando arriverà il momento. Di nuovo par di sognare. Gli interventi che esso promette sono quelli di adattamento e di riduzione del danno, proprio come indicano le Nazioni Unite con le agenzie apposite, come l’Unep che appunto suggerisce di agire in entrambe le direzioni. Qui però adattamento e mitigazione non riguardano la natura in generale, o il globo, o un continente in pericolo, o le isole che il mare sommerge, o una popolazione ridotta alla fame e neppure l’insieme degli Stati uniti. Il programma riguarda soltanto il Dipartimento della Difesa in sé, come quello che può, se ben nutrito e rifornito di mezzi e di dollari, fare molto per la Sicurezza.

  • Francesco Maura

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