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Editoriale

Dall’orrore nazista dell’Isis alla barbarie «moderata»

Terrorismi. La Convenzione di Ginevra imporrebbe magliette con la scritta «Je suis Moath»

Manifestazioni per il pilota giordano Moath al-Kasasbeh

Occorre davvero far ricorso a tutte le risorse etiche e razionali di cui disponiamo per non relegare un intero pezzo di mondo nelle tenebre della barbarie più efferata e auspicarne l’annientamento a qualsiasi costo, «danni collaterali» compresi.

La tentazione è forte. All’orribile morte tra le fiamme di Moath al-Kasasbeh, decisa magari «dal basso» dagli umori infami del popolo jihadista consultato sulla rete, fa seguito la reazione squisitamente kappleriana della monarchia di Amman, che fa immediatamente impiccare Sajida al-Rishawi, la terrorista detenuta nelle carceri giordane dal 2005 e che la Giordania era disposta fino a ieri a scambiare con il suo pilota, e un altro detenuto qaedista iracheno, Ziad al-Karbouli.

In realtà circolava voce che altri cinque detenuti sarebbero stati giustiziati, ma non è chiaro quale sia la proporzione della rappresaglia ritenuta adeguata dalla monarchia hashemita. Ci auguriamo inferiore a quella delle Fosse Ardeatine. Intanto da quel santuario di saggezza islamica «moderata» che è l’università coranica di Al Azhar si leva l’invito a «uccidere, crocifiggere e mutilare» i terroristi. Questo Islam potrebbe piacere perfino, per l’occasione, alla destra islamofoba.

Lasciando per un momento da parte ogni considerazione geopolitica, ci troviamo di fronte tutti gli elementi di una «guerra interfascista» (per usare l’espressione suggestivamente applicata da Franco Berardi Bifo alla guerra in Ucraina).

L’orrore abita diversi luoghi nel mondo, in proporzioni numeriche più o meno spaventose dal Pakistan alla Nigeria, pervade legislazioni, forme politiche e sociali di molti regimi fidati alleati dell’Occidente.

In un luogo specifico, però, quello militarmente occupato dall’Isis, l’orrore si è «fatto stato» senza diplomatici velami. Uno stato che esercita il suo potere in forme tanto feroci da far impallidire l’Afghanistan crudelmente tribale e «tradizionalista» del Mullah Omar. Vi si bruciano libri ed esseri umani in stile più nazista che «medioevale».

Questo stato deve essere cancellato dalla carta geografica, prestando però molta attenzione a che non se ne disperdano le spore. Ma è questa una ragione per tollerare la barbarie «moderata» che frequenta la city nel timore che possa diventare «estrema», probabilmente senza smettere di frequentarla?

Le ragioni economiche e geostrategiche non abbisognano, si sa, di giustificazioni morali. Ma il discorso pubblico e anche la retorica democratica non possono farne a meno. E tacere sui sistemi di brutale oppressione esercitati dagli alleati dell’Occidente in casa propria.

E’ di ieri la condanna all’ergastolo di centinaia di militanti del movimento che spodestò Mubarak in Egitto.

Non si vedono in giro per il mondo cartelli e magliette con la scritta «Je suis Moath».

Certo un pilota che bombarda, tutt’altro che chirurgicamente, i territori dominati dall’orrore è ben diverso da vignettisti assassinati per le loro opinioni ed eletti a simbolo della libertà di espressione, sebbene tutti vittime della medesima barbarie. Le bombe, questo è certo, non sono parole.

Eppure dovrebbero esserci, nonostante tutto, queste magliette e questi cartelli, perché la Convenzione di Ginevra, per non parlare dei più elementari principi di umanità, contiene diritti non meno importanti da difendere. E anche chi partecipa a una guerra, una volta prigioniero non può subire la sorte terrificante toccata al pilota giordano.

C’è un problema però.

Anche le vittime della rappresaglia giordana, e cioè di una logica fascista, meriterebbero la stessa attenzione. Capisco quanto sarebbe imbarazzante indossare una maglietta con la scritta «Je suis Sajida», una fanatica terrorista che ha partecipato a un attentato che ha provocato 60 morti, ma nel momento in cui non è più in grado di nuocere e diventa la pedina inerme e torturata di un mostruoso gioco di immagini, l’oggetto di una vendetta al servizio della propaganda hashemita, forse bisognerebbe avere il coraggio e lo stomaco di farlo.

Ma solo da quel momento in poi. Prima gli uomini dell’Isis, come già gli eserciti nazionalsocialisti, non possono che essere combattuti con le armi e i loro complici «moderati» e silenziosi costretti a gettare la maschera e a rendere conto delle proprie azioni.

  • Federico_79

    Bell’ articolo. La maglietta “Je suis Sajida” non e’ molto diversa, mi pare, dal nome dell’ associazione “nessuno tocchi Caino”.

  • Max lo scettico

    Articolo confuso nel quale l’autore mischia tutto – chi esprime semplicemente delle idee con il riso sulle labbra e chi spara, ammazza e si ammazza – finendo per rendere incomprensibile il senso soggiacente.
    Io non mi sento né pilota di guerra né un’assassina suicida, né sgherro delle dittature arabe né djihadista dei nazislamisti.
    E non vedo il rapporto con chi utilizza solo matite, disegni e parole per esprimere le proprie idee.

  • http://www.facebook.com/people/Andrea-Cerase/1517463233 Andrea Cerase

    Ricorderei all’autore dell’articolo che per quanto sta compiendo l’ISIS e il terrorismo jihadista esistono da tempo concetti giuridici come “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”. Anche Norimberga sarebbe stata una barbarie moderata?

  • russell

    la reazione giordana non può essere paragonata alle Fosse Ardeatine; avrebbe fatto bene, la Giordania, a soprassedere? facile dirlo qui, al riparo dagli scannamenti, per ora. C’è una guerra in corso contro un nemico perverso, meglio prenderne atto e lasciar perdere i discorsi fumosi

  • Cosmo-Yuri

    In linea di massima sono d’accordo, ma alcuni passaggi mi sembrano un po’ confusi e, perciò, mi risulta difficile capire dove Bascetta voglia veramente andare a parare: qual è la conclusione? Pare quasi che dalla barbarie nessuno possa salvarsi. Da questo punto di vista ha ragione chi lamenta che Bascetta non si periti di nominare esplicitamente i “crimini di guerra”, né i “crimini contro l’umanità” che pure si stanno perpetrando nel conflitto in corso: crimini che richiederebbero un intervento il più ampio, articolato e incisivo possibile da parte delle Nazioni Unite. Infatti, malgrado a suo tempo Bush Junior le abbia gravemente screditate, coinvolgendole in modo pretestuoso nelle operazioni di guerra in Iraq, è ancora alle Nazioni Unite che compete la tutela ultima del Diritto Internazionale. O vogliamo continuare ad assistere alla «guerra interfascista» gridando «Sono tutti barbari!» e indossando magliette con la scritta «Je suis il martire di turno»?

  • Harken

    Sono d’accordo con tutti i critici dell’articolo intervenuti prima di me.

    Il problema di Marco, cari amici e compagni, è che lui (e, a dire il vero, non è il solo nel giornale) non ama il “framework” occidentale. Lo vive come un’insopportabile camicia di forza ideologica: ragion per cui, ogni volta che all’orizzonte si palesi qualcosa che, in un modo o nell’altro, sembrerebbe poterne far vacillare i “barbari” pilastri “moderati”, gli viene qualche dubbio. Sì, certo: vede il NAZISMO (e diciamolo forte, per giove! NA-ZI-STI… anzi, che dico: PEGGIO. Perché i nazisti, nella loro folle ideologia, non mi pare siano mai arrivati all’atrocità DISUMANA di bruciare vivo un uomo dentro una gabbia (e qui, si prega di non cominciare con i distinguo e i “ma che dici!”, perché la storia del 20° secolo l’ho studiata anch’io, e BENE)), ma poi gli manca la decisione per andare fino in fondo e dire: “è nazismo… bene: dovremmo combatterlo, SENZA SE E SENZA MA”.

    E così, vengono fuori questi articoli, belli – perché Marco, per nostra fortuna, scrive benissimo – ma tremendamente “cerchiobottisti”…

    Mah… =_~