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Editoriale

Dal sentire al risentire

Tor Sapienza. C’è bisogno che la politica torni a svolgere la sua funzione, anche pedagogica, anche ideale: che l’amministrazione comunale, per esempio, torni a investire sulle periferie

Sorprendersi per l’animosità primitiva che infiamma le strade di Tor Sapienza, è patetico. Non sappiamo che Roma s’è impoverita sensibilmente? Non sappiamo che si sono persi decine di migliaia di posti di lavoro, che i ragazzi e le ragazze non hanno un futuro, se non precarissimo o schiavizzato, che i redditi s’incrinano fino a estinguersi. E non sappiamo che il carico fiscale impatta fino allo stremo, che le tariffe aumentano a raffica, che i servizi pubblici ormai si pagano tutti? Si pensa forse che l’immiserita condizione materiale di tanta gente sia ininfluente, nell’accendere questi lampi di brutalità, di ferocia sociale, in questi scontri tra ultimi e ultimissimi, con l’aggiunta di qualche penultimo?

A Roma si può anche vivere nell’indifferenza, ci si può distanziare dai bisogni, dalle asprezze e dai furori: la città è grande, e in qualche angolo è possibile trovare un rifugio per la propria ignavia o per la propria agiatezza. Ma è impossibile ignorare che si viva male, che le cose non funzionino, che quasi ovunque ci sia un problema, un attrito, un disagio, un’angustia: un diritto negato, un desiderio frustato, un sorriso mancato. Semmai è l’intensità di tutto ciò, la densità con cui si stratifica, che fa la differenza. Nelle periferie succede esattamente questo: disfunzioni e degrado, privazioni e solitudini si sommano, si moltiplicano fino a diventare insostenibili, insopportabili.

E da lì in poi, è facilissimo passare dal sentire al risentire. Soprattutto se insieme ad altri, ai molti che riecheggiano la stessa pena, la stessa collera. Sguainare i pugni, roteare bastoni, maneggiare coltelli, tirare molotov sono solo l’inevitabile terminale di una traiettoria infettata dal malessere e dal rancore. Una traiettoria che precipita su un falso scopo, su un obiettivo malinteso ma a portata di mano, forse l’unico disponibile a subire tanta rabbia, il più indifeso. Colui che nell’immaginario incrudelito viene a prenderci il lavoro, a rubarci quel poco che abbiamo, viene a darci fastidio con i suoi fuochi nauseabondi, con il suo elemosinare, con le sue irritanti movenze, con le sue bottegucce misteriose, con i suoi strani cibi, con la sua musica stridente.

Cacciare profughi e fuggitivi da un centro d’accoglienza è solo un gesto di crudeltà, così come accoltellare un commerciante asiatico, o assalire in branco un poverocristo che vive in strada. Canagliate che nulla cambiano in questo scenario desolato della periferia romana. È solo un frutto inacidito da dare in pasto al razzismo militante, che proprio ieri, impettito e biecamente rianimato, è sfilato in corteo per le strade della città. Ma è anche uno squillo politico che rischia di rimbombare ed estendersi.

E per spegnerlo c’è bisogno che la politica torni a svolgere la sua funzione, anche pedagogica, anche ideale: che l’amministrazione comunale, per esempio, torni a investire sulle periferie. Finanziando la manutenzione urbana e la progettazione sociale, estendendo tutele e sostegni, favorendo le attività produttive, incrementando i servizi primari, trasporti, rifiuti, attivando politiche culturali, promuovendo l’incontro, le relazioni, la cooperazione.

È così che si contrasta il degrado umano e materiale in quelle terre aride e sperdute, in quell’anonimato metropolitano che circonda Roma e che, pian piano, rischia di inghiottirla. Prima che diventi troppo tardi, il sindaco Marino dovrebbe capire che governare Roma è soprattutto prendersi cura della sua parte più dolente. E non solo costretto dagli eventi, promettendo qualcosina camminando sulle ceneri fumanti di Tor Sapienza.