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Editoriale

Dal balletto sull’Imu all’elemosina

Sul dramma della casa si continua ad assistere al fallimento delle politiche di governo. Iniziamo dai proprietari, la parte più «fortunata» della platea sociale. In questo caso il governo è riuscito ad aumentare la tassazione su coloro che posseggono un solo alloggio, e cioè la maggioranza degli italiani. La commedia è andata avanti per molti mesi e, come noto, era partita dalla minaccia della crisi di governo da parte del Pdl se non fosse stata cancellata l’Imu. L’iniqua cancellazione, perché equipara proprietari di alloggi modesti e quelli di lusso, c’è stata. Poi per recuperare le poste di bilancio si è inventata la Trise che, come ha ammesso il ministro Saccomanni, provoca aumenti per le fasce più povere. I possessori di grandi patrimoni immobiliari continuano a fare festa e anche i proprietari di alloggi signorili risparmieranno dai 500 agli 800 euro all’anno, alla faccia dell’equità.

Il secondo segmento della platea sociale è quello degli affittuari. Anche in questo caso il governo ha colpito alla cieca. Dentro la Trise si pagherà la Tasi, destinata a finanziare i servizi urbani (illuminazione pubblica e altro). Dal 10 al 30 per cento della imposta sarà pagata dai conduttori dell’alloggio: è noto che gli sfratti per morosità stanno aumentando in ogni parte d’Italia e il governo inventa una tassa che alimenterà ulteriormente questo doloroso fenomeno.

E veniamo al terzo segmento sociale, quello in maggiore sofferenza, formato da coloro che non hanno casa e non possono permettersi di accedere al mercato degli affitti. Ieri è stato raggiunto un cinismo intollerabile. Il ministro Lupi durante la conferenza unificata con le regioni ha infatti affermato che stanzierà per l’emergenza abitativa 140 milioni per l’intero 2014. Stanziare non è spendere, ma se anche facessimo finta che siano soldi veri e non artifici di bilancio, possiamo constatarne agevolmente la miseria. Sono centinaia di migliaia le famiglie che soffrono del disagio abitativo. Se sommiamo gli sfrattati, chi occupa immobili inutilizzati e chi vive in alloggi precari, superiamo le 400mila famiglie: ieri il governo ha destinato loro 350 euro per tutto il 2014. So bene che i 140 milioni serviranno solo per una parte del numero totale di famiglie, ma si potrà arrivare al massimo a 700 – 900 euro per famiglia. Una miseria vergognosa.

Soprattutto se confrontata con la generosità che lo stesso ministro Lupi ha dimostrato pochi giorni fa quando ha stanziato senza battere ciglio 400 milioni per completare la grande opera più costosa d’Italia, il Mose di Venezia, per la cui realizzazione sono stati spesi finora 4 miliardi e settecento milioni. Stessa munificenza, Lupi, come prima di lui Corrado Passera, ha dedicato come noto alla Tav della Val di Susa o alla metro C di Roma. Miliardi, 100 per la precisione, che vengono gettati in pasto a un ristretto numero di imprese. Non è vero dunque che non ci sono i soldi: sono esclusivo appannaggio delle lobby.

L’azione scellerata sul problema della casa continua infine con la questione degli immobili di proprietà pubblica: devono essere venduti, dice il governo. Quel vasto patrimonio di tutti i cittadini italiani è invece l’ultima concreta possibilità per risolvere il dramma della casa per decine di migliaia di famiglie. È urgente un piano di riutilizzazione delle caserme abbandonate, delle scuole in disuso e di tante altri beni immobiliari: solo così si può chiudere l’emergenza abitativa. Una questione su cui da tempo si è schierato il mondo della cultura urbanistica e i movimenti per la casa presenti in tutte le grandi città italiane. Al posto della miseria dello stanziamento deciso ieri dobbiamo contrapporre un progetto di «valorizzazione sociale» degli immobili pubblici. La valorizzazione economica così cara ai liberisti e che trionfa dai tempi della Partrimonio spa di Giulio Tremonti, deve lasciare il posto alla solidarietà sociale.

Si tratta di dare concreta attuazione all’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

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