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Alias Domenica

Da Oxford alla Chiesa di Roma, un teologo per il tempo presente

Newman, Ottocento inglese. John Henry Newman, il pastore anglicano convertitosi al cattolicesimo e adesso santo, fu scrittore rigoroso e sottile (da lui vengono Hopkins e Greene): Robert Cheaib lo racconta in Scorciatoie verso Dio, per tau edizioni

Jodocus Sebastiaen van den Abeele, The crypt of the basilica of San Martino ai Monti in Rome, 1830-’40, Ghent, Museum  of Fine Arts

Jodocus Sebastiaen van den Abeele, The crypt of the basilica of San Martino ai Monti in Rome, 1830-’40, Ghent, Museum of Fine Arts

Nel discorso del 7 aprile 1975 papa Montini si rivolse ai partecipanti di un convegno su John Henry Newman: «Molti dei problemi che Newman affrontò con saggezza – anche se fu spesso mal compreso e male interpretato – sono stati l’oggetto del Concilio Vaticano II (di cui purtroppo fu un “Padre assente”). Non solo il Concilio, ma anche il tempo presente può essere considerato in modo speciale ‘l’ora di Newman’». Con la sua audace visionarietà e l’intelligente pragmatismo, Newman appare un santo a misura di questo tempo, un santo capace di ‘menar le mani’ in battaglie esistenziali, non solo spirituali. «Qui sulla terra, vivere è cambiare, ed essere perfetti è aver cambiato spesso» scrisse nell’Essay on the Development of Christian Doctrine (1845), un appassionato studio sullo sviluppo fedele e legittimo del dogma e della dottrina cattolica. La ragione per cui si era convertito, dichiarò, fu la scoperta che la Chiesa di Roma era la stessa Chiesa primitiva, quell’unica Chiesa «come la fotografia di un uomo di quaranta si differenzia da una fotografia a vent’anni. Lo sai che è la stessa persona».
Del teologo Robert Cheaib è uscito, quest’autunno, Scorciatoie verso Dio Il genio spirituale di John Henry Newman (tau editrice, pp. 304, € 13,00), elegante narrazione per lettori non specialisti delle nove «vie» spirituali che Newman avrebbe percorso negli scritti e nelle azioni della sua lunga esistenza (1801-1890), al centro di polemiche ma anche di entusiasmi non solo cattolici. «Newman è una figura poliedrica. Il suo pensiero e la sua vita potrebbero essere considerati da prospettive diversissime». Le vie proposte da Cheaib erano iniziate quando, ancora giovane pastore anglicano, docente a Oxford, Newman aveva fatto un viaggio in Sicilia. Fu la sua Damasco: come era avvenuto per San Paolo, quasi in punto di morte, rinacque spiritualmente. Da quella esperienza maturò la conversione che fu definitiva, «come il crollo di un palazzo». Avvenne nel 1845, a metà del secolo e della sua vita, e segnò per sempre il cattolicesimo inglese e la sua travagliata storia. Come altri studiosi che non possono fare a meno di tornare alle circostanze di una esistenza tanto eccezionale, Cheaib antepone a ogni singola via una «scena di vita» in cui si radica il tema teologico e umano, e gli scritti relativi: la via della coscienza, della conversione, dell’amicizia, della ragione, dell’immaginazione, dell’amore, della Chiesa, la via di Cristo, la via dello Spirito. Le ragioni profonde sono misurate con la sofferenza e la bellezza di quella scelta rischiosa. «Ciò che Newman intuisce è che esistono due grandi modi di cambiamento: un cambiamento che è tradimento e uno che è fedeltà creativa». Lo sviluppo del dogma e della teologia cattolica può essere riassunto in alcuni principî teorici: preservare la struttura d’insieme e operare sui particolari, preservare i principi fondanti, penetrare nel reale, assimilare altre idee, integrarsi, dimostrare coerenza, capacità di prevedere il futuro ma anche di preservare il passato – questa è la preziosa eredità che Newman ha lasciato alla Chiesa.

Prosa claustrale venata d’argento
La vita «a rischio» e gli scritti di Newman hanno affascinato e continuano ad affascinare lettori di ogni tipo anche distanti nel tempo e nello spirito, però toccati dal gesto d’invito, coinvolti in quel dialogo intimo, in quella fraterna «simpatia» di cui egli parla nel sermone St Paul’s gift of Sympathy. Scrittore di sottile intelligenza, rigore argomentativo, la sua è una prosa claustrale dalle vene d’argento secondo Joyce («the cloistar silverveined prose of Newman»), che nel Portrait gli conferisce l’investitura di miglior prosatore. Da ‘star’ dell’anglicanesimo, lo divenne del cattolicesimo inglese, padre spirituale di illustri convertiti. Parlò, scrisse, insegnò , con un largo seguito di amici e nemici, uomini e donne, tra rare gioie e molte amarezze. Si adoperò per combattere l’utilitarismo e il «filistinismo» degli inglesi, la Chiesa anglicana divenuta Chiesa di Stato, gli Old Catholics, i vecchi cattolici arroccati su posizioni tradizionali. Un duro colpo alla pretesa superiorità intellettuale e morale del protestantesimo, alla beata insularità della società vittoriana. Sulla sua scia era cresciuto l’Oxford Movement (comprendendo Tractarians e Ritualists) ed era affiorata una sensibilità religiosa nuova, un’urgenza estetica post-romantica che i più giovani Hopkins e Pater svilupparono in segreta convergenza. Mario l’epicureo di Pater (1880), romanzo di una conversione, ne è la prova; della loro amicizia è rimasta qualche lettera.
Un costante impegno per Newman fu l’istruzione. «Dall’inizio alla fine, l’istruzione, nel senso ampio del termine, è stata la mia linea». Fondò e diffuse l’istituzione dell’Oratorio dei Filippini a Birmingham e a Londra , promosse la fondazione di una università cattolica nella poverissima Dublino di fine Ottocento. Quando in Italia si cominciò a parlare di riforma dell’università, leggemmo il suo contributo L’idea di università, del 1852 (traduzione di Luca Obertello, Vita e Pensiero 1976): «…la letteratura sta all’uomo come la scienza sta alla natura; essa è la sua storia». Vi era proposto, con qualche opportuno ritocco, il grande modello umanistico di Oxford, efficacemente impresso su generazioni di gentlemen. «Voglio che i laici intellettuali siano religiosi, e che gli ecclesiastici devoti siano intellettuali». La legge di emancipazione del cattolici (Catholic Emancipation Act) del 1829 ribadiva il divieto di accesso alle università anglicane per i cattolici, ma gli articoli speciali contro l’Ordine dei gesuiti non furono mai attuati. Newman dopo la conversione dovette abbandonare l’insegnamento a Oxford; Hopkins, studente di Lettere classiche al Balliol, gli chiese aiuto nel difficile momento della conversione, ma si rifiutò di insegnare nel suo Oratorio. Nel 1858 i gesuiti presero la direzione dell’Università cattolica di Dublino, e Hopkins fu nominato professore di greco e latino. Confidò all’amico Bridges : «…la casa in cui abito è una specie di rudere … sei sessioni di esame per anno … 750 candidati … non sono per niente forte, e non so come possa diventarlo …». Mori dopo cinque anni, nel 1889, di tifo.

«Andammo in casa Manzoni…»
«Da Newman – scrisse don Giuseppe De Luca nel 1962 – sarebbe nato uno dei più alti poeti, se non il più alto del suo tempo nella sua lingua, il gesuita Hopkins; e il maggior romanziere inglese vivente, Graham Greene». Aveva omesso Joyce, ma pubblicò la prova che Manzoni ebbe un incontro con Newman: «Due anglicani passano in casa Manzoni» (da un diario del novembre 1840), in «Nuova Antologia», 1 dicembre 1941. La fonte è la lettera di un amico protestante di Newman, lord Blachford: «Venerdi 13 novembre 1840. Andammo in casa Manzoni alle dieci e mezza … Gli fu servita la sua colazione, pane e caffè, che egli consumò a un tavolo poco discosto da noi , portando innanzi la conversazione».
Nel 1975 don Giuseppe (così lo chiamavano nella piccola redazione della sua casa editrice Storia e Letteratura, all’ultimo piano di Palazzo Lancellotti a Roma) pubblicò John Henry Newman. Scritti d’occasione e traduzioni, e vi riversò il diario del viaggio in Sicilia del 1833, tradotto da Maddalena De Luca (Nuccia), l’incontro con Manzoni, il soggiorno romano di Newman e Ambrose St. John che furono ordinati sacerdoti il 30 maggio 1847. «Vi fu organo e canto. Cinque amici dei Neosacerdoti presero con essi la colazione e vennero anche a pranzo in Collegio, fu quindi dispensato dal silenzio, ed alla tavola de’ forestieri fu portato un piatto in più…» (dal Diario conservato nell’Archivio del Collegio Urbano). Don Giuseppe sentiva una certa affinità con Newman: quel dare prova, mettere su carta, scrivere, polemizzare, cimentarsi era un effetto del loro apostolato . «Tutta la sua azione fu di pensiero, ma un pensiero di circostanza e d’occasione. Nulla in lui di un solitario, di un metafisico. La sua solitudine stessa era per lui una maniera di aver libero intorno il campo di battaglia, per una maggiore cautela nelle difese e più impeto nelle offese. Non c’è una pagina ove egli non combatta o agisca». Newman mirava più in alto, alla santità: il santo «si esercita non solo nei doveri sociali, ma nelle virtù cristiane; non solo è gentile, ma mite; non solo generoso , ma umile; non solo perseverante, ma paziente; non solo retto, ma indulgente; non solo munifico, ma capace di mortificare se stesso; non solo sereno, ma riflessivo e devoto» (JHN, San Paolo, a cura di Michele Marchetto, Castelvecchi, pp. 109, € 13,50). Per tutto quel che manca (tanto!) rimando agli esperti, bravissimi, ma insofferenti di apparati bibliografici essenziali.