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Cultura

Da Maria Callas alla «furia inventiva» di un fuoriclasse

Musica. Una mente libera, capace di anticipare gli umori e le mode del momento ma anche, restando fedele al suo rigore estetico, di cambiare radicalmente e con sorpresa la rotta

Maria Callas nella «Norma» a Epidauro

Maria Callas nella «Norma» a Epidauro

Tra le pagine che Alberto Arbasino ha dedicato a Maria Callas negli anni in cui ha potuto vederla in palcoscenico o in successive reminiscenze, resta ineguagliato il racconto delle mitiche, turbolente rappresentazioni di Norma al teatro antico di Epidauro nel 1960. Narrazione famosissima, migrata dall’intreccio di Fratelli d’Italia poi alla raccolta Grazie per le magnifiche rose (1965, Feltrinelli, già all’epoca presentato come «forse il più vasto repertorio esistente di spettacoli in tutto il mondo») e resuscitato in altre occasioni.

APPUNTO RACCONTO MAGICO, perfino stregonesco, come l’autore denuncia da subito nel descrivere l’improvviso, fortunale che impedì la prima rappresentazione e il cui precipitare deflagra fra spintoni, clamori, disperazioni, «meravigliosi chiffons devastati per sempre» ed eventuali estasi di vario genere, fino al ritorno della quiete, con il cielo terso a far da scenario perfetto come accaduto per la prova generale, le cui impressioni musicali Arbasino riferisce.
In quelle poche pagine si incrociano con ritmo indiavolato una moltitudine di voci, sguardi, musiche, riferimenti, entusiasmi, delusioni e distinguo; frusciare di abiti, ingranare di marce e sovrapporsi di frasi in francese, urla in inglese e motti in tedesco, anche se mancano gli incisi in dialetto e gli sfottò in romanaccio da Cinecittà che fioccano altrove. Segue il succinto racconto dello spettacolo o «del sacrifizio», con Tullio Serafin «vispissimo» , Onassis con il «capello decolorato», l’orchestra un po’ sguarnita come il modesto allestimento e infine lei, Maria Callas, «in rosso-Medea» che superati gli scogli del Casta Diva arriva al finale «di una terribilità indimenticabile: isotteo». Aveva ragione Giorgio Manganelli quando affermava che «Arbasino non racconta ma ha un modo di raccontare: è a questo modo che chiama, attira l’attenzione dei suoi lettori». Il rapporto di Arbasino con la musica, viscerale quanto di rado indipendente dalla letteratura, dalla poesia e dalle arti, non ci ha soltanto offerto una visione del proprio tempo con sensazionali istantanee.

E qui si intendono un paio di dorati decenni musicali dal 1955 in poi, con ulteriori lunghe propaggini, regolarmente sunteggiati nelle inimitabili, sempre rinverdite liste di nomi di soprani tedeschi, scenografi, pittori, tenori anteguerra, compositori, registi, ballerine, magnati, contralti wagneriani e impresari, contesse, costumisti, accoppiamenti più o meno volutamente giudiziosi, quasi trionfi d’armi e rovine classici rivisitati da Gio Ponti in surreali centrotavola di gala.

OLTRE AL DONO di condensare in associazioni fulminanti le impressioni sul teatro musicale che studiosi paludati – magari di sapienza musicale asseverata – faticavano a rendere in tomi e anni di lezioni, Arbasino aveva la capacità di unire al racconto di un Rosenkavalier di Strauss, di un Trovatore o del Moses und Aaron di Schoenberg, l’osservazione infallibile dello scrittore di viaggi, da Spoleto a Berlino Est al Village di New York, dello scopritore del dettaglio, fra libri, testi teatrali, mostre, architetture e contesti sociali.
Una mente libera, capace di anticipare gli umori e le mode del momento ma anche, restando fedele al suo rigore estetico, di cambiare radicalmente rotta e lasciare il lettore con un palmo di naso. Sicuramente capace di sorprendere, come nelle sue Canzoni da recital, come l’impareggiabile Seguendo la flotta cantata da Paolo Poli e Laura Betti, o nella sua Carmen fischiatissima, in anticipo su tutto e su tutti, messa in scena a Bologna nel 1967 con i costumi di Giosetta Fioroni e le scene di Vittorio Gregotti.

GRAZIE ANCHE ALLA SINGOLARE formazione, fra medicina e giurisprudenza e la conoscenza di tutta la musica del mondo affinata a teatro, Arbasino coltivava la capacità unica di comporre attraverso la riflessione sulla musica un prisma di esperienze dai riflessi sempre diversi. Mario Bortolotto, musicologo geniale e amico di Arbasino a proposito di Marescialle e Libertini, travolgente avventura nella musica fra fine XIX secolo e Novecento conclamato, con gioiose soste in territori straussiani, ammoniva a evitare l’errore di considerare Arbasino un rappresentante della jet society, autore in perpetua vacanza fra «un Rigoletto a Dallas o una Chovanšcina a Mosca». Bortolotto con precisione chirurgica avvertiva come «la furia inventiva, la frenesia verbale dello stilista sopraffà qualsiasi parere o verdetto egli abbia in testa. Infine è essenzialmente questa sua, una prova di stile».
Uno stile il cui segreto sembra così facile da imitare da risultare invece impossibile da riprodurre.


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