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Criticare la sentenza non è «lesa maestà»

Processo di Locri. Tramite la critica pubblica e popolare alle attività giudiziarie si rompe infatti la ‘separatezza’ del giudiziario dalla ‘civitas’, si favorisce l’emancipazione dei giudici dai vincoli politici, burocratici e corporativi, si delegittima la ‘cattiva’ giurisprudenza e si contribuisce, infine, ad elaborare e rifondare continuamente la deontologia giudiziaria

La vicenda ‘Lucano’ e le levate di scudi che da più parti, all’interno della magistratura, si sono subito affacciate contro le critiche alla pesantissima sentenza di condanna pronunciata giovedì scorso, sono scene di un film già visto: la ‘cittadella della magistratura’, sentitasi attaccata e sotto assedio, innalza muri elevati e scava fossati profondi per separarsi dalla ‘civitas’, ripiegando su se stessa davanti alle critiche pubbliche alla sentenza, percepite quasi come ‘lesa maestà’. Eppure, la ‘cittadella’ dimentica che in una democrazia costituzionale le critiche alle decisioni pubbliche, specie se autoritative, dovrebbero essere sempre salutate ed accolte con favore: come un segno...

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