Quella del nucleare è una battaglia che lo vede impegnato da quarant’anni, da ben prima dello storico referendum del 1987. Gian Piero Godio di Legambiente e Pro Natura del Vercellese, già ricercatore Enea, è memoria storica e infaticabile attivista del movimento no nuke. Proprio nel luogo di maggiore concentrazione del problema.

Godio, come valuta la pubblicazione della mappa dei siti potenzialmente idonei per il Deposito nazionale?
Finalmente è arrivata. È giunta anche dopo una nostra diffida ai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico del 25 novembre scorso, dove sollecitavamo la pubblicazione della mappa, attesa da ben cinque anni. Non veniva dato il nulla osta; non decidere significava decidere di mantenere come deposito nazionale del materiale radioattivo gli inidonei siti attuali. Un fatto positivo è, appunto, che non compaiano nella lista Saluggia e Trino Vercellese, che attualmente custodiscono l’80% del materiale radioattivo italiano, compreso il più pericoloso, in luoghi inopportuni. Finalmente si è compreso quello che denunciamo da decenni, ovvero che sono posti assolutamente insicuri.

Le scorie, adesso, devono andarsene via da qui al più presto. Per le altre 67 aree individuate esprimiamo stupore, andremo a verificare attentamente i documenti e saremo al fianco delle istanze delle popolazioni. Non ci aspettavamo di vedere, ad esempio, Carmagnola (Torino), ricca di agricoltura e di falde, o la Sardegna, più che altro, in questo caso, per i rischi del trasporto in mare. Entro 60 giorni faremo le nostre osservazioni come associazioni ambientaliste.

Come considera i criteri individuati per la selezione delle località?
I requisiti di Ispra, fissati anche a livello internazionale, sono corretti: il deposito deve essere lontano da falde superficiali, da fiumi, da zone altamente popolate o sismiche. Dobbiamo valutare la loro applicazione, se è stata davvero matematica ed oggettiva. Se per ipotesi fosse individuato, in base a criteri rigorosi, un sito davanti casa mia, a Gattico, preferirei avere le scorie lì che non a Saluggia o a Rotondella in Basilicata.

Alcune associazioni ambientaliste sostengono che non ci debba essere un sito unico, cosa ne pensa?
Non sono d’accordo. Non è il momento di parlare di come cambiare la legge ma di provare ad applicarla. Questa dice, come pure le norme europee, che si debba avere un sito unico nazionale. Inoltre, al di là che sia poco etico portare rifiuti in casa d’altri, è improbabile individuarne uno all’estero.

A Saluggia, Sogin ha continuato a costruire depositi temporanei, che ne sarà del complesso Cemex per solidificare le scorie liquide?
È l’unico che deve andare avanti, per essere spostate le scorie devono essere solidificate, non si trasporta materiale liquido.

Che fine hanno fatto le barre di combustibile spostate da Saluggia in Inghilterra e in Francia?
Quando era ministro Bersani, per fare vedere che si faceva qualcosa si decise di spostare, pagando tra l’altro salato, le barre in Francia e Inghilterra in impianti di riprocessamento. Gran parte delle barre, però, torneranno indietro con plutonio e rifiuti solidificati dal 2025 in poi.

Sono molte le proteste dopo la pubblicazione della mappa di Sogin. Cosa succederà?
Giustamente chi non riesce a capire perché è stato inserito nella mappa fa bene a protestare e a chiedere di accertare che la classificazione sia corretta. Noi saremo al loro fianco, a partire dalle popolazioni piemontesi, torinesi e alessandrine.