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Cristian Alarcón, non sparate su Robin Hood

Intervista. La storia di Víctor Vital, un ragazzo giustiziato dalla polizia argentina nel 1999, raccontata con un libro

Lo scrittore  Cristian Alarcón (1970), cileno che risiede in Argentina da molti anni

Lo scrittore Cristian Alarcón (1970), cileno che risiede in Argentina da molti anni

Argentina, anno 2010. Ne son passati 200 dalla Revolución de Mayo del 1810 e tre, da quando al governo, c’è CFK, Cristina Fernández de Kirchner, la jefa. Per le 200 candeline dell’indipendenza del Paese, una commissione nominata dal Centro Cultural de la Memoria H. Conti (Ex Esma) e dalla Biblioteca Nacional stila un elenco con le 200 “opere fondamentali” della storia della nazione. Vicino ai titoli di Arlt, Borges e Cortázar, vi è la prosa vertiginosa di un 40enne giornalista, Cristian Alarcón. A sette anni dall’uscita, il suo Cuando me muera quiero que me toquen cumbia. Vidas de pibes chorros (Quando morirò, suonatemi una cumbia. Vide di ragazzi ladri) è un classico della letteratura sudamericana. Al centro del suo romanzo di non fiction, la storia di Víctor El Frente Vital, un ragazzo giustiziato dalla polizia nel 1999 nella città di San Fernando. “Non sparate” le sue ultime parole. Aveva 17 anni.

Cristian Alarcón, quando ha raccolto la storia di Víctor Vital, il suo era un caso unico nella cronaca di allora?
La morte del Frente fu uno dei tanti episodi di una saga di omicidi compiuti dalla polizia. Le vittime erano ragazzi giovanissimi del Gran Buenos Aires, della zona più povera della capitale e del cosiddetto conurbano bonaerense. Allora, al governo c’era Carlos Menem.

L’epoca della «pizza y champagne» e del sogno neoliberale che aveva ubriacato il Paese negli anni ‘90 stava per svanire…
Sì, eravamo a ridosso della crisi del 2001. Un periodo duro che vide un Paese ostaggio della violenza sociale e politica, e una democrazia imperfetta, incapace di togliere dalla povertà la metà della propria popolazione.

Come è arrivato alla storia del «Frente»?
Stavo indagando su uno “squadrone della morte” formato da poliziotti che avevano un’impresa privata di sicurezza. Uccidevano alle spalle i giovani che delinquevano nella zona Nord della capitale. Costruivano addirittura “scene del crimine” disseminando proiettili mai sparati per giustificare i propri omicidi. Questo tipo di “pulizia sociale” in Argentina è chiamata “gatillo fácil, grilletto facile”. Una pratica che dai tempi della dittatura ad oggi continua ad essere molto preoccupante.

Qualche esempio?
Nel 2017, ha fatto scalpore il caso Chocobar, dal cognome di un poliziotto che ha ucciso alle spalle, dopo averlo rincorso, un giovane che aveva rapinato un turista a La Boca. Patricia Bullrich, ex ministra de Securidad nel governo Macri, ha giustificato l’azione di Chocobar, legittimando la violenza di Stato.

In Italia, recentemente, a Napoli, Ugo Russo, un ragazzo di 15 anni, è stato ucciso da un carabiniere in borghese dopo un tentativo di rapina. L’opinione pubblica si è scontrata con la difficoltà di raccontare questo episodio. Come si rielaborano storie così drammatiche?
Con grande sensibilità, comprendendo il dolore della comunità che ha subito quel lutto. L’uccisione di un giovane che sta compiendo un’azione illegale da parte di chi è formato all’uso professionale delle armi è per principio ingiusta.

Cosa l’ha colpita della biografia del «Frente» Vital?
Víctor aveva una caratteristica: condivideva con la gente della sua villa ciò che rubava. Aveva consenso ed era una specie di Robin Hood. Il giorno che fu ucciso ci fu una battaglia campale con la polizia. L’estremo saluto gli fu dato a colpi di arma da fuoco. Nelle situazioni di marginalità estrema, le comunità, per sottolineare il dolore di morti così dolorose, costruiscono, anche attraverso forme di un romanticismo popolare con cui non smetto di essere critico, atti di memoria rivendicatoria dicendo al resto della società: “noi esistiamo”, “noi sappiamo amare”, “noi rispettiamo i nostri figli”. Tornando al Frente, la sua tomba è poi diventata un santuario, testimonianza visibile del suo essere un santo popolare.

Come si è innescato questo processo culturale?
In Argentina esiste una tradizione orale legata al bandolero social. Tra i fuorilegge che rubano ai ricchi per dare ai poveri, il più famoso è il Gauchito Gil, ucciso nel Nord del Paese nella seconda metà dell’Ottocento. Impossibile non incontrare la sua immagine per chi visita il Paese. La credenza in una delinquenza che ha dei codici d’onore, che rispetta una identità di classe, arriva fino al Frente. Credo che lui sia l’ultimo santo di questo tipo perché la disintegrazione dello spirito comunitario nei settori più bassi della nostra società ha posto fine a comportamenti di solidarietà comune.

L’opinione pubblica argentina come accolse il suo libro?
Cuando me muera… è tra le prime opere a narrare, dal di dentro, la vita dei giovani marginali: le loro famiglie, i loro amori, le loro passioni. Per questo il titolo, che nasce da una cumbia colombiana amata dal Frente, è molto significativo. Perché mette in luce la vita di ragazzi abbandonati a sé stessi: senza un futuro, senza protezioni, senza diritti. A loro, forse, non importa di morire. Anzi, sanno che moriranno. Allo stesso tempo si godono la vita in una forma estrema di edonismo urbano. La cumbia, poi, diventa luogo di rifugio, dando ritmo ai movimenti dei loro corpi. Corpi che soffrono.

E oggi come lo accoglierebbe?
Dopo il caso Chocobar, si è allargata la crepa fra i settori di quel peronismo più attento ai problemi sociali e i settori conservatori della classe medio-alta che ragionano sulla opportunità che il delitto sia represso non solo con la legge ma anche attraverso la forza. In altre parole, una “muerte sin juicio, senza processo”, che romperebbe le regole della democrazia. Il rischio è di certificare l’incapacità dello Stato nella regolazione della violenza sociale.

Cosa ha significato per l’Argentina includere nella propria storia ufficiale, in occasione del «Bicentenario», un cittadino come Vital?
Il significato politico di una figura come questa è cruciale per la presa di coscienza di chi si interroga sulla povertà e sulla violenza. A partire dal mondo istituzionale, politico e scientifico-accademico.

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Nato nel 1970 a La Unión (Cile), Alarcón è un giornalista e scrittore che vive in Argentina. Codirettore del corso di laurea in Giornalismo narrativo dell’Università di San Martín, ha fondato e dirige la Revista Anfibia e Cosecha roja, una rete latinoamericana di cronisti giudiziari. I suoi libri: Cuando me muera quiero que me toquen cumbia (Premio Samuel Chavkin), Si me querés, quereme transa, Un mar de castillos peronistas.