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Internazionale

Crimini di guerra in Afghanistan, «sì all’inchiesta». Stati uniti infuriati

L'Aia, una data storica. Secondo il Tribunale di appello della Corte penale internazionale le vittime - afghane e non solo - potranno forse trovare giustizia

Pace senza giustizia. Una protesta a Kabul contro l'intesa Usa-talebani

Pace senza giustizia. Una protesta a Kabul contro l'intesa Usa-talebani

«La procuratrice è autorizzata a iniziare un’inchiesta sui presunti crimini compiuti sul territorio afghano a partire dall’1 maggio 2003, così come su altri presunti crimini legati al conflitto armato in Afghanistan». Le parole pronunciate ieri all’Aja dal giudice Piotr Hofmanski, presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, segnano una data storica: le vittime – afghane e non solo – di crimini di guerra e contro l’umanità potranno forse trovare giustizia.

PER IL DIPARTIMENTO DI STATO Usa, però, si tratta di «un’azione scioccante presa da un’istituzione politica mascherata da organismo giuridico». Un attacco durissimo, quello del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che l’anno scorso già aveva deciso di negare il visto degli Stati uniti alla procuratrice capo della Corte, Fetou Bensouda.

La decisione della camera di Appello della Corte ribalta il giudizio della camera di pre-dibattimento, che lo scorso aprile aveva respinto la richiesta, avanzata dalla procuratrice Bensouda nel novembre 2017, di aprire un’inchiesta sui crimini commessi in Afghanistan. Secondo le indagini preliminari condotte per quasi dieci anni, c’erano prove sufficienti per credere che tutti gli attori del conflitto – forze afghane, americane, anti-governative – avessero compiuto crimini di guerra o contro l’umanità, dalle torture agli abusi sessuali, dalle uccisioni indiscriminate di civili agli omicidi extra-giudiziari. Ma i giudici della camera di pre-dibattimento dell’Aja hanno sostenuto che aprire un’inchiesta non sarebbe stato «nell’interesse della giustizia»: l’inchiesta avrebbe potuto naufragare, a causa della riluttanza a cooperare del governo afghano e dell’aperta ostilità del governo degli Stati uniti. La procuratrice Bensouda ha così fatto appello e, dopo le testimonianze dei primi di dicembre, incluse quelle dei rappresentanti delle vittime, ieri è arrivata la decisione: la giustizia vada avanti. Contano le prove accumulate, non i presunti esiti dell’inchiesta.

LA SENTENZA È STATA ACCOLTA con entusiasmo dagli attivisti e attiviste della società civile, in particolare da quelli che fanno parte del Transitional Justice Coordination Group, un movimento che raccoglie una ventina di associazioni locali che si battono per la giustizia in Afghanistan. Preoccupa invece il governo di Kabul, che ha sottoscritto lo statuto di Roma nel febbraio 2003, aderisce dunque alla Corte penale, pur avendo adottato nel 2008 una legge di amnistia e avendo scelto l’impunità come politica istituzionale.

Fa letteralmente infuriare, infine, il governo degli Stati uniti, che non aderisce alla Corte, e che anzi considera le sue attività una minaccia alla propria sovranità e sicurezza nazionale. Da qui, la reazione del segretario di Stato Pompeo, che ieri ha dettato un comunicato ufficiale: l’inchiesta va contro gli sforzi di pace e «gli Stati uniti faranno di tutto per proteggere i propri cittadini da questa cosiddetta corte, fuorilegge».


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