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Visioni

Crêuza de mä nel grande mare Faber

Note sparse. In un libro di Guido Festinese la storia dell'album capolavoro di Fabrizio De Andrè realizzato insieme a Mauro Pagani

Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andrè

«Il punto fondamentale era: perché riferirsi a culture importanti e non a quella di casa nostra?». A parlare è Mauro Pagani da poco uscito dalla lunga militanza nella storica PFM, mentre osserva e in un certo senso si depura dal rock. Mentre De Andrè è alla ricerca di una lingua che superi la protervia borghese dell’italiano che «sta decadendo un po’ da lingua commerciale a lingua buona ormai per litigare nei tribunali».

SE OGGI l’ascoltatore più distratto può dare per scontata una vasta tradizione musicale legata al Mediterraneo, associata alle varie desinenze specifiche, riuscendo a mappare le influenze e le commistioni, meno lo era a fine anni ’70 o precisamente nell’84, data di pubblicazione di Crêuza de mä, l’undicesimo album di Fabrizio De Andrè, cantato in genovese, e che vede proprio nel polistrumentista/produttore Pagani uno dei principali artefici. Nel libro di recente pubblicazione Mare Faber – le storie di Crêuza de mä (Galata Edizioni, pp. 144, euro 15) l’autore e critico musicale Guido Festinese opera una genealogia dell’album partendo proprio da chi, dalla tradizione e dall’essenza delle «note mediterranee», ha cercato una forma nuova di un linguaggio già presente e che rifiutava l’accademismo, come i Gruppo Folk Internazionale, il Canzoniere del Lazio, gli Aktuala o gli Area. Sarà un viaggio a Cuba di Pagani con Demetrio Stratos, in occasione dell’XI Festival Mondiale della Gioventù, a stimolare il primo album solista di Pagani in cui per la prima volta appare il bouzouki, strumento greco basilare di Crêuza.

UN DISCO questo, la cui risultante sarà «non esotico o turistico» ma piuttosto un «romanzo d’avventure». Le musiche del Mediterraneo, nel libro, si forgiano come una serie di tappe gestazionali di un album viscerale, il più «bello nella storia moderna della musica», come lo definisce Wim Wenders. Un viaggio che per Pagani è anche fisico, mentre per De Andrè resta per lo più intellettuale.
Festinese compie un’accurata – e vivace – ricostruzione divulgando certo i tecnicismi (strumenti, accordature, registrazione, voce, dubbi, etc.) ma amalgamandoli scientemente con il contesto storico, con gli aneddoti e le atmosfere, assistito da fonti dirette e non, per raccontare una rivoluzione della musica cantautorale.


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