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Editoriale

Cosa accade nelle nostre periferie malate?

Quella che in questi giorni viene impropriamente chiamata Tor Sapienza dove sono accaduti gli episodi più violenti che si ricordino nella estesa periferia romana, è in realtà una piccola area situata su una collinetta compresa tra la via Collatina e la Prenestina là dove quest’ultima incrocia la grande arteria di via Palmiro Togliatti che avrebbe dovuto costituire, secondo il Piano Regolatore del 1962, la struttura portante dell’asse direzionale romano, mai realizzato. Siamo poco oltre il quartiere di Quarticciolo voluto da Mussolini a seguito dello sventramento di via dei Fori Imperiali e diventato famoso nel dopoguerra per le ben note vicende del Gobbo, eroe popolare, antifascista, diventato poi, in età repubblicana, sbandato e bandito.
Su questa collinetta è situato, quasi come un fortino che domina la valle, un grande insediamento di edilizia economica e popolare circondato dal viale Giorgio Morandi che letteralmente si snoda tutt’attorno al complesso residenziale a guisa di un fossato e lo collega, più a est, con la periferia storica di Tor Sapienza. La zona antistante, ai piedi della collinetta, è occupata dal Centro Carni e dalla rimessa degli autobus romani, accanto ai quali c’è una vasta area asfaltata, desertica, una sorta di zona franca dove per anni di sera sostavano prostitute e trans circondate da caroselli di automobilisti in cerca di sesso. Se si prosegue sulla via Togliatti verso la Collatina, il paesaggio appare sempre più degradato: prostitute prevalentemente di colore ai bordi della strada, piccole discariche a cielo aperto, accampamenti sparsi di barboni e rom, tentativi di orti urbani accanto alla ferrovia che da Roma va a Sulmona. Percorrere di notte questo tratto di strada mette una certa paura e nessuno, comunque, si avventurerebbe mai a salire sulla collinetta dove sorge l’insediamento popolare isolato e temuto quasi fosse un lazzaretto medievale. Poco vicino, sulla Prenestina, questa volta sì a Tor Sapienza, c’è la grande occupazione multietnica di Metroplizt diventata meta di incontri e dibattiti culturali, oltre che sede di bellissimi murales realizzati da famosi artisti.
Il «fortino» di case popolari è un grande rettangolo chiuso che richiama alla mente, per il numero di persone residenti (circa duemila) e per la sua forma geometrica, il Falansterio di Fourier. Realizzato negli anni Settanta/Ottanta dalle giunte di sinistra, in epoca delle lotte per la casa e i servizi, è organizzato su una grande corte interna (forse la più grande d’Europa) dove ci sono i locali che avrebbero dovuto ospitare i servizi per il quartiere e cha mai hanno iniziato a funzionare. La descrizione urbanistica è necessaria se si vogliono capire i motivi degli episodi di così tanta violenza come mai ne sono accaduti in altre periferie romane. Gli ingredienti c’erano tutti: una grande concentrazione di persone povere e sbandate in un’area ristretta e isolata, prostituzione droga e degrado delle aree circostanti, centro di accoglienza (che ironia questo nome!) per immigrati dall’Africa, dall’Albania e dal Bangladesh, isolamento spaziale dell’insediamento rispetto al tessuto urbano circostante. Collocare lì gli immigrati per lo più minorenni o richiedenti asilo, spaesati e senza occupazione, significa accendere un cerino in un deposito di polveri da sparo e così, purtroppo, è successo: il deposito è saltato. Innescando una spirale di rancori subito strumentalizzata da una destra xenofoba e razzista che in città ha sempre avuto radici consistenti a partire dal ben noto e storico Movimento sociale di Giorgio Almirante e dalla sua corte di mazzieri con i cascami postmoderni dei sedicenti fascisti del terzo millennio di Casa Pound. E’ troppo facile in questi casi limitarsi a prendere le difese delle ragioni degli abitanti quanto, al contrario, condannarli a rango di razzisti. E’ l’esplosione di un sentimento che cova profondo per essere stati abbandonati, per essere, quelli da loro abitati, luoghi che ribaltano alla cronaca solo perché diventano sempre più spesso discariche di rifiuti (come a Corcolle) o di scarti umani (come ancora a Ponte di Nona, e a Torpignattara) di una città che si rifà il trucco solo nella sua parte più appariscente (il centro storico), per il resto essendo il proprio corpo (la periferia) coperto da pustole, piaghe e infettato da storiche pestilenze. E così l’unico rimedio possibile per sedare la rivolta è quello di trasferire i 36 minori ospiti della Cooperativa «Un sorriso» in un’altra parte della città come fossero pacchi ingombranti, merce pericolosa, scarti industriali velenosi mentre, contemporaneamente, si celebrano i fasti del progetto del nuovo stadio della Roma accanto al Tevere (altra polveriera in attesa di esplodere) e dei tre grattacieli fantasma a formare una nuova altra piccola città nella grande città postmoderna. Per il resto, come assicura il questore, il territorio verrà presidiato dalle forze dell’ordine centimetro per centimetro. Spazio blindato e presidiato proprio come ricordava Foucault in «Sorvegliare e punire: la nascita della prigione» nel quale il filosofo francese adotta il paradigma della lebbra per spiegare l’esclusione: si tratta di mettere i lebbrosi fuori dalla città, di creare una netta divisione tra il fuori e il dentro per rincorrere l’ideale della comunità pura che costituisce il modello di quello che Foucault chiama la «Grand enfermement». Ricordava lo scorso anno Zagrebelsky a proposito della buona politica: se il potere non si dà un fine che lo trascende, se le sue leggi non s’identificano con la vita buona dei cittadini in generale, quale che essa sia, non c’è politica e tanto meno ci può essere democrazia. Nel nostro tempo non c’è una Pòlis – giusta città per natura e necessità – che a noi tocchi di riconoscere, difendere e accrescere. Ricostruirla, anche questo, è compito di una nuova sinistra che ancora non c’è.