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Editoriale

Corso Italia cambia verso

Camusso (Cgil) sembra avere preso sul serio Renzi, tanto da voler scavalcare a «sinistra» Landini

È indubbio che il gioco d’astuzia stia funzionando a Matteo Renzi. In attesa della proposta ufficiale sul Job Act che arriverà a metà gennaio, il segretario Pd ha ormai riscosso l’interesse del maggiore sindacato italiano. Quella Cgil che è in grado di bloccare, o favorire, qualsiasi riforma, o pseudo tale. E non solo del lavoro. Renzi sa benissimo che tra Cgil e Pd esiste un rapporto tanto simbiotico, quanto polemico. Al punto che il traghettatore dal fallimento di Bersani è stato Guglielmo Epifani, segretario della stessa Cgil fino al 2010.

L’iniziale diffidenza oggi sembra essere svanita a favore di un reciproco ascolto, anzi di un gioco delle parti con la Cgil. L’anno si riapre così come si era concluso: a dicembre Renzi aveva incassato il consenso sul «contratto unico a tempo indeterminato» da parte di Maurizio Landini, il segretario Fiom e leader della sinistra Cgil. Ieri, in un’intervista alla Stampa, la segretaria Cgil Susanna Camusso sembra avere preso sul serio Renzi, sebbene le indicazioni del Pd restino ancora vaghe.

La corrispondenza è tale che, a prima vista, Camusso sembra voler scavalcare “a sinistra” l’apertura di Landini. Verrebbe da dire che anche in Corso Italia il timore di una rottamazione produce effetti apparentemente miracolosi. Camusso ha abbandonato le stitiche campagne sindacali degli ultimi anni: quelle ad esempio sulla detassazione delle tredicesime e degli straordinari. Iniziative non certo particolarmente affascinanti per oltre il 40% di giovani disoccupati, men che meno per i milioni di disoccupati e scoraggiati che il lavoro non lo cercano più. Partite Iva, cocopro, interinali, precari sono esclusi da qualsiasi tutela sociale. Parliamo di un quarto della popolazione italiana a rischio povertà ed esclusione sociale, sul quale Istat, Censis e associazionismo da tempo mettono in guardia.

Dopo oltre cinque anni di depressione economica e sociale Camusso ha fiutato finalmente il vento e sostiene la necessità di «un sostegno al reddito durante la disoccupazione» perché «occorre uno strumento che interviene a favore di chiunque perda il lavoro», anche se il lavoro è precario, o finto autonomo. Si dichiara disposta a mettere in discussione i fondi della Cassa integrazione in deroga per deviarli «sul sostegno alla disoccupazione dei lavoratori precari». Poi prosegue con critiche alle proposte del ministro del Lavoro Enrico Giovannini che intende finanziare ulteriormente gli enti bilaterali. Denuncia le inefficienze della riforma Fornero, a cominciare dall’Aspi, e arriva a mettere in discussione l’esistenza della Gestione Separata Inps. Insieme all’istituzione di un “ammortizzatore sociale universale”, quest’ultima è una novità per la Cgil, e sembra raccogliere le battaglie di molti movimenti e associazioni (Acta, consulta delle professioni Cgil, Colap, tra le altre) contro l’iniquità previdenziale che condanna alla miseria autonomi e parasubordinati. Questo sembrerebbe il principio di un ripensamento complessivo delle strategie sindacali. Soprattutto perché avviene dopo un trentennio di sordità alle domande di estensione universale delle tutele e delle garanzie provenienti da quei soggetti sociali che hanno vissuto in carne ed ossa la precarizzazione delle forme del lavoro e l’impoverimento delle proprie esistenze.

In attesa di comprendere la reale proposta di Renzi e la concreta attitudine all’innovazione di Camusso, conviene fare chiarezza. L’urgenza di un sussidio di disoccupazione universale è innegabile in Italia. E perché sia davvero universale esso deve tutelare anche la persona dinanzi alla perdita di commesse per attività autonome e indipendenti. Si può partire da tre punti: razionalizzazione dei sussidi esistenti, recupero dei circa 4 miliardi annui della Cig in deroga e radicale ripensamento della Gestione Separata Inps, prevedendo versamenti ad opera del committente come – tra gli altri – proponiamo nel libro Il quinto Stato. Perché il lavoro indipendente è il nostro futuro. Altrettanto urgente è l’istituzione di un reddito minimo garantito, in sostegno di quelle persone che pur lavorando non riescono a raggiungere condizioni di vita dignitose. Le istituzioni europee ce lo chiedono dal 1992.

Giova ricordare, purtroppo fino alla nausea, che proprio in questi ambiti giacciono in parlamento tre proposte di legge: di Sel, pentastellari e di alcuni deputati e senatori Pd, come Marianna Madia, responsabile lavoro della nuova segreteria. Questi sono i primi, decisi passi per un realizzare un Welfare universale in Italia. È questa la reale intenzione del dialogo tra Pd e Cgil?

  • Giacomo Casarino

    Il paradigma, in qualche modo fondativo, della “nuova” CGIL sembrano essere le atti­vità auto­nome e indi­pen­denti. E i precari? E i salariati? Non ce ne occupiamo perché sarebbero già “garantiti”? La vera novità in CGIL (novità di cui si continua a tacere persino alla vigilia delle assemblee congressuali) è la presentazione di un documento alternativo”Il sindacato è un’altra cosa” (primo firmatario Giorgio Cremaschi).

  • lorenzo mazzucato

    Sono perfettamente d’accordo, caro Casarino, ma il Manifesto fa endorsement ormai solo per Sel o la cosiddetta sinistra del piddì (ma qual’è?). Un tempo, questo giornale si batteva per le minoranze, critiche e seriamente radicali. La minoranza congressuale in Cgil si dibatte in grosse difficoltà. Coprire tutte le assemblee è impossibile. I relatori del documento 2 (a firma Cremaschi) sono tutti volontari, lavoratori che ci rimettono denaro e orario di lavoro, e competono con tutti funzionari spesati e distaccati che sostengono il documento 1. Parlarne qui no?!

  • Giacomo Casarino

    Caro Mazzucato, io (ma sono pensionato) sono tra quelli che si sono offerti per partecipare come presentatore del documento 2 alle assemblee della CGIL. Figurati se non sono d’accordo con te (ho aderito anche a ROSS@, sono intervenuto a tutte le assemblee nazionali). Io che dal lontano ottobre 1970 ho seguìto nascita e sviluppo (e sostegno) del giornale ho rotto con quello che si chiama il “nuovo manifesto”, irriconoscibile, esangue, senza linea. E senza informazione su quanto si muove a sinistra. Io non voglio tutte le mattine sentirmi insultato, e pertanto mi comporto di conseguenza!.

  • O. Raspanti

    Caro Giacomo, posso capire una certa tua esasperazione ma chiedere al manifesto “una linea” che nemmeno le forze di sinistra riescono a elaborare (se si analizzano le cose seriamente e non si prende per linea l’accorpamento di cose disparate), mi sembra tanto.
    Il giornale sta ri-nascendo (il termine “nuovo” è per ragioni giuridico-amministrative, penso) fra mille difficoltà.
    Anch’io, come te, non capisco troppo la pruderie (per non dire le omissioni) del giornale rispetto a quanto si sta facendo a sinistra, ma la considero una fase transitoria o almeno me lo auguro.
    Ad ogni modo sarebbe interessante, a mio modo di vedere, che Ross@, Alba, PRC, PdCi, Verdi e le altre organizzazioni che rappresentano la sinistra italiana uniscano i propri sforzi per dare origine ad un progetto comune (e parlo di progetto e non di alleanze elettorali e elettoralistiche).
    È chiaro che se il manifesto non riuscisse ad intercettare questo segmento della società italiana, allora sarebbe la fine del giornale.