Muisne, Pedernales, Manta…Il paese che ha ritrovato il presidente ecuadoriano Rafael Correa dopo il terremoto che l’ha colpito, ha un volto ben diverso da quello che aveva lasciato per recarsi negli Usa a presentare il documentario turistico The Royal Tour. La notizia che un sisma di magnitudo 7,8 della scala Richter aveva devastato la zona costiera, lo ha raggiunto domenica, mentre era in visita al papa Bergoglio, in Vaticano.

E il presidente è tornato immediatamente in Ecuador. L’ultimo bilancio, purtroppo ancora provvisorio perché molti corpi sono ancora intrappolati dalle macerie, è di almeno 413 morti e più di 2.500 feriti. «È la tragedia più grande degli ultimi 67 anni», ha detto Correa, ricordando il terremoto di Ambato del 5 agosto del ’49. Il 31 gennaio del 1906, un sisma di magnitudo 8,3 ha causato tra le 500 e le 1.500 vittime. Quello di domenica è stato uno dei terremoti più devastanti degli ultimi vent’anni in America latina: nel 2007, ci sono stati 600 morti in Perù, nel 2010, 150 in Cile e 300.000 ad Haiti. Secondo l’Istituto geofisico, da sabato si sono verificate oltre 300 repliche, alcune di magnitudo superiore al 6 nella scala Richter. Forti scosse si sono avvertite anche in Perù e nella parte meridionale della Colombia. L’epicentro si è registrato nell’oceano Pacifico, a una profondità di 20 km, a 28 dalla costa ecuadoriana e a 173 dalla capitale Quito e da Muisne, una zona turistica di piccoli porti e pesca. In gran parte distrutta Pedernales, la città più ricca della provincia di Manabi.

Duramente colpito anche il porto di Manta, il più importante del paese, dove un tempo si trovava la base Usa, prima che Correa decidesse di non rinnovare la concessione, e dove ora rimangono le Forze armate ecuadoriane. Esclusa la possibilità di tsunami, anche se le popolazioni che abitano in alcuni punti della costa sono state evacuate. Come gli consente la costituzione, Correa ha dichiarato lo stato d’emergenza: «Animo – ha detto visitando le zone colpite – è una grande tragedia, ma il nostro spirito sarà più forte».

L’esecutivo ha dispiegato 10.500 soldati e 4.600 poliziotti. Intanto, si è attivata la solidarietà internazionale: quella condizionata, e quella dei paesi dell’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America ideata da Cuba e Venezuela, di cui l’Ecuador fa parte. Cuba ha inviato sul posto brigate di medici. Il primo ad atterrare a Manta è stato un aereo delle Forze armate venezuelane, carico di aiuti e dei volontari del gruppo Simon Bolivar, specializzati in questo genere di soccorsi. Da Caracas e da tutta l’America latina sono partiti gruppi organizzati di volontari, per scavare fra le macerie, ma anche per allestire cucine da campo e predisporre interventi di prima accoglienza. I membri della Unasur (l’unione delle nazioni del sud a cui appartiene anche l’Ecuador), devolveranno un giorno di salario. Il Segretario generale Onu, Ban Ki-moon si è felicitato con il governo ecuadoriano per la gestione dell’emergenza. L’Unicef ha inviato kit di sopravvivenza. Federica Mogherini, Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha attivato il Meccanismo europeo di protezione civil.

L’ambasciata dell’Ecuador a Roma ha disposto dei punti di raccolta per gli aiuti. I danni economici prodotti dal terremoto sono incalcolabili. Tutte le risorse del governo sono rivolte all’emergenza, a cui sono stati destinati 300 milioni di dollari. Altri 600 milioni arriveranno da una linea di credito privilegiata disposta dalla Banca mondiale e da quella Interamericana per lo sviluppo per la ricostruzione delle province colpite.

La costa, cuore turistico nazionale e internazionale del paese, è devastata. Nei luoghi più poveri e ancora mal collegati, il crollo di strade e ponti ha rallentato i soccorsi, che hanno potuto arrivare solo il giorno dopo e con l’ausilio degli elicotteri delle Forze Armate e della polizia. Gli esperti indicano che il terremoto si è prodotto per la collisione tra la placca tettonica di Nazca e quella dell’America del Sud. Il grande movimento tettonico ha dato origine alla Cordigliera delle Ande, con i suoi tanti vulcani. Le alte cime ecuadoriane ne albergano molti, alcuni dei quali attivi. Il Cotopaxi, con i suoi 5987 metri sul livello del mare è il vulcano attivo più alto del mondo.

L’Ecuador si trova in una delle zone più sismiche del pianeta, con una frequenza elevata di magnitudo, come dimostra la successione di terremoti verificatasi nella regione. Nel continente latinoamericano, c’è però chi ha tirato fuori la «guerra preventiva» contro i paesi considerati «assi del male» e il programma militare Haarp, di cui ha parlato anche il sito Wikileaks: un programma di ricerca con base a Gokona, in Alaska che, dal 1992, cerca di influenzare i cambiamenti climatici con le radiazioni ad alta frequenza. Per rompere l’accerchiamento che rischia di strangolare l’esperimento progressista in Brasile e quello più avanzato in Venezuela, Correa e Morales, seppur con diversi accenti, hanno compiuto viaggi negli Stati uniti e in Europa e firmato accordi commerciali. Tenere in piedi le alleanze continentali non asimmetriche impostate dal Venezuela in un momento di crisi e di caduta verticale del prezzo del petrolio, e con il dispiegarsi dello storico Accordo neoliberista realizzato dagli Usa (il Tpp), è però tutt’altro che facile.

Adesso, per Correa, sarà ancora più difficile. Qualche giorno prima del sisma, il presidente ecuadoriano aveva denunciato che, contro l’America latina è in atto un «nuovo piano Condor». Negli Usa, l’economista di scuola europea che dirige un paese ancora dollarizzato, era andato per promuovere il turismo, che aveva nella parte costiera una delle sue punte di eccellenza. Ora, quella parte dell’Ecuador è crollata, ma dal Brasile al Venezuela, dall’Ecuador all’Honduras, i movimenti riprendono le parole di Correa: «Il nostro spirito è più forte della tragedia».