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Editoriale

Contro riforma

Che la parola «riforma» ormai non significhi più niente, o comunque niente di buono, lo prova la storia dell’articolo 81 della Costituzione. «Riformato» in appena sei mesi tra la fine dell’ultimo governo Berlusconi e la breve stagione di Monti. All’apogeo delle larghe intese, il vincolo del pareggio di bilancio fu inserito nella Carta con 14 voti contrari su 650, accogliendo proposte convergenti di Berlusconi e Bersani. Neanche i più ottusi rigoristi europei chiedevano di mettere il vincolo direttamente in Costituzione; l’Italia minacciata di troika volle strafare.

Così oggi Renzi, quando si atteggia ad avversario dell’austerità, dimentica di dire che il nostro paese ha l’austerità scolpita nella legge fondamentale. E che il governo la rivendica, altrimenti avrebbe aggiunto l’articolo 81 alla lista dei quaranta e più articoli della Carta che sta imponendo alle camere di riscrivere. Adesso la sinistra che non era allora in parlamento, assieme a un po’ di deputati del Pd rinsaviti, a diverse associazioni, alla Fiom e ai costituzionalisti che non credono troppo nella proposta di referendum abrogativo già in campo (perché limitata negli effetti e a rischio bocciatura della Consulta) tentano la strada della legge costituzionale di iniziativa parlamentare. Per bonificare l’articolo 81, riportandolo dal precetto ragioneristico di quasi 20 righe che è diventato all’originario e semplice principio di copertura delle spese. Se quella era una «riforma», dobbiamo dunque affidarci a una «controriforma» che in realtà ha il segno progressista del riformismo vero e recupera i «diritti fondamentali delle persone» al centro della finanza pubblica. In questo modo una legge di bilancio che tagliasse i servizi pubblici essenziali e investisse in armi da guerra, per esempio, sarebbe censurabile dalla Consulta con più certezza di quanto, a parere di diversi costituzionalisti, non lo sia già oggi. Annichilita dalle sconfitte, la sinistra trova ancora una volta nella Costituzione «formale» e nella battaglia per la sua piena applicazione l’ultimo terreno di resistenza. Magari il primo dal quale tentare una mossa.

  • Riccardo

    “Cosa può significare oggi difendere la Costituzione? Come riattivare il potenziale emancipatorio della Costituzione del 1946? Ma, più radicalmente, esiste ancora questo potenziale? Oppure bisognerebbe prendere atto che la globalizzazione, la crisi della
    rappresentanza, le trasformazioni del lavoro, della produzione, delle soggettività individuali e collettive hanno consumato oramai in modo
    irreversibile il terreno costituzionale classico, rischiando di rendere semplicemente testimoniali o comunque inefficaci le battaglie che si
    installano su quel terreno?” (Giso Amensola, “il manifesto” del 17/10/2013).
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    Segnalo una raccolta di saggi, “Gli algoritmi del capitale” (Ombrecorte, 2014). Che si apre con il “Manifesto per una politica accelerazionista” di Alex Williams e Nick Srnicek, e la risposta di Antonio Negri. Questo Manifesto ha avviato un ampio dibattito ancora in corso. Negri risponde riportando il programma al problema dell’organizzazione del politico.
    Questo mi sembra il dibattito, per quanto riguarda il pensiero politico radicale, che per ampiezza e profondità di vedute debba essere portato all’attenzione dei lettori del Manifesto. Spero che il Manifesto segua tale dibattito e ci tenga informati.
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    Parlare di Costituzione “formale” e di “battaglia per la sua piena applicazione” come ultimo terreno di resistenza, in sé e per sé risulta sterile e anacronistico. “Le costituzioni, come sono state tirate dall’alto dai processi di globalizzazione, così sono state sfidate dal basso da nuove esperienze soggettive, nuove forme di vita”. “…riuscire davvero ad attraversare il postmoderno senza diventare deboli o cinici, più che con una difficile operazione di salvezza della forza normativa ed emancipativa del progetto moderno, ha forse molto a che fare con la capacità di inventare nuovi processi istituenti e costituenti” (Giso Amendola, cit.)

  • il compagno Sergio

    Mi fa piacere che Riccardo citi due passaggi di Giso Amendola di una stupidità assai profonda infagottata e servita con un linguaggio pseudointellettuale (che ricorda il celebre sinistrese) che è molto fumo e poca sostanza (e i cui concetti sono quanto mai vaghi: fa poesia più che scienza politica).
    I valori espressi dalla Costituzione italiana non sono affatto superati o obliterali dalla mondializzazione (che semmai li rende ancor più urgenti e necessari).
    Che poi Amendola sia professore all’università di Salerno questo aggrava ancor più il suo caso.
    E se ancora può scrivere quello che scrive lo deve alla Costituzione Repubblicana e al manifesto che glielo pubblica.

    Aspettiamo ansiosi i nuovi processi istituenti, costituenti, destituenti, immanenti e senza mal di denti.
    Intanto Renzi e associati la massacrano con la motosega.
    Vai Pindaro Adalgiso, digli qualcosa te, che li lasci tutti a bocca aperta.