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Politica

Conte firma il decreto che blocca le attività non essenziali

Emergenza Coronavirus. Dopo due giorni di braccio di ferro con Confindustria il governo vara il nuovo decreto: vietati tutti gli spostamenti fuori dal comune di residenza non dettati da motivi di lavoro, necessità o salute e, alla fine, bloccate anche le attività non essenziali

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte

Il braccio di ferro sulle chiusure dura tutto il giorno. Confindustria va all’attacco con una lunga lettera inviata al presidente del consiglio dal presidente di Confindustria Boccia. Bisogna “contemperare la stretta decisa ieri con alcune esigenze prioritarie del mondo produttivo”. In concreto non dovrebbero chiudere le aziende “non espressamente incluse” nella lista compilata dal governo, che comunque dovrebbe tener conto non solo delle aziende “essenziali” ma anche di quelle “strategiche”, che devono restare aperte.

Dovrebbero essere escluse “le attività che non possono essere interrotte per ragioni tecniche”, e a decidere quali siano queste aziende dovrebbero essere le aziende stesse con “un’autocertificazione”. Anche le aziende destinate a sospendere la produzione, comunque, dovrebbero restare aperte sino a completamento dei “lavori già in corso”. La chiusura, in questo modo,diventerebbe una specie di presa in giro, con la maggior parte delle aziende in grado di non chiudere.

Ma la lettera di Boccia, accompagnata da un nutrito fuoco di fila delle varie sezioni regionali di Confindustria, riempie di nuove armi l’arsenale di chi, nel governo, alla chiusura è sempre stato contrario, buona parte del Pd e lo stesso Conte.

L’offensiva del resto era partita già nella notte. Da palazzo Chigi giurano che quando Conte ha letto il suo messaggio via Fb la lista delle attività da sospendere era già pronta, poi però tutto è stato bloccato proprio per la necessità di verificare la fondatezza delle proteste degli industriali. Passano le ore, il decreto non arriva. Si sparge la voce che verrà rinviato di due giorni.

I sindacati, a questo punto, lanciano una velata minaccia di sciopero generale nel caso il governo non intenda più procedere.

Alla fine il decreto arriva.

Il decreto Conte del 22 marzo 2020

L’elenco delle attività che restano aperte

La richiesta di Confindustria di poter completare i lavori in corso è stata accolta: in quei casi la sospensione è rinviata al 25 marzo. Sugli impianti a ciclo produttivo continuo, quelli che non potrebbero sospendere la produzione senza rischiare di non poterla riprendere, la formula è più ambigua: devono avvertire il Prefetto che, se non ritiene che le condizioni che impediscono la chiusura siano reali, può ordinare la sospensione. Il decreto include anchela decisione assunta ieri dai ministeri della Salute e degli Interni: il divieto di spostarsi dal comune in cui ci si trova, una misura che, se assunta per tempo avrebbe impedito i disastrosi esodi dalla Lombardia verificatisi in due week-end consecutivi.

La prolungata attesa del decreto rinfocola le polemiche dell’opposizione, ma anche di Iv e di molti commentatori sulla scelta di annunciare un provvedimento di questa importanza via Fb e senza avere già pronto il decreto.

“E’ una pandemia, non il Grande Fratello”, attacca Renzi. “Ci vuole chiarezza, non decreti notturni. Il Colle deve convocare tutte le forze politiche”, protesta Salvini e Giorgia Meloni insiste perché il Parlamento, che attualmente si riunisce una volta la settimana, sia invece convocato in seduta permanente.

In realtà Conte, sabato notte, dopo una giornata nella quale, incalzato dalle cifre tragiche dell’epidemia e da una pressione corale che partiva da medici, governatori, sindaci, commentatori, dell’opposizione ma anche di mezza maggioranza, si era rassegnato a fare quel che all’alba dello stesso giorno escludeva.

Impossibile, dopo una simile giornata, avere già pronta la lista delle attività da sospendere, nonostante le assicurazioni “diplomatiche” di palazzo Chigi.

Ma se il premier non avesse almeno annunciato la decisione, e che lo abbia fatto con un messaggio sulla sua pagina Fb è la tipica polemica di lana caprina, ieri, dopo la decisione della Lombardia e del Piemonte di chiudere comunque, per il governo sarebbe stato un massacro. I titoli avrebbero strillato, a ragion veduta, che le Regioni avevano scelto di fare da sé lasciando al palo il governo e le sue indecisioni.

L’esito sarebbe stato caotico. Conte non aveva scelta (qui il pdf del decreto).

L’esito delle misure assunte si vedrà solo tra due settimane ma il governo spera che nei prossimi giorni i dati registrino invece un miglioramento sensibile grazie alle norme in vigore dall’11 marzo.

Il bollettino di guerra di ieri qualche miglioramento lo registra ma timidissimo: le vittime sono state 651, una cifra agghiacciante ma un po’ meno tragica dei quasi 800 morti del giorno precedente.

I nuovi positivi sono 5.560, anche in questo caso in lieve diminuzione rispetto al giorno precedente. Ma il dato più eloquente, quello delle intensive vede un incremento del 6%, ed è un miglioramento reale anche se non troppo sensibile.

Non è abbastanza neppure per parlare di una prima pur piccolissima vittoria. E’ abbastanza per sperare che nei prossimi giorni la curva possa iniziare davvero ad appiattirsi.