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Editoriale

Conte affonda il capitano nero

La pacchia è finita. Conte ha pronunciato una resa dei conti durissima contro un ministro degli interni responsabile di esprimere una tendenza autoritaria, nutrita da scelte e comportamenti frutto «della mancanza di una cultura istituzionale»

Più una requisitoria che un’arringa, più un j’accuse senza appello contro Salvini che una difesa, abbastanza scontata, dell’operato del governo gialloverde. Senza alcun cenno di autocritica sull’operato del suo Ministero, anzi rivendicandolo, anche sulla questione dell’immigrazione e dei decreti-sicurezza salviniani.
In diretta televisiva, Conte ha pronunciato una resa dei conti durissima contro un ministro degli interni responsabile di esprimere una tendenza autoritaria, nutrita da scelte e comportamenti frutto «della mancanza di una cultura istituzionale». Poi l’affondo contro «un fomentatore di odio nel paese», un odio pericoloso perché mette la piazza contro il Parlamento.

Nell’inedita atmosfera di una città deserta e di Palazzi romani invece affollatissimi, finalmente il Senato della Repubblica al gran completo si è riunito per ascoltare le comunicazioni del presidente del consiglio Conte sulla crisi del suo governo. Come aveva detto proprio davanti a quella stessa assemblea del senato appena qualche settimana fa, (e come forse già stava annunciando), qualora si fosse manifestata una crisi della maggioranza, lui sarebbe tornato alle Camere per discuterne in totale trasparenza.

Il passaggio di Conte politicamente più rilevante, applaudito anche dai banchi del Pd, è arrivato quando ha affondato la lama nel cuore nero del salvinismo: «Chiedi pieni poteri, invochi le piazze, esprimi una concezione della politica che mi preoccupa».

Fitta e puntigliosa la disamina della lunga serie di scorrettezze istituzionali, compresa quella di rifiutarsi di presentarsi in Parlamento per rispondere «della vicenda russa che va chiarita», fino richiamarlo all’imbarazzante circostanza di presentare una mozione di sfiducia contro il capo del governo senza però ritirare i propri ministri.

E dopo il de profundis, la salita al Quirinale per rassegnare le dimissioni al Capo dello Stato. Con una stilettata finale nella replica del Presidente del consiglio, mentre le agenzie di stampa parlavano del ritiro della mozione leghista: «Se manca il coraggio a Salvini, nessun problema la responsabilità della crisi me l’assumo io».

Salvini non lo ha smentito pronunciando un comiziaccio di terz’ordine, farcito dei cattivi pensieri dell’estrema destra, compreso il riferimento al calo demografico e al pericolo di sostituzione del popolo italiano con l’invasione dei migranti, fino all’appello finale all’immacolata vergine Maria a protezione dell’Italia, un’invocazione accolta dai plaudenti senatori leghisti. Poi se ne è andato al Viminale per replicare con un video sui social lo sproloquio appena svolto in aula.

Voleva mostrarsi nel suo ufficio, per comunicare che ha ancora il potere di ministro e per estendere al pubblico dei suoi sostenitori lo stesso testo appena pronunciato a palazzo Madama.

Il suo appello alle piazze (mediatiche e reali) è tuttavia anche un segno di debolezza di chi sta per restare senza le leve (e i soldi) del suo ministero, di chi è inevitabilmente azzoppato da una crisi che gli è sfuggita di mano.

A dimostrazione, proprio ieri la magistratura ha deciso di far sbarcare i migranti della Open Arms tenuti, inutilmente, ferocemente in ostaggio dal ministro leghista.

Ma i protagonisti della scena ieri erano tre. Dopo i duellanti Conte e Salvini, sotto la luce dei riflettori del Senato si è alzato Renzi per un breve e studiato intervento, che aveva soprattutto lo scopo di inviare un messaggio innanzitutto al suo malconcio partito, in seconda battuta agli alleati di una futuribile maggioranza Pd-M5S. Renzi ha assicurato che non farà parte del nuovo governo, che, secondo la sua idea, deve evitare il voto subito per scongiurare l’esercizio provvisorio dei conti pubblici, delineando così un governo di scopo per fronteggiare la recessione europea. Il contrario di un governo di legislatura sostenuto da altri esponenti del partito, forse, chissà, anche dal segretario Zingaretti.

Finalmente questa crisi fantasma diventa una crisi conclamata con il passaggio del testimone nelle mani di Mattarella. Un primo passo, una prima tessera pur dentro un puzzle impazzito perché onestamente nessuno può immaginarne ancora la conclusione, e capire l’esito finale tra showdown elettorale come chiede l’ormai ex ministro dell’interno o l’inedita alleanza di centrosinistra.

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