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Editoriale

Con Pannella un incontro-scontro durato tutta la vita

Marco Pannella 1930-2016. Una vita politica insieme, ma io comunista, lui liberal democratico. La sua onestà, la sua cocciuta ostinazione nelle battaglie a favore di cause sacrosante sono una ricchezza politica del nostro tempo

Marco Pannella con Rossana Rossanda, Toni Negri e Jaroslav Novak

Credo di essere la persona ancora vivente che ha conosciuto da più tempo Marco Pannella, molti dei nostri amici coetanei essendo già passati altrove (sicuramente in paradiso), i più giovani non avendo avuto l’aspro privilegio di una amicizia/inimicizia lunga come la nostra, cominciata addirittura nell’anno accademico 1947/’48.

Ci siamo incontrati al primo anno della facoltà di giurisprudenza di quella che oggi viene chiamata La Sapienza, ma allora semplicemente Università di Roma, perchè a quei tempi ce n’era una sola e non occorreva specificare.

Era ancora piena di fascisti, anche piuttosto picchiatori, riuniti nel gruppo “Caravella”, e un bel po’ di cattolici molto moderati, capeggiati da Raniero La Valle (ora, più a sinistra di me, per fortuna).

Sia io che Marco eravamo dall’altra parte, laici e antifascisti: ma io ero già comunista, lui liberal-democratico.

Siamo restati così per tutta la vita.

Cominciammo subito come avversari: c’erano le prime elezioni per l’Interfacoltà, il parlamentino studentesco, e io concorrevo candidata insieme ad Enrico Manca, socialista (poi dirigente di primo piano del Psi e anche presidente della Rai ), per la lista Cudi (centro universitario democratico italiano, in cui si identificava tutta la sinistra), lui per la lista cui aveva dato, come abitudine, un nome stravagante: “Il Ciuccio”. Che era però emanazione della già assai famosa Unione Goliardica, l’Ugi.

Di questa organizzazione Marco fu presidente per un decennio ed ebbe il merito di politicizzarla, sicché è proprio dalle sue fila che uscì negli anni ’60 quasi tutto il ceto dirigente laico della prima Repubblica (per il bene e per il male del paese). Anche noi comunisti finimmo per confluire nell’Ugi a metà degli anni ’50, quando la divisione del mondo, che dopo il 18 aprile ’48 ci aveva confinato nella parte esclusa, si frantumò e anche nelle Università diventammo normali. Vi entrai anche io, superando con qualche difficoltà l’odio che l’Ugi mi aveva lasciato al suo primo incontro importante: al primo congresso nazionale dell’Unuri (il parlamentino nazionale studentesco), quando osai prendere la parola e fui accolta da un coro maschile (di femmine non ce n’erano quasi) che mi gridò «passerella passerella». Intervenire per una donna era come fare lo streap tease, per fortuna avevo la pelle dura altrimenti non avrei più parlato per tutta la vita. Marco, comunque – sebbene presidente – con quelle schiamazzate non solo non c’entrava, ma fu proprio lui a redimere l’organizzazione e gliene rendiamo tutti merito.

Della questione femminile anzi si è per tutta la vita occupato molto, soprattutto da quando nacque il Partito radicale e all’orizzonte comparve Emma.

Proprio per via di divorzio e poi aborto ci siamo ritrovati con Marco, con cui posso dire di aver trascorso quasi l’intera vita fianco a fianco. Prima nelle battaglie universitarie, cui sia io che lui abbiamo partecipato in prima persona fino in tarda età, lui perché insostituibile leader dell’Ugi, io perché direttore di “Nuova Generazione”, cui, essendo il settimanale della federazione giovanile comunista, correva l’obbligo di seguire da vicino le vicende studentesche. In seguito, salvo una breve “vacanza” a cavallo fra i ’50 e i ’60 (quando Marco si trasferì a Parigi e molto e proficuamente si occupò di Algeria) per via, dell’esplodere della questione divorzio, quando i radicali furono la punta di diamante della battaglia a favore del primo progetto di legge firmato dall’onorevole socialista Loris Fortuna.

Combattemmo ancora una volta sullo stesso fronte, ma ancora una volta litigando. Io lavoravo a Botteghe Oscure nella sezione femminile con Nilde Jotti, impegnate a convincere un assai conservatore Pci che la questione era matura, e però ben convinte che se il diritto a rompere il matrimonio non fosse stato accompagnato da una riforma del codice familiare che riconoscesse alla donna qualche diritto (alla casa, al riconoscimento monetario del suo apporto all’economia domestica anche quando casalinga, ecc.) la eventuale vittoria sarebbe stata un disastro per la grande maggioranza.

Non fummo d’accordo neppure sull’aborto, per il quale, tuttavia, ci battemmo di nuovo insieme: i radicali volevano di più, noi del Manifesto-Pdup considerammo la legge ottenuta – la più avanzata di tutta Europa perché l’interruzione di maternità veniva mutualizzata e dunque garantiva le donne prive di mezzi finanziari – come qualcosa da difendere; e infatti così ci schierammo quando poi i clericali promossero il referendum per la sua abolizione.

Nel frattempo, nel 1976, eravamo entrati alla Camera dei Deputati: i radicali con 4 deputati, noi, con la lista di sinistra chiamata Democrazia Proletaria, con 6.

Gruppi così minuscoli in parlamento non si erano ancora visti mai e non c’erano nemmeno i locali per alloggiarli. A lungo i funzionari cercarono di convincerci a stare tutti e 10 assieme: rifiutammo con decisione da ambo le parti e l’amministrazione di Montecitorio fu costretta ad erigere un muro divisorio in un ampio ambiente, sfrattando fra l’altro il povero Bozzi, a capo di uno storicissimo partito, quello Liberale, che però, in quella tornata di deputati ne aveva avuto solo 2.

(Battuta, credevamo definitivamente, la Legge Truffa del 1953, eravamo anni luce dall’ipotizzare che sarebbe un giorno arrivato l’Italicum a privare il paese dell’apporto di gente come noi).

Il periodo più aspro del mio rapporto con Marco Pannella ebbe inizio qualche anno più tardi, nel 1979, quando tutti e due ci ritrovammo nel primo Parlamento europeo eletto direttamente.

Anche se per cinque anni, per la prima volta, restammo nel medesimo gruppo. Che tuttavia, per prudenza e ben consapevoli delle nostre differenziate visioni del mondo, decidemmo di chiamare “Gruppo di coordinamento tecnico”. Per sottolineare che quanto ci univa era solo il bisogno, nel senso che il regolamento di Strasburgo non consentiva mini aggregazioni. Insieme anche ai nazionalisti fiamminghi, a Antoinette Spaak dissidente socialista belga e a un deputato irlandese vicino all’Ira, abbiamo attraversato la prima legislatura della nuova istituzione dividendoci su un sacco di cose: su Arafat, contro cui i radicali organizzarono picchetti quando per la prima volta venne al Parlamento europeo ospite del gruppo socialista; e poi sul voto per il riconoscimento dell’African National Congress di Nelson Mandela ( ancora in carcere). Ambedue le volte perché guerriglieri, in paesi – Israele e Africa del sud – dove c’era un bel parlamento.

Sono stati scontri aspri, così come quello sul finanziamento dei partiti e in contrasto con i sindacati, definiti “Trimurti”.

Insomma, come avete capito da questo racconto: una vita assieme e però mai d’accordo. Eppure mai nemici davvero, anzi, umanamente amici: con Emma in particolare, ma anche con l’impossibile Marco.

Io gli ho voluto bene, e credo anche lui me ne volesse. Eravamo sempre contenti quando ci capitava di incontrarci.

Riconosco i suoi meriti per aver reso popolari, di pubblico dominio, problemi su cui nessuna forza politica si è mai impegnata a sufficienza, la questione carceraria innanzitutto.

La sua onestà e la sua cocciuta ostinazione nelle battaglie a favore di cause sacrosante sono una ricchezza politica del nostro tempo.

Se abbiamo molto litigato è perché ci ha diviso una cultura politica che per ognuno di noi era irrinunciabile e l’una dall’altra per molti aspetti distante, ma mai tanto da non vederci, alla fin fine, dalla stessa parte della società. Diversa, per via di una visione della democrazia: come libertà individuale assoluta per lui, il primato del “noi” sull'”io”per me.

Ma santiddio: si è trattato sempre di un confronto politico serio; ed è per questo che ora che è scomparso provo non solo dolore personale, ma anche tristezza politica: per la nostalgia di un tempo in cui noi quasi novantenni abbiamo vissuto, che è stato un tempo bellissimo, perché bellissima è la politica. Quando è veramente politica. Lo è quando ognuno avverte il dovere, la responsabilità, di impegnarsi a rendere il mondo migliore.

Marco Pannella va ricordato per questo; ed è molto.

  • roccosiffredi

    Certo, in quasi 90 anni di vita qualcosa di buono non può non averla
    fatta, ma è giusto, anche in un momento simile, ricordare le
    contraddizioni ed evitare beatificazioni. Mi chiedo anzitutto se abbia mai lavorato in vita sua. A quanto risulta non ha mai alzato una paglia. E va bene. Tra le tante battaglie “civili” non ne ricordo una contro i privilegi dei parlamentari: infatti. esattamente come chi ha scritto l’articolo e la sua amica Bonino, costui ha vissuto agiatamente a spese nostre per quarant’anni. Ma, ancora peggio, nessuno ricorda come il Pannella avesse ideato il trucco di far dimettere i propri parlamentari a metà legislatura facendo guadagnare il vitalizio ai subentranti, anche se in servizio per un solo giorno. Si dichiarava liberale e liberista: ma lo era esattamente come il suo sodale Berlusconi,ovvero lo Stato gli tornava comodo quando c’era da succhiare soldi. Così si era inventato il “servizio pubblico” svolto da Radio Radicale (la diretta delle sedute parlamentari) e si imbarcava così 10 milioni l’anno di denaro pubblico: ma non risulta che nessuno avesse richiesto tale servizio. E non risulta che i Radicali, cioè Pannella, abbiano mai fatto scioperi della fame affinché la Rai si assumesse il compito che avrebbe dovuto svolgere per statuto. Ovviamente, essendo la convenzione rinnovata di anno in anno nella legge finanziaria si capisce come Radio Radicale dipenda dalla marchetta continua al governo del momento. Basta infatti ascoltare programmi dedicati all’attualità politica per constatare come vengano maltrattati gli avversari del governo, massimamente i 5S che, presumibilmente, se arrivassero al governo non rinnoverebbero la concessione, costringendo molta gente a trovarsi finalmente un lavoro. Vogliamo poi ricordare la storia dei milioni di euro ricevuti da Berlusconi (vedere video su youtube della rissa tv con Sgarbi).

  • Giorgio

    Grazie

  • michelecaccavone

    Io non ho mai concordato con la visione liberal-democratica di Pannella avendo un vissuto da “comunista”, ma non credi che sia stato un “lavoro” impegnarsi per tanti decenni in battaglie di civiltà che hanno rappresentato un avanzamento sociale per l’intera Italia? Se la nazione ha pagato uomini che hanno “lavorato” perché lei elevasse il proprio grado di civiltà sono stati soldi ben spesi a fronte di tanti inutili “clientes” (e non mi riferisco solo ai parlamentari, anzi….) che infettano la vita sociale, culturale e politica di questi miseri tempi e ne minano le fondamenta. Lungi da me beatificare nessuno però sento fortemente la mancanza della nascita in questi ultimi decenni di persone come Pannella o della Castellina, per parlare solo di quelli di questo articolo: ce ne fossero di tali uomini da pagare invece delle mezze figure che ammorbano la nostra comunità.

  • Alfredo

    Ottimo articolo! Ce ne fossero oggi di politici come Pannella! Anche se non mi trovavo d’accordo su alcune sue scelte…tipo sull’articolo 18…sul maggioritario e le strizzatine d’occhio a Berlusconi.

  • MarcoBorsotti

    Mi sembra che l’osservazione che non abbia lavorato, osservazione che condivido totalmente, vada interpretata come per voler sottolineare che costui non abbia mai avuto esperienze di lavoro simili a quelle di tutti coloro che hanno la fortuna di avere un impiego. Lui, per quanto mi risulta, é sempre vissuto della politica, come la quasi totalità dei professionisti della politica. Questo fatto, a mio giudizio, priva costoro di un importante elemento di giudizio che li separa dal resto della popolazione dal momento che non sanno che cosa significhi lavorare per un padrone o anche in proprio per guadagnare quello di cui abbisognano per vivere. L’attività politica é certamente un lavoro, ma di tipo differente soprattutto perché a chi assurge nei ranghi offre un mondo di privilegi ignoti a tutti gli altri. Il politico non dovrebbe mai diventare un professionista della politica, ma tornare a vivere come tutti guadagnandosi i mezzi necessari sia come persona assunta da altri o lavoratore in proprio. Il periodo al servizio del pubblico dovrebbe poi essere anche remunerato in un modo che corrisponda con la realtà salariale dei cittadini. Infine, ci sono persone che fanno della politica il loro impegno sociale, ma a questo dedicano il loro tempo libero dal lavoro. Sono costoro e dico solo costoro gli eroi che pochi conoscono a cui tutti dobbiamo i risultati per le battaglie di civiltà che hanno condotto. Oggi, purtroppo, l’impegno politico per convinzione é raro da vedersi e mi pare che questa sia anche una delle cause per cui gli attuali politici siano riusciti a smantellare con relativa facilità un sistema di diritti che erano stati conquistati negli anni passati. Non a caso, questo signore non criticò la cancellazione dell’articolo 18. Era anche lui parte della casta a cui bastava assicurarsi che i privilegi di cui godono non fossero toccati.

  • roccosiffredi

    La tua è la solita logica del meno peggio: dato che abbiamo avuto una sterminata serie di farabutti, ladri o incompetenti al governo ed in politica (per qualche anno, pochi, li ho votati anch’io ma avevo vent’anni), allora viva Pannella e viva Castellina (i cui meriti, però, mi sfuggono)! Le battaglie di civiltà sono state un portato dei tempi, non ci ho mai visto alcunché di straordinario se non la cocciutaggine di una manica di vecchi tromboni servi della Chiesa, delle lobby e degli apparati politici a non vedere la realtà per proprio vantaggio (vedasi la miope posizione del PCI ai tempi del divorzio). E’ quanto sta accadendo oggigiorno cogli stupefacenti, che non si riesce a legalizzare per vari interessi. Ma da qui a santificare coloro i quali riusciranno (se ci riusciranno) a far passare una legge che regoli la questione ce ne passa. Farebbero solo il loro lavoro, per il quale sono lautamente retribuiti (a torto) e che non dovrebbe rappresentare una sinecura, come è stato per i due personaggi in questione.

  • roccosiffredi

    Sottoscrivo quanto hai scritto eccetto per un particolare: l’impegno politico per convinzione è attualmente praticato da una sola forza politica i cui eletti nelle istituzioni non si incancreniscono per statuto nelle cariche pubbliche, potendo svolgere solo due mandati; e che rinunciano a tutti i privilegi.

  • MarcoBorsotti

    Oggi esistono persone che fanno soprattutto lavoro sociale in modo totalmente disinteressato, senza retribuzione o altra glorificazione che la loro consapevolezza di fare la cosa giusta. Tra costoro ci sono non credenti e credenti, ma quello che li accomuna é l’esigenza di supplire quello che lo Stato sempre più liberista non fa più o non fa a sufficienza per i propri cittadini. Il Movimento a cui fai riferimento é certamente un fenomeno nuovo nella politica italiana cui anch’io guardo con interesse, ma anche con grande preoccupazione perché colgo anche segnali che mi sconcertano e mi fanno dubitare. Certamente presto per trarre conclusioni, ma certamente anche per pensare che da questo movimento possa venire un modo diverso di gestire la politica che, a mio vedere, per tornare ad essere non un mestiere, ma un servizio, deve prima di tutto assicurare veramente la partecipazione di tutti e non solo come slogan.

  • toyg

    Radio Radicale a suo modo e’ stata un’avanguardia: una primitiva privatizzazione di quello che, in un paese civile, e’ un servizio pubblico. Non e’ che il Parlamento si diverta, a pagare RR, e infatti ci hanno provato piu’ volte a tagliare quei soldi; ma alla realta’ dei fatti, nessuno vuole poi farsi carico del servizio che loro offrono, quindi evidentemente non c’e’ questo grande margine di guadagno ne’ per la radio ne’ per la comunita’ nel suo complesso — semplicemente RR offre un servizio pubblico a costi bassissimi.

    A Pannella imputerei molte cose (la sbandata berlusconiana; il non saper riconoscere l’arrivismo di certi giovani che ha cresciuto; l’incapacita’ di crescere un gruppo dirigente alternativo alla sua figura; un senso della provocazione spesso fine a se stesso; etc etc), ma il piagnisteo per due soldi proprio no. I grandi partiti della Prima Repubblica erano su un altro pianeta, in termini di dirottamento di denaro pubblico a fini privati.

  • toyg

    Pannella e’ sempre stato contrario alle lotte per i diritti collettivi del lavoro, semplicemente perche’, come dice Castellina proprio qui, fondamentalmente era un liberale, convinto della superiorita’ dell’individuo e quindi che i corpi intermedi (il sindacato etc) non dovessero esistere. La sua battaglia politica l’ha sempre fatta esclusivamente sui diritti civili; e da questo punto di vista, il poter “vivere di politica” puo’ tranquillamente essere visto come un diritto civile, a suo modo.

    Erano forse gli antichi greci lavoratori salariati, mentre inventavano i parlamenti? Erano forse liberi professionisti, i senatori romani che inventavano la Repubblica? Ovviamente no. E quindi, posso essere d’accordo sul fatto che il non essere mai stato un lavoratore privi le persone di elementi importanti per capire la societa’, ma mi sembra illusorio pensare che un politico non possa essere tale se non ha mai lavorato, anzi.

  • fabnews

    Dire che Pannella non abbia mai lavorato non mi sembra esatto. Pannella lavorava eccome, tant’e’ vero che con i suoi sudati referendum per migliorare la vita degli italiani, li ha anche mantenuti repressi non facendoli mai veramente rivoltare, permettendo cosi’ a democristiani e cattolici di rimanere sempre al potere.
    E anche definirlo un democratico-liberale, come fanno altri, e’ poco preciso.
    Pannella svolgeva perfettamente il ruolo del ‘dissacratore contenta popolo’, portando in parlamento Cicciolina anziche’ la democrazia.
    Esattamente come fa Grillo oggi, il suo vero erede, che anziche’ portare in parlamento la democrazia c’ha messo i grillini….

  • roccosiffredi

    “Nessuno vuole farsi carico del servizio”? Ma allora che paghiamo a fare il canone RAI? E’ un servizio pubblico o una scusa per estorcerci soldi (come in realtà è)? Se poi le dirette dal Parlamento non sono remunerative perché nessuno le ascolta allora ritorniamo all’inizio: ovvero che si tratta di un pretesto per farci pagare un ulteriore marchetta a favore di un gruppuscolo filogovernativo. Le malefatte dei partiti più grandi non giustificano questo esempio di assoluta incoerenza.

  • roccosiffredi

    Non ho capito la tua risposta (“deve assicurare la partecipazione di tutti e non solo come slogan”: perché, non lo fa? E a differenza degli altri partiti dal ’46 ad oggi?) ma riconosco la tua buona fede.

  • Marino V

    Era liberale, liberista e libertino. Ma non libertario.

  • walterstucco

    Madonna quanto sei noioso e ripetitivo…
    il vero Rocco te menerebbe

  • walterstucco

    ed ecco che esce fuori la tua partigianeria.
    banalità totale

  • roccosiffredi

    Il vero Rocco?

  • roccosiffredi

    Posso quindi includerti tra i miei non lettori d’ora in poi?

  • walterstucco

    ma a scuola quando facevi 4+4=5 e la maestra ti correggeva, le rispondevi “posso includerla fra i non ammiratori della mia matematica?” o provavi a imparare che fa 4?

  • niki

    Bellissimo e toccante articolo. Non sono mai stata comunista ma mi è piaciuto leggere queste righe. “La Politica è impegnarsi a rendere il mondo migliore”. Questa frase dovrebbe essere “appesa” sulla testa dei politici, pieni di privilegi.

  • roccosiffredi

    Se per te e la tua maestra 4+4 fa 4, allora ti autorizzo a continuare a seguirmi: qualcosa imparerai comunque.

  • walterstucco

    bravo
    ci hai messo solo due giorni a fare i conti.
    chissà quante cose potrei imparare da uno così sveglio…

  • walterstucco

    > Non ho capito la tua risposta

    che strano!

  • roccosiffredi

    Io due giorni, tu una vita.

  • walterstucco

    te piacerebbe.
    lo so che è consolante pensarlo, d’altronde uno che si sceglie il nick roccosiffredi, qualche problema di autostima ce l’ha sicuramente.

  • roccosiffredi

    No, in realta mi frega il giusto, cioè nulla. Ma io non seguo chi scrive cazzate, a differenza di te. I problemi sono tutti tuoi.