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Editoriale

Come rendere la vita difficile alla corruzione

Ci sono priorità vere, e priorità inventate. L’ondata degli scandali ha messo in chiaro che la vera emergenza per il paese non è l’inseguimento di riforme sbagliate, ma la lotta alla corruzione. Un percorso accidentato, come dimostra la sconfitta del governo sulla responsabilità civile dei giudici. Ha ragione l’Anm quando afferma che con la tempesta in atto è un segnale davvero brutto.

È opinione comune che per la corruzione sia importante reprimere, ma che più ancora valga prevenire. Quindi va bene puntare alla ridefinizione di profili di codice penale o procedura penale, come il riciclaggio, l’autoriciclaggio, la concussione, la prescrizione, magari correggendo al volo qualche nefandezza come la sostanziale cancellazione del falso in bilancio. Ma non si previene alcunché solo con i reati o le pene. Chi delinque lo fa comunque pensando di essere troppo bravo, furbo o fortunato per essere colto con le mani nel sacco. Soprattutto con i tempi lunghi della giustizia italiana.

La prevenzione è volta a creare condizioni sfavorevoli al verificarsi di fenomeni corruttivi. Si può ostacolare l’intesa criminosa, comunque motivata, tra il corruttore e il corrotto. E allora è chiaro che la prevenzione si realizza guardando ai processi decisionali, allo svolgersi dell’attività dei soggetti pubblici o parapubblici. Si attua non attraverso il codice penale o di procedura penale, ma con una riforma – epocale davvero e non per immagine – della pubblica amministrazione. Su che cosa puntare? Suggeriamo – per dirla in una lingua che piace al governo – open data e whistleblower.

Il dibattito sugli open data possiamo riassumerlo ai nostri fini così. Oggi l’amministrazione pubblica è informata al principio che i dati di cui dispone sono riservati, salvo consentire l’accesso a chi ha interesse. Ciò comporta che qualcuno abbia notizia di quel che accade, e che sussista un legame con la vicenda che giustifichi la richiesta di ulteriore conoscenza, o che vi sia una prescrizione di pubblicità per il dato specifico. E se capovolgessimo il principio affermando che tutti i dati sono pubblici, salvo quelli per cui esiste una puntuale prescrizione di riservatezza? Questo sì che sarebbe un terremoto.

Il whistleblower è chi informa l’autorità o l’opinione pubblica del profilarsi o del compiersi di un illecito. In sostanza, solleva l’allarme. Per la corruzione nella PA, in specie, è chi dall’interno segnala quel che accade, e apre la via all’intervento di controllo o repressivo delle autorità competenti. Qual è il problema? Nessuno, formalmente. Di fatto, esiste un problema di cultura e di etica pubblica. Mentre nella letteratura mondiale il whistleblower è ritenuto centrale nella prevenzione della corruzione, e ci si chiede come difenderlo da possibili vendette nell’ambiente di lavoro, nel nostro sistema è visto con diffidenza e sospetto, quasi omologato al delatore. Ci si chiede anzitutto quali reconditi motivi e inconfessabili aspettative l’abbiano indotto a parlare. Mentre sono frequenti le vicende in cui il conto è stato molto salato per chi ha avuto il coraggio di parlare.

Una iniziativa di governo non occasionale sulla lotta alla corruzione dovrebbe puntare ad aprire i processi decisionali a visibilità e conoscenza. Internet e la digitalizzazione consentono possibilità fin qui ignote. Si può fare molto, e senza stravolgere il ruolo degli attori già in campo.

Su quest’ultimo punto. Cosa deve fare l’Autorità anticorruzione? Ovviamente, deve impegnarsi sulla prevenzione, e non sulla repressione, dove potrebbe solo complicare la vita alla magistratura. Un’attività di vigilanza e controllo, che passi la mano al magistrato non appena ve ne siano gli estremi. Inoltre, un’attività non generalizzata, ma puntuale e mirata. Sarebbe un moloch mostruoso e ingestibile quello che ponesse occhiuti controlli su tutte le attività di tutti i soggetti pubblici e parapubblici. Evitiamo degenerazioni orwelliane.

E cosa c’entra l’Expo? Nulla. Tutto è già accaduto. Qui le esigenze sono solo due. La prima è lasciar lavorare la magistratura. La seconda è far procedere i lavori rispettando le scadenze. Ma questa è un’esigenza di amministrazione attiva, non di vigilanza e controllo. I poteri speciali a Cantone sono una scelta di immagine, che cala sull’Autorità un ruolo commissariale improprio rispetto alla sua missione fondamentale. Per intenderci, Cantone, un nome, una garanzia.

Ancora, bisogna assicurare che qualunque iniziativa non sia limitata all’amministrazione centrale, ma raggiunga le attività amministrative che fanno capo soprattutto alle Regioni. Lì si annida buona parte della corruttela, e le garanzie costituzionali di autonomia sono un ostacolo giuridico non irrilevante. Non per la repressione, che è già nella competenza esclusiva dello stato, ma certo per la prevenzione. Una integrazione della riforma del Titolo V già messa in campo non guasterebbe.

E c’è da capire che una politica liquida, di partiti evanescenti costruiti su periodiche ordalie primariali, senza finanziamento pubblico, è di per sé terreno favorevole alla corruzione. O si pensa che ogni candidato stampi in casa propria il denaro per le campagne elettorali? Come anche non si inietta per legge l’etica pubblica nel DNA di un paese che non la possiede.

Ma qui si impongono lavori di lunga lena, e intanto bisogna agire. Evitiamo errori, e manteniamo le idee chiare. Non abbiamo a che fare con Pinocchio, simpatico e innocuo, ma con la banda Bassotti.