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Editoriale

Colpo accidentale

Editoriale. Napoli non è ancora Ferguson, ma forse è già nei suoi dintorni. I «colpi accidentali» rischiano di costare molto cari

In Francia le chiamano bavures, «sbavature». Il termine sta a indicare un intervento di polizia che comporta tra i suoi «effetti collaterali» vittime innocenti. Si intende che la «sbavatura» non è altro che una imperfezione tale da non mettere in discussione le modalità delle forze dell’ordine e il monopolio «legittimo» della violenza loro riconosciuto. Fatto sta che le bavures, si producono generalmente in un teatro preciso, le banlieue, e colpiscono un bersaglio ben determinato: il giovane di colore. Ricevendo in risposta estese e contagiose rivolte.

In Italia, le forze di polizia, di «sbavature» ne hanno collezionate parecchie. Ma qui usiamo altre terminologie, dal «colpo accidentale» alle «mele marce», quando malgrado ogni sforzo, l’azione degli agenti appare indifendibile.

Eppure, anche nei casi più evidenti di gratuita brutalità poliziesca non si sono registrate nel nostro paese estese proteste di piazza, né violente, né pacifiche. Perchè?

La risposta più immediata è che da noi manca, almeno nelle proporzioni conosciute dagli Usa e dalla Francia, l’elemento razziale e cioè una consistente fetta di popolazione «etnica» discriminata e mantenuta in una condizione di esclusione sociale e di diritti negati.

Ma c’è un’eccezione, una città nella quale, seppur estraneo al colore della pelle, l’elemento «razziale» è culturalmente ben presente. Questa città è Napoli dove ieri è stato freddato dai carabinieri un ragazzo di 17 anni, reo di non essersi fermato all’alt, tentando la fuga insieme ad altri due giovani a cavallo del motorino su cui viaggiavano. Il colpo fatale è naturalmente «partito per accidente». E un colpo accidentale, quand’anche questa improbabile versione dovesse reggere, non può che essere stato esploso da un’arma sfoderata e con il proiettile in canna.

Ma dov’è che si sfoderano le pistole e si levano le sicure? Ovviamente in un territorio ostile, popolato dal nemico, teatro di innumerevoli insidie. Dove ogni abitante è sorvegliato speciale se non direttamente sospetto. Questa è l’idea con la quale le forze dell’ordine pattugliano diversi quartieri di Napoli, non tanto diversa da quella coltivata dai Flic a Saint-Denis, o dalla polizia che setaccia i quartieri neri di Los Angeles o Ferguson. Nessuno negherebbe che questi luoghi presentino un alto tasso di criminalità nonché diffuse pratiche illegali di sopravvivenza. E tanto basta per rubricare intere popolazioni sotto la voce «classi pericolose» ed elaborare i relativi modelli di controllo e repressione.

È in questo contesto che le «sbavature» tenderanno inevitabilmente a moltiplicarsi. Non c’è da stupirsi, allora, se gli abitanti di questi quartieri percepiscano le forze dell’ordine come forze d’occupazione. Di questo stato d’animo Napoli ci ha mostrato già le prime manifestazioni: gente in strada, auto della polizia distrutte, rabbia popolare contro gli uomini in divisa.

Non siamo ancora a Ferguson, ma forse già nei suoi dintorni. I «colpi accidentali» rischiano di costare molto cari.