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Editoriale

Collaboriamo ma alle nostre condizioni

Ong in Libia. Siamo disposti a fare missioni di verifica ma nessuno può chiederci di non avere come precondizione i nostri standard umanitari

La proposta del Ministero degli esteri e della cooperazione di coinvolgere le Ong nella gestione dei campo profughi in Libia solleva motivate perplessità e interrogativi tra le organizzazioni che potrebbero essere coinvolte.

In particolare le Ong che già agiscono con i rifugiati della o dalla Libia, come la nostra in Tunisia in partnership con il Ccs lo fanno attraverso altre organizzazioni locali e per progetti che non hanno a che fare direttamente con i campi profughi, se così si possono chiamare quelle vere e proprie prigioni nel deserto in cui oggi né l Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati né l’Organizzazione internazionale per le migrazioni hanno deciso per ora di operare.

I dubbi di fondo sono legati sia alla sicurezza degli operatori internazionali ma anche, e soprattutto, all’agibilità umanitaria dei campi in cui, al momento, non ci sono le condizioni per quello che concerne il rispetto dei diritti di base. E dunque viene da chiedersi da dove nasce questa proposta e che senso può avere l’affidamento alle Ong di campi profughi nei quali, per ammissione unanime della comunità internazionale, non sono assicurate le condizioni minime di agibilità?

È chiaro che il problema è politico e non organizzativo, e non possono certo essere le Ong a risolverlo. Sinché non ci sarà controllo trasparente del territorio e una situazione minimamente stabile in Libia, nessuna operazione di sostegno ai profughi avrà le condizioni minime di agibilità e soprattutto sarà inserita in un contesto efficace, cioè di cooperazione internazionale allo sviluppo. Quel famoso «aiutiamoli a casa loro» che avrebbe bisogno di ben altri fondi e impegno politico da parte della nazioni ricche e non di semplici slogan falsamente rassicuranti. I campi sono dunque una componente che risente in modo diretto della situazione politica in cui versa al momento la Libia e, più in generale tutta l’area sub saheliana.

Noi siamo disposti a fare missioni di verifica ma nessuno può chiederci di non avere come precondizione i nostri standard umanitari: ne andrebbe della nostra credibilità internazionale e del nostro lavoro legato all’indipendenza ed alla neutralità dei nostri progetti. Anche altri esponenti di Ong coinvolte ci hanno confermato queste stesse perplessità legate anche al dubbio che, a fronte di una politica di gestione muscolare dei flussi, si voglia adesso offrire all’opinione pubblica la faccia buona e collaborativa dell’Europa e dell’Italia, in particolare attraverso il coinvolgimento diretto delle Ong in Libia. Da una parte dunque si impone un codice di condotta che ha di fatto portato alla sospensione degli aiuti in mare da parte anche dell Ong che lo avevano firmato, dall altra si chiamano le Ong sul campo. Ripetiamo la nostra disponibilità alle nostre condizioni e dunque non vorremmo che la proposta del Ministero si presenti come una forma di pressione, una sorta di prendere o lasciare che probabilmente aprirebbe soltanto un altro fronte tra chi chiede che vengano prima assicurate le condizioni di agibilità e chi invece pensa che siano le Ong a poterle in qualche modo assicurare. Siamo dunque di fronte ad una situazione che apre scenari importanti a diversi livelli: si intrecciano la crisi libica ed i flussi migratori, le politiche di singole nazioni e gli interessi europei. Un gioco cui parteciperemo per quello che siamo, ma per farlo abbiamo bisogno di un’opinione pubblica informata e che ci aiuti a monitorare attentamente la sua evoluzione.

*presidente Terre des Hommes