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Coi film non si va in pensione

Previdenza e Diseguaglianze. I 5mila sceneggiatori prendono coscienza del loro futuro previdenziale: contratti con troppi pochi giorni di lavoro e quindi niente contributi. L’associazione 100autori chiama tutti alla lotta

Una scena del film

Una scena del film "Notti magiche" di Paolo Virzì (2018) che racconta la storia di tre sceneggiatori

«Lo sai che Verdone ha una pensione da 700 euro al mese? Pensa quanto prenderemmo noi…». La leggenda metropolitana sull’assegno che prenderebbe un uomo di successo che dal 1980 a oggi – 40 anni di lavoro – ha scritto ben 27 film suoi più due per altri registi ha creato il panico fra gli autori italiani.

Improvvisamente buona parte dei 5 mila scrittori di cinema e serie tv in Italia – la cifra è desunta da un’analisi del dato di 17mila stimato nel censimento commissionato dall’Anica, la confindustria del cinema, alla voce «posti di lavoro indiretti in «Attività creative, artistiche, intrattenimento» – si è resa conto che il proprio futuro era ipotecato da «pensioni da fame».

LA RAGIONE PRINCIPALE dei bassissimi contributi versati all’Enpals – l’ente pensionistico nazionale di previdenza e assistenza per i lavoratori dello spettacolo – è dovuta alla tipologia contrattuale in uso nella categoria.
Lo spiega bene Francesca Marciano, grande sceneggiatrice che ha lavorato con i più grandi registi italiani – Giuseppe Bertolucci, Gabriele Salvatores, Cristina Comencini, Valeria Golino – e scrive anche per le serie televisive, motore principale dell’espansione della professione nell’ultimo decennio.

«Io ho contributi versati addirittura dal 1975 e poi ho continuato a lavorare sempre. Oggi, a pochi anni da quello che dovrebbe essere il tempo della pensione, mi ritrovo a non aver maturato abbastanza giornate di lavoro per poter avere l’assegno. Ora, scrivere un film o una sceneggiatura prevede mesi e mesi di lavoro; una serie addirittura anni. Com’è possibile che noi facendo questo lavoro ci ritroviamo praticamente tutti in questa situazione di pochissimi anni di contributi?», si chiede Marciano.

UNA RISPOSTA LA STA CERCANDO 100autori, l’associazione di sceneggiatori e registi che conta oltre 600 iscritti tra i più importanti professionisti del settore come Daniele Luchetti e Wilma Labate. Il problema è sempre più sentito e le «leggende metropolitane» hanno coinvolto anche gli autori meno vicini alla pensione.

Francesca Marciano si occupa proprio di previdenza per l’associazione. «Come 100autori abbiamo deciso di affrontare questa situazione che incredibilmente, anche per colpa nostra, non è mai stata affrontata né dai nostri agenti né dai nostri produttori, che danno in media per un lavoro come un film solo 10 giorni di contributi. Adesso, per l’avvento delle serie, siamo impegnati per anni su uno stesso progetto, contratto e committente – continua Marciano – . Non c’è una regolamentazione. Questa cosa va affrontata. Stabilire l’impegno dell’autore in giornate lavorative è necessario per costruire il nostro futuro trattamento pensionistico. Per questo la nostra associazione sta elaborando tabelle che indicano il numero minimo di giorni per ogni parte del lavoro di scrittura e di regia: la stesura del soggetto, del trattamento, della sceneggiatura fino alle revisioni, e per i registi anche della pre produzione, fino a tutte le attività di post produzione», spiega. «Ma – continua Marciano – è una questione politica: siamo stanchi di essere considerati dei privilegiati perché lavoriamo nel mondo del cinema quando, al contrario degli altri, non ci rimane nulla in mano: non abbiamo disoccupazione, non abbiamo la maternità», denuncia in conclusione Marciano.

IL 14 GENNAIO 100AUTORI ha presentato gli aspetti inerenti al lavoro degli sceneggiatori e registi durante l’audizione in Commissioni riunite Cultura e Lavoro della Camera nell’ambito dell’«Indagine conoscitiva in materia di lavoro e previdenza nel settore dello spettacolo». Lì sono stati illustrati tutti i problemi della categoria. A partire da quello previdenziale. Per i registi (e aiuto registi) è diffusa la prassi di accreditare il contributo previdenziale solo per i giorni occupati in fase di ripresa, tralasciando sia le fasi di preparazione sia quelle di post-produzione. Per gli sceneggiatori, anche a fronte di un lavoro di mesi, solitamente vengono accreditati i contributi solo per 10-15 giorni. «Tutto ciò provoca un’enorme difficoltà a raggiungere i requisiti pensionistici», ha specificato in audizione l’associazione.

È LA TIPOLOGIA CONTRATTUALE a creare la mancanza di contribuzione. La categoria degli autori versa all’Enpals ma le regole dell’ente pensionistico riconoscono un anno di contributi solo se sono state maturate almeno 120 giornate su 365.

È poi largamente invalso l’uso di «sostituire» il contratto di committenza con un contratto di cessione dei diritti, come se l’opera oggetto del contratto di lavoro non sia commissionata all’autore, ma sia stata offerta in vendita quale «prodotto finito». Con la conseguenza che il corrispettivo che sarà riconosciuto all’autore in caso di cessione di diritti non maturerà contributi previdenziali di sorta, essendo inquadrato nell’istituto della compravendita e non in quello del lavoro a tempo determinato.

Ennio Flaiano con Federico Fellini

Così dunque la scrittura per il cinema o le serie diventa una «mezza professione» o «un lavoro a cottimo» come i rider della gig economy o i braccianti in agricoltura. Con la scusa che il compenso è alto – e non è sempre vero – e che «lavori per il cinema» e quindi «che ti importa dei contributi?». Buona parte degli autori ha compensi bassi che non permettono di mantenersi specie se si ha una famiglia. Come dimostra la ricerca europea Behind the screens sulle «remunerazioni degli autori del settore audio video» promossa dalla Fera e Fse – Federation Screenwriters Europe – con la collaborazione delll’Università di Ghent (Belgio), chi scrive di cinema è alle prese col cosiddetto multiple job holding – la necessità di avere lavori diversi e contemporanei per sbarcare il lunario. Di Ennio Flaiano, che unì alla sceneggiatura tante altre scritture, tutte ben pagate, ne nasce uno ogni cent’anni.

«I livelli retributivi medi ascrivibili al settore sono, poi, valutati molto spesso senza una corretta parametrazione tra compensi e periodo temporale», sottolinea nel suo intervento alla camera 100autori. Anche qualora l’autore riesca ad accedere ad un contratto di commissione di opera, vengono indicate le giornate a fini previdenziali in un numero del tutto incoerente con la mera realtà materiale, sostiene 100autori. Questi semplici esempi rendono di immediata percezione come «un autore si debba confrontare con una grande difficoltà a maturare le 120 giornate contributive annue necessarie per costituire un’annualità di lavoro ai fini della maturazione dei requisiti pensionistici», conclude l’analisi 100autori.

LE PROPOSTE PRINCIPALI per migliorare la situazione partono con l’auspicare una riorganizzazione legislativa del settore e chiedere che anche gli autori abbiano accesso ad ammortizzatori come maternità e disoccupazione. Altro aspetto fondamentale è «il riequilibrio del trattamento riservato agli autori rispetto a tutte le altre professioni dello spettacolo regolarmente inquadrate nel contratto nazionale di categoria e l’allineamento agli stessi obblighi e diritti dei lavoratori dello spettacolo», chiedono i 100autori.


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