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Editoriale

Chi ha paura della sfida presidenzialista

Presidenzialismo. Dalla V Repubblica all’America Latina

Il Presidente della Repubblica ha dunque preso una netta posizione nel dibattito attorno alla riforma del mercato del lavoro. Ha compiuto cioè un atto politico, in piena continuità con altri atti politici intrapresi nel corso di questo mandato presidenziale, in particolare a partire dal governo Monti. Ovviamente, questo sì, di atti, appunto, politici si tratta, non di spinte verso scelte “oggettive”. Come era solito ricordare Riccardo Lombardi, un problema non ha mai una sola soluzione, ma due, e su questa duplicità si innesta il conflitto tra destra e sinistra. Non deve destare tuttavia scandalo il fatto che un mandato presidenziale venga connotato politicamente.

Da Einaudi in poi, ogni settennato si è colorito di una propria tonalità politica. Solo per citare alcuni dei predecessori di Napolitano, Einaudi fece da garante della via liberista alla ricostruzione del Paese; Gronchi fu il Presidente del “disgelo”, tanto del clima politico interno come delle relazioni internazionali; Segni fu un bastione, scelto dalla Dc affinché l’esperimento del centro-sinistra non uscisse dal perimetro tracciato dagli interessi rappresentati corposamente all’interno dello stesso partito cattolico (il ricordo dell’irruenza politica di Segni contro i progetti di riforma urbanistica fa impallidire le attuali esternazioni presidenziali); così come l’elezione di Saragat rappresentò la sanzione dell’avvenuta normalizzazione di quello stesso esperimento di centro-sinistra. Il susseguirsi degli inquilini del Quirinale ha ricalcato, accompagnato, talvolta anticipato l’andamento della lotta politica nel Paese.

L’attuale situazione, rispetto al passato, presenta tuttavia alcuni elementi di rottura da tenere presenti. Il primo è la crisi assoluta del sistema dei partiti, per cui le spinte politiche del Quirinale non rimangono sullo sfondo di un conflitto che si svolge lungo binari autonomi – ciò che ha contribuito ad “oscurare” la figura presidenziale e la sua azione durante la prima repubblica –, ma condizionano l’evoluzione stessa dello scontro, e quasi ne dettano il percorso di svolgimento. Il secondo è il clima politico-culturale di pensiero unico nel quale questa funzione suppletiva è esercitata, per cui non è facile scorgere dietro un’apparente anarchia di poteri – del Presidente, del Parlamento, dei Partiti, dei sindacati dei lavoratori e degli industriali, degli organismi sovranazionali (la trojka) – una unanimità che si risolve nel presentare come oggettive scelte che, ripetiamo, sono in realtà scelte politiche. Una unanimità che coinvolge in qualche maniera anche le “opposizioni”, che in realtà svolgono il proprio ruolo all’interno di un perimetro culturale eretto a protezione della sacralità dell’assioma neo-liberista e dei suoi corollari.

Neo-presidenzialismo di fatto e “univocità” di poteri si vengono così a innestare su di un corpo costituzionale figlio di un marcato “dualismo” di poteri (capitalismo contro socialismo; guerra fredda) e pertanto imperniato sulla centralità del paramento come via alla ricomposizione democratica del dualismo stesso. Si tratta di una dialettica, quella tra nuovo clima politico-culturale e assetto costituzionale, esplosiva e sempre più ingovernabile. Nell’ultimo ventennio la sinistra ha provato a districare il nodo secondo le proprie inclinazioni tradizionali: rimanendo al quadro sopra tratteggiato, ha tentato di mantenere intatto nella società il dualismo di poteri, travolta tuttavia da limiti soggettivi e da scarsa intelligenza delle cose. Ha continuato a predicare la centralità del parlamento, quasi come via alla supplenza delle proprie debolezze, ignorando che la democrazia parlamentare, lungi dall’istituzionalizzare il conflitto, è piuttosto, del conflitto, il riflesso istituzionale.

Quale il motivo implicito della diffidenza della sinistra nei confronti del modello presidenziale? Il timore che, in una fase in cui il Potere è oggetto di disputa, le classi dirigenti tradizionali approfittino dello strumento presidenziale per impossessarsi di tutto il Potere, e svuotare così di senso gli istituti a<CW-14>utonomi di contro-potere sorti nella società civile. Nella situazione odierna, tuttavia, il Potere è già tutto concentrato nelle mani delle élites dirigenti tradizionali. La società civile, dal canto suo, appare sfilacciata, incapace di agglutinarsi intorno ad un progetto coerente, ed indisposta all’impegno duraturo e continuato, nel tempo e nello spazio. La tendenza ad aggrapparsi al leader di turno appare dunque di lunga prospettiva, non episodica. Accettare la sfida presidenzialista, in questo contesto, andrebbe forse incontro a due scopi più che mai necessari: costringere i gruppo dirigenti tradizionali a mettere in gioco il potere univoco che si sono conquistati, e tentare allo stesso tempo di ricostruire attorno alla mobilitazione presidenziale istituti e istanze che attecchiscano nel profondo della società.

Nella storia ci sono casi di successo e di insuccesso di questa strategia. L’accettazione da parte della sinistra francese dei postulati della V Repubblica le ha guadagnato due mandati, ma per la costruzione di una vera alternativa si è rilevata disastrosa. I casi dell’America Latina, pur con le loro peculiarità, ci raccontano d’altro canto un quindicennio ormai ininterrotto di successi. Non sarebbe forse il caso di valutare se accettare la sfida presidenzialista?