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Editoriale

Chi decide per il decisionista

Matteo Renzi e Sergio Marchionne

Le carte della procura di Firenze sollecitano, per la politica, la domanda più classica. Chi comanda in Italia? È tutto nelle mani del premier che governa con le slide, fa il selfie con chi capita, scrive tweet a ritmo febbrile e interviene su ogni inezia del creato? Se la politica fosse solo comunicazione, Renzi avrebbe già risolto l’enigma del potere. È tutto nella sua stanza di palazzo Chigi, con la lampadina notturna sempre accesa in segno di permanente lavoro sulle scartoffie. Le scolaresche che cantano inni di giubilo in sua presenza sono la conferma dello scettro ritrovato.

Se, oltre la scintillante scena della rappresentazione, si osservano però altre variabili, il quadro del potere si complica. Il governo dei «senza retroterra», come è stato autorevolmente battezzato, ovvero l’esecutivo degli incompetenti, non riesce davvero a recuperare lo spazio della politica in un mondo che scivola sulla richiesta di neutralizzazione dei valori alternativi avanzata dalla tecnica e sull’espropriazione degli ambiti di democrazia ordinati dalle agenzie del capitale e della finanza.
I ministri che ignorano i risvolti delle grandi opere, si perdono nei labirinti dell’amministrazione, e anzi si vantano di aver portato al potere tutta la loro inesperienza, non allarmano perché decidono troppo. Inquietano perché decidono cose che ordinano loro dei poteri che non controllano. E sono proprio queste oscure agenzie, un misto tra pubblico e privato, impresa e grandi commessi di stato, funzionari e lobbisti, che hanno appiccicato i galloni sulle spalle agli statisti della porta accanto e sono pronti a strapparli alla prima occasione.
Renzi si vanta per aver imposto il suo decisionismo veloce. Ed esplicita la sua filosofia delle istituzioni in questi termini, molto semplificati: «Per il governo io ho in testa il modello di una giunta che funziona con un forte potere di indirizzo del sindaco». Se davvero fosse possibile tramutare il presidente del consiglio in sindaco e il governo in una giunta, sarebbe certificata la fine della politica, la sua riduzione ad amministrazione spicciola e l’ingresso in un mondo della favola, senza grandi conflitti sociali. Solo che, anche quando annuncia di avere concentrato tutto il potere in una stanza, Renzi inciampa in un ennesimo annuncio che è, come gli altri, inattendibile.

Nessun osservatore assennato è disposto a riconoscergli competenze reali nell’arte di governo. Improvvisa, esagera, ignora, semplifica, forza. E mostra tutta la sua fragilità nel ruolo di statista, quando dichiara che «vorrebbe Putin nella sua squadra» o celebra un re degli Emirati come «campione della libertà». Nel gioco della simulazione infinita, che è diventata l’opera di governo nell’età leggera del pubblico, il premier narra, si diverte tra telecamere amiche, viaggia servendosi dei simboli del potere e illustra le norme giuridiche con le slide. L’agenda però la scrivono altri. Non solo il governo privato (economisti e imprenditori amici, come l’ex amministratore delegato Guerra), ma la Confindustria, i poteri europei, le burocrazie inossidabili che resistono al mutar dei ministri.
Renzi è velocissimo quando si tratta di dare esecuzione agli ordini dei forti poteri che esigono la precarizzazione del lavoro ed è poi di un imbarazzante immobilismo nelle scelte (evasione fiscale, legge anti corruzione) che colpiscono gli interessi consolidati, i privilegi e le rendite di posizione. Il sociologo Luca Ricolfi ha effettuato sul Sole 24 Ore una radiografia dell’azione di governo certificando nel referto l’impossibile rinascita di una destra liberale. «Renzi – scrive – è già abbastanza di destra da lasciare ben poco spazio a un’opposizione dello stesso tipo».
E, in effetti, tutte le sue rapide scelte (dalla riforma costituzionale, al taglio dell’Irap per le imprese, dalla cancellazione dell’articolo 18 alla responsabilità civile dei giudici, dai tagli alla spesa pubblica al preside manager) sono «abbastanza di destra». Proprio sul solido terreno destrorso delle politiche pubbliche è possibile la nascita del partito unico della nazione che sposa gli interessi di potenze private che dettano i programmi e lasciano che il leader pseudo carismatico occupi la scena della rappresentazione con simulazioni di nuovo, velocità, simpatia.
In parlamento non c’è più una dialettica politica che incrini il dominio della coalizione sociale che ha, quale suprema guida spirituale, la finanza e il grande capitale e, per suo docile esecutore materiale, il governo dei senza retroterra, selezionati perché in rapporti privati con influenti centri di potere. Senza promuovere un’altra coalizione sociale legata al lavoro, l’autonomia della politica sfuma e anzi bisogna cestinarla nel novero delle grandi utopie. Le carte fiorentine svelano la trama affaristica del circolo governo-burocrazie-amministratori-imprese impegnato nel gran ballo dell’opulenza in un tempo di politica al tramonto.

  • erverin irve

    Non un commento …su un PM ridicolo,presuntuoso,impreparato in fatto di politica e di economia, che e’ riuscito a beffare strutture e organizzazione del PD con brogli che sono venuti alla luce sia in occasione delle primarie da lui stravinte che in qulle piu’ recenti in Emilia-Romagna, in Liguria e in Veneto.Un PD che fino ad un anno fa era era controllato x il 70% da uomini politici di provenienza ex-PDS e che oggi deve sottostare agli ordini di un uomo che sta portando l’Italia indietro di 40 anni !!!

  • disqus_lncEXXFXRq

    oramai siamo nel regime non di dittatura della maggioranza siamo nel paese in repubblica presidenziale con uno solo che comanda ma che riceve gli ordini dal capitale finanziario dal mercato e dai banchieri privati e non perché intendono demolire non solo i diritti del vivere liberi al meglio possibile ….

  • funes el memorioso

    ?

  • Harken

    A me Ricolfi piace poco, e non mi pare di ricordare che mi sia mai piaciuto, con quel suo cerchiobottismo pseudo-realista da sociologo ex-sessantottino diventato, nel corso degli anni ’90 del novecento, via via più “reaganiano” (stessa “evoluzione” di Chicco Testa, per capirci).

    Però, come non trovarsi d’accordo con il suo articolo menzionato qui sopra? Specie dove scrive [cito da fonte pubblicamente disponibile] «Il punto debole di Renzi, sul piano sociale, sono gli esclusi, gli outsider, le donne e i giovani cui ama rivolgersi ma per i quali sta facendo pochissimo. Impegnato com’è a catturare il consenso di entrambe le basi sociali, quella tradizionale della sinistra (con gli 80 euro in busta paga) e quella tradizionale della destra (con il Jobs Act), Renzi sta scordando la Terza società, fatta di disoccupati, lavoratori in nero, donne e giovani “scoraggiati” che un lavoro non lo cercano più perché hanno perso ogni speranza di trovarlo. Sono 10 milioni di persone, cui pensano in pochi, e che non sembrano interessare né la destra né la sinistra, né il governo né l’opposizione, né i populisti alla Grillo né i nostalgici alla Landini e Cofferati. Ecco perché dico che ci vorrebbe una vera opposizione, ma nulla fa pensare che avremo il piacere di vederne presto una in campo.»

    Quell’opposizione saremmo, dovremmo essere noi. Ma siamo ben lontani, come osserva Ricolfi, dall’avere anche solo qualche vago “hint” strategico su come organizzarci per fare cosa. Landini non è una soluzione, per due ragioni: primo, perché fornirà un alibi a chi da quarant’anni va sostenendo che in Italia il sindacato fa politica – e male, per giunta! – anziché difendere i diritti dei lavoratori, per poter dire «Visto? Cosa dicevamo?», con tutto quel che ne deriverà in termini di ulteriore marginalizzazione del sindacato medesimo. E, secondo, perché come al solito si parte dall’appello, chi c’è, chi viene, chi resta a casa, anziché – come sarebbe ovvio – dal programma, dal “Che fare?”: ben diversamente, in ciò, da Syriza, che ha dichiarato da subito cosa intendesse fare una volta giunta al governo, e bene o male sta provando a tener fede agli impegni presi, se pure entro i limiti che i vincoli della situazione contingente le impongono. L’aggregazione di Landini sembra invece più una cosa alla M5S, o una prosecuzione di ALBA con altri mezzi: e, tanto nell’uno quanto nell’altro caso, non le pronostico grossi successi…

    E voi, qui sopra, a via Bargoni, che di questa opposizione dovreste essere il motore, il cervello e il laboratorio, almeno dal 2002 mi sembrate poco in grado di fare la necessaria “reductio ad unum“, persi – come siete – da una parte a conservare spazio alle solite “vecchie cariatidi” e alla loro pretesa di continuare ad affrontare i problemi politici di oggi con strumenti puramente “esegetici“; dall’altra, ad inseguire ogni nuova “minuzia” sociale, non importa quanto irrilevante, poco piantata per terra e ancora meno destinata a durare: basta che sventoli la bandiera del “Conflitto” e del “Movimento”.

    Anche quest’articolo, ad esempio, è significativo ed esemplare al riguardo: come tutti gli articoli di Prospero, è bellissimo, lucido come una sfera di un cuscinetto SKF appena uscito dalla fabbrica, folgorante e diretto al punto come un sinistro di Gigi Riva. Peccato, però, che in esso nemmeno una volta si ritenga necessario considerare l’eventualità che Ricolfi abbia ragione: e che la colpa di un parlamento diventato pura sala d’attesa di un “ceto” politico impegnato a twittare e ritwittare in giro le proprie minchiate, mentre il governo pseudo-tecnico, a colpi d’ascia, rende il “paese” finalmente del tutto compatibile agli interessi del grande capitale, non è a a Renzi che va addossata, ma alla nostra mancanza di idee.

    È a causa della nostra incapacità di concepire e proporre all’elettorato idee in grado di farci tornare in parlamento per governare, che noi in parlamento non ci stiamo più da un pezzo. Perchè il suddetto elettorato degli “esclusi” cronici non sa che farsene di maestri di Alta Teoria che, al momento del dunque, si rivelano puntualmente incapaci di calarsi nella Pratica e dire in che modo, concretamente, rimetterebbero in moto l’economia, riattiverebbero un welfare davvero universale (anziché la brutta copia di quello iperescludente americano che è il nostro sistema attuale, dopo un quarto di secolo di smantellamenti a catena), ricostruirebbero un sistema educativo che fosse sì in sintonia con quanto di meglio abbiamo avuto nel ‘900, ma fosse anche in grado di tenere conto che ora siamo nel 21esimo secolo. Insomma, incapaci di dire COME GOVERNEREBBERO. E perché lo sono? Ma è chiaro: perché non vogliono governare, ne hanno il terrore, e si accontentano di fare le mosche cocch… pardon: le coscienze critiche che mettono in guardia dalle derive autoritarie… (naturalmente, senza riuscire ad impedirne nemmeno una)

    Insomma, l’articolo di Ricolfi parla di e a noi: e io credo che un po’ ci dovrebbe fare vergognare…

  • http://www.villaraspafactory.org/ Peppe Di Santo

    applausi!