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Chelisheva: «Rocchelli era in Donbass per salvare civili»

Russia/Ucraina. Intervista alla giornalista russa in esilio Oksana Chelisheva: «Omicidio del reporter, il governo ucraino non ha mai fatto autocritica. Come minimo Markiv ha dato l’ordine di sparare su Andy e Andrey. Non era un semplice soldato che eseguiva ordini»

Sit-in di fronte all’ambasciata italiana a Kiev per il rilascio di Vitaly Markiv

Sit-in di fronte all’ambasciata italiana a Kiev per il rilascio di Vitaly Markiv

Oksana Chelisheva è una giornalista e attivista dei diritti umani residente a Helsinki. Nel 2009 ha dovuto abbandonare la Russia e prendere passaporto finlandese dopo aver subito pressioni e minacce di ogni tipo per la sua attività di controinformazione durante la seconda guerra in Cecenia. «Sì, sono un’avversaria della politica di Putin ma non sono diventata anti-russa: non mi piacciono le campagne russofobe in atto da qualche anno in Occidente».

È stata testimone del processo per l’omicidio di Andrea Rocchelli contro Vitaly Markyv, concluso venerdì con la condanna dell’imputato a 24 anni di reclusione e si è recata spesso a Pavia per le udienze.

Perché ha iniziato a interessarsi al caso Rocchelli?

Andrey Mironov (il difensore dei diritti umani interprete di Rocchelli durante il viaggio nel Donbass, anch’egli ucciso nell’agguato, ndr) era mio grande amico, una persona straordinaria. Già dissidente in Urss, non aveva mai smesso di occuparsi di diritti umani. Per me era la seconda inestimabile perdita che ho subito dopo quella di Anna (Politkovskaya).

Era molto legata a Politkovskaya?

Sì, era un legame che trascendeva il nostro impegno nel cercare di far conoscere la barbarie della guerra in Cecenia, era una profonda amicizia. Anna era una persona difficile, a volte dura. Pretendeva molto da se stessa ma faceva il suo lavoro con onestà: per lei la parola «principi» era importante. Per tornare a Mironov e Rocchelli, ero stata molto colpita da cosa era successo a Piazza Maidan qualche mese prima e pensavo che sarebbe finito tutto in una catastrofe. Per cui cercare di capire cosa era successo a Rocchelli e Mironov mi dava anche la possibilità di tornare in Ucraina, di capire meglio le conseguenze della Maidan. Tra ottobre 2014 e il 2017 sono stata sette volte a Slovyansk, il paesino dove erano stati uccisi Mironov e Rocchelli. Volevo capire cosa fosse successo, perché si erano fermati lì, volevo parlare con chi li aveva conosciuti in quei giorni, in quella cittadina assediata dalle truppe ucraine che cercavano di snidare un piccolo gruppo di secessionisti. La signora che li ospitava mi ha detto: «Rocchelli e Mironov mi dissero: “Non vi lasceremo soli, vi salveremo”». Non erano solo lì per fare foto, ma per cercare di salvare dei civili inermi.

Lei non solo è stata molte volte sul luogo degli omicidi, ma ha seguito attentamente tutto il processo di Pavia. Quali sono le sue impressioni?

Sono stata colpita dall’indisponibilità del governo ucraino a riconoscere la responsabilità per quanto successo. Non si pretendeva che riconoscessero la responsabilità degli omicidi, ma almeno qualche responsabilità generale. In sei anni non hanno mai fatto la minima autocritica. Ho capito inoltre che il lavoro del procuratore Andrea Zanoncelli era stato molto difficile per il contesto politico e la complessità nel ricostruire una vicenda di un paese così lontano e complesso come l’Ucraina. L’intera costruzione dell’accusa, almeno per le udienze a cui ho partecipato, è stata più che convincente e supportata da evidenze. La posizione della difesa è stata al contrario molto debole. Ho assistito all’arringa di uno dei difensori una settimana fa. È durata sei ore e per tutto il tempo ha continuato a ripetere che Markyv era solo un povero soldato, che non avrebbe mai potuto uccidere un giornalista, che non c’era artiglieria sul luogo dei fatti.

A quali conclusioni è giunta?

È venuto fuori, secondo me, in modo evidente che i colpi furono sparati da reparti dell’esercito ucraino. Su questo non ho dubbio alcuno.

E pensa che sia stato effettivamente Vitaly Markyv l’autore materiale degli omicidi?

Diciamo così. Credo che come minimo sia stato colui che ha dato l’ordine di sparare su Andy e Andrey. Markyv non era un semplice soldato che eseguiva ordini. Nel diritto penale militare esiste il termine «responsabilità di comando»: Markyv aveva un’importante responsabilità militare.

Lei ha affermato che una condanna così dura (l’accusa aveva chiesto 17 anni) è giunta in conseguenza delle pressioni enormi fatte sulla procura e la giuria durante il processo da parte dei nazionalisti e del governo ucraino.

Ero presente quando venne in aula il ministro degli interni ucraino Arsen Avakov. Fu un vero show con tanto di codazzo di giornalisti ucraini giunti insieme a lui. Nei corridoi del tribunale sostenne che «era lì per liberare Markyv». Ricordiamolo: Markyv è cittadino italiano e né la legislazione italiana né quella ucraina prevede la possibilità di avere doppia cittadinanza. Si è trattò di una intromissione negli affari interni di un paese che stava giudicando un suo cittadino.

Cosa pensa della crisi ucraina, la vicenda della Crimea e la guerra nel Donbass?

La pace nel Donbass può giungere solo sulla base degli accordi di Minsk. Ma le maggiori responsabilità per la situazione di stallo nella trattativa è di Kiev che non ha adempiuto ai suoi doveri. Votando per Zelensky il popolo ucraino ha votato per la pace: vedremo se il neo-presidente sarà all’altezza di questo obiettivo, se la situazione a Lugansk è migliorata a Donetsk si continua a combattere e morire. Sulla Crimea un’importante rappresentante al consiglio d’Europa mi disse una volta: «Qualunque politico ci fosse stato al posto di Putin avrebbe fatto lo stesso». E poi ci sono ancora molte cose oscure in quella annessione. Il ministero della difesa ucraina diede ordine alle truppe in Crimea di non resistere. Mi resta il dubbio che ci fu un accordo, che qualcuno ai vertici ucraini si accordò con Putin. Ma forse questo non lo sapremo mai.