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Editoriale

I cimiteri della satira

Un disegno di Plantu a Parigi nei giorni di cordoglio per l'attentato alla redazione del settimanale satirico

Suscita indignazione la prima vignetta di Charlie Hebdo che ritrae un italiano e una italiana indecisi tra pasta (penne) al sugo o gratinata e alla fine arrivano le lasagnes, farcite di corpi sepolti sotto le macerie di Amatrice. L’indignazione la lasceremmo ai responsabili della «distrazione» che fa sì che ogni terremoto in Italia sia strage di vite umane.

Certo la vignetta in questione è odiosa. Meglio, razzista.

Se l’obiettivo era quello di dire che in Italia i terremoti fanno troppi morti, il risultato è infelice e fallimentare.

Perché c’è differenza sostanziale tra la satira, che irride i potenti, e il sarcasmo contro i vinti e gli ultimi.

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E che approfitta, come fa la vignetta di Charlie Hebdo, addirittura del luogo comune italiani-pasta. Proprio come all’inizio del secolo venivano chiamati i migranti italiani a Parigi: «Macheronì». Aggravata dalla seconda vignetta di «risposta» alle proteste italiane: «Le case non le costruisce Hebdo ma la mafia».

Italiani pasta, pizza, mandolini e mafia insomma. Non basta rivendicare il valore «assoluto», contro ogni censura, della satira: altrimenti perché le brillanti matite di Charlie Hebdo non hanno mai pensato di irridere alla sanguinosa strage terrorista che ha riguardato quella redazione due anni fa definendola magari, «Paté de foie gras»?

Da tempo del resto Charlie Hebdo – matite alla deriva – non fa più ridere, fermo com’è allo stilema pentito degli anni Sessanta, quello che, da irriverente e insurgente è subito diventato politicamente corretto o, a piacimento, scorretto.

Come nei disegni famosi in cui l’effige di Maometto appare, inesorabilmente, disegnata come un culo o come due zebedei. E tutti a sogghignare visto l’anti-islamismo dilagante.

Ma, ricordate, perfino il cristiano papa Francesco di fronte a tanto, disse che ad una provocazione simile si rischia di ricevere una giusta risposta: «Se uno offende mia madre gli dò uno schiaffo».

Stavolta non è Maometto l’oggetto della vignetta. Ma i trecento morti del terremoto di Amatrice. Dagli all’indignazione nazionale.

Comunque, nell’antropologia europea riunita, se l’arroganza e il cattivo gusto restano una insopportabile peculiarità francese, la superficialità corrotta e criminale – come i terremoti hanno insegnato – ci appartiene tutta. E c’è poco da ridere.