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Editoriale

Cercasi classe dirigente

Austerità

Pier Carlo Padoan

L’Italia rimane il Paese che cresce meno tra quelli europei. L’Europa è ammalata, ma l’Italia è ammalata grave. Sarà colpa della classe dirigente, della struttura produttiva, dell’assenza di qualsiasi idea di politica economica, ma anno dopo anno il Paese diventa sempre meno europeo. La Svimez ha recentemente raccontato di un Mezzogiorno depauperizzato e tutti hanno sottolineato la situazione, ma l’Italia da troppi anni è fanalino di coda tra i Paesi europei con una minore crescita cumulata di oltre 9 punti di Pil rispetto alla media europea. Una situazione che dovrebbe mobilitare le migliori intelligenze del Paese, ma molti di questi non sono ascoltati, oppure dipinti come gufi. Rimane la cricca del presidente del consiglio, al netto di alcune e poche persone perbene.

Se andrà bene, nel 2015 la crescita potrebbe raggiungere lo 0,6%, esattamente quanto previsto in aprile dalla Commissione Europea, diversamente da quanto indicato dal governo (0,7%) nel Def (Documento Economia e Finanziaria), mentre le previsioni per il 2016 possiamo lasciarle ai cartomanti data la situazione internazionale. Anche il gigante d’argilla Germania, indipendentemente da quello che pensano i tedeschi di se stessi, non se la passa bene: 0,4% nel secondo trimestre. Un valore al di sotto delle previsioni. L’aspetto inedito è la motivazione adottata dall’Istat tedesco: pesano la crisi Greca e il rallentamento della Cina. A colpi di politiche d’austerità, l’Europa ha ulteriormente rallentato e nessuno può dormire sonni tranquilli. Tutta l’economia è in sofferenza e non vediamo all’orizzonte nessuna inversione di tendenza.

Servirebbero investimenti pubblici e un sostegno alla domanda interna, ma le politiche adottate non fanno altro che ridurre il potere d’acquisto e i diritti dei lavoratori. Fino a quando la disoccupazione rimane saldamente al di sopra del 12%, immaginare la crescita del Pil è pura fantasia. Quando i consumi si riducono c’è sempre una ragione: incertezza e non lavoro. La pressione fiscale riduce la crescita? Il solito e neoclassico modello che ha condotto l’Europa e l’Italia verso la più lunga e profonda crisi della sua storia. Dietro la mancata crescita ci sono le note e mai risolte questioni di struttura del Paese: l’industria è ferma e bloccata dalla sua specializzazione produttiva; l’edilizia che non riesce a trovare una nuova dimensione; servizi altalenanti, ma come potrebbero crescere se le imprese chiedono meno servizi?

Renzi sostiene che questa Italia ha voglia di futuro, non della palude degli ultimi anni. Forse ha ragione, ma la stessa Italia chiede un progetto credibile e non facili battute sulle tasse da ridurre. Una politica molto reaganiana che funziona solo in tempi di crescita, non certo in tempi di depressione prolungata. Le cose potrebbero anche andare peggio. Speriamo che il tema delle tasse prenda il verso del dettato costituzionale, ma la sensazione è un’altra. Da un lato il governo ha il problema delle così dette clausole di salvaguardia da coprire via spending review – 17 mld nel 2016 e 22 mld nel 2017 -, dall’altra l’idea di ridurre le tasse per valori che sono oggettivamente inarrivabili, salvo interventi draconiani su sanità ed altri istituti a favore dei meno agiati. Gli istituti statistici continuano a fornire più di una informazione per ripensare le politiche adottate, ma la classe dirigente da tempo ha dimenticato cosa significa «classe dirigente». Un problema in più che si aggiunge ai problemi di struttura del paese.

  • il compagno Sergio

    “Una poli­tica molto rea­ga­niana che fun­ziona solo in tempi di cre­scita”?
    L’autore è veramente convinto che la politica reaganiana abbia funzionato?
    E se ha funzionato, a vantaggio di chi e di cosa?
    È sorprendente leggere simili banalità in un quotidiano come il manifesto.
    Ma confesso che con il “nuovo” manifesto mi capita spesso di essere sorpreso e perplesso.

  • MarcoBorsotti

    Ahimè, come sottolineato nei due commenti già apparsi, mancano idee e riflessioni per capire le ragioni del disastro italiano e quanto scritto nell’editoriale dimostra che anche a sinistra del PD la situazione non é migliore. La classe dirigente é priva d’idee, ma scriverlo non basta se poi mancano le idee da proporre in alternativa e le analisi per sostenerle. Non vedo una sola parola in questo testo
    che descriva come il problema non sia soltanto della dirigenza, ma anche della base che ormai é assente, distratta, colpevole d’aver accettato la narrazione che vuole che ai problemi si possa rispondere soltanto badando ai propri interessi, lasciando il comune a coloro che vogliano prendersene cura perché tanto non ci sono differenze tra gli uni o gli altri. Altrove, in Spagna come in Inghilterra, Grecia, Germania, leggo che si discutono idee, si elaborano strategie, ma soprattutto si mobilitano persone per partecipare nel lavoro comune di cercare soluzioni che portino al superamento di quanto la globalizzazione sta cercando d’imporre ogni dove. Questo manca in Italia e questo spiega perché persone di basso contenuto come coloro che al momento si trovano a governare, possano essere riuscite a prendere il potere in quello che é stato come un colpo di Stato senza aver sparato neppure un colpo, semplicemente prendendo il controllo del Parlamento dove siedono nominati che hanno soltanto a mente la difesa del proprio interesse.

  • Francesco

    Centrato il punto. Dei problemi si parla senza studiarli. I giornali trattano temi cruciali come fossero partite di calcio (spesso ancora peggio), tutti fanno il collage delle stesse ansa cambiando l’ordine in relazione al diverso “messaggio” che si vuole trasmettere, tutti si fermano alla superficie, quasi nessuno ha interesse ad informare il lettore. Nel panorama italiano si salva solo il sole 24 ore che è nettamente dalla parte del padrone ma le informazioni che dà le dà come si deve, sforzandosi di rompere il muro della banalità.
    Per dire, oggi il sole spiega il perchè e il percome dei dati sulla crescita, li disseziona e li analizza. Qui si fanno molti mugugni e poche analisi. Dalla lettura del sole si capisce con una certa precisione quali siano i problemi, anche in termini quantitativi. Dalla lettura del manifesto si capisce solo che la sinistra sedicente comunista aspetta ancora che sia la classe dirigente a fare qualcosa.
    Mi dispiace ma questo giornale così serve meno del Foglio, che trovo ripugnante ma almeno serve a tenere viva l’indignazione e soprattutto ha la carta di qualità adatta ad assorbire i lubrificanti che cadono per terra quando faccio la manutenzione della bici (carta ottima, una copia all’anno basta e avanza).

  • Roberto Bisanti

    Concordo su superficialità e schematismo con cui sono trattati i temi c.d. cruciali. La circostanza è più grave dal punto di vista del manifesto perchè mentre il sole 24 ore affronta in profondità quei temi che descrive attraverso il paradigma liberista di cui è naturale espressione, questo giornale, proprio rifugiandosi in quella superficialità e schematismo, non solo fa un cattivo servizio alla base a cui si rivolge ma dimostra di non avere più un paradigma di riferimento attraverso cui leggere e spiegare la realtà e quindi elaborare una proposta di alternativa reale e concreta. Dal lessico del giornale sono scomparsi o quanto meno labilmente utilizzati gli strumenti del pensiero socialista e marxista; nessuno parla di lotta di classe in Europa (mentre la classe dominate mena e mena duro) di internazionalismo e così via, mentre vecchie e stanche firme, che (secondo me) tanto hanno contribuito al fallimento del movimento, sono continuamente riproposte come se non avessere mai fatto politica negli ultimi 40 anni. La sensazione è che anche questa sinistra, giornali compresi, ormai sia parte in commedia all’interno di un sistema che considera immodificabile, sì contro,ma non per rovesciare bensì per mantenere un equilibrio nel quale trovano anch’essi una loro confortevole posizione, naturalmente a danno di tutti coloro che vorrebbero rapprensentare i quali invece, ormai consapevoli, li premiano con percentuali da prefisso telefonico. In parte trovo dimostrazione di ciò nella giusta lamentela di una mediocre se non inesistente classe dirigente (forse solo digerente) senza una reale proposta di soluzione, come se anche la selezione dei dirigenti non fosse un problema politico da definire politicamente, ad esempio (come avviene in tante democrazie) addottando per ogni partito, ogni istituzione, commissioni di selezione che provvedonio a radiografare pubblicamente non solo i curricula ma anche le vite ed i legami di tutti coloro che si candidano alla rappresentanza (elezioni politiche o amministrative) o alla gestione (dirigenti) della cosa pubblica, naturalmente spogliandoli di ogni diritto alla riservatezza. Saluti