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L'Ultima

C’è vita a Cracolândia

Brasile. Resistenze solidali nel quartiere di San Paolo del Brasile famoso per lo spaccio e l’alta densità di tossicodipendenti. Tra riduzione del danno, "igienizzazione" poliziesca e demolizioni

La fila per i pasti caldi distribuiti dall’Instituto Anjos da Liberdade nel quartiere in piena pandemia

La fila per i pasti caldi distribuiti dall’Instituto Anjos da Liberdade nel quartiere in piena pandemia

In un muro bianco compare improvvisa una scritta rossa che precipita come sangue sulla parete: Uma doença chamada crack, una malattia chiamata crack. È il benvenuto per chi entra a Cracolândia, la terra del crack, per indicare la più grande piazza di traffico e di consumo di crack a São Paulo.

L’aria del quartiere è pesante e rarefatta. Gli sguardi della gente assenti, tutti afflitti dal medesimo pensiero: crack.

NEGLI ANNI ’50 era «il quadrilatero del peccato», per via della forte concentrazione di prostitute. Tra il 1960 e il 1970, la zona cominciò a essere conosciuta come la Boca do Lixo (Bocca di immondizia) in contrapposizione alla Boca do Luxo (Bocca del lusso). Nonostante il degrado, l’area di Boca do Lixo era negli anni ’70 il principale luogo di produzione cinematografica indipendente del Brasile. Negli studios del quartiere si creavano e si proiettavano film d’autore e bmovie di vario genere, ma, tra tutti, si impose la pornochanchada, forma di commedia popolare unita a una buona dose di erotismo, una sorta di versione brasiliana del filone Edwige Fenech e Lino Banfi.

Ma la connotazione attuale del quartiere, nonché il nome Cracolândia, arrivano intorno agli anni ’80 a partire dal vuoto lasciato da una vecchia stazione degli autobus abbandonata, dove avevano trovato rifugio spacciatori e consumatori di crack. Così mentre le imprese e le attività commerciali scomparivano, il crack cominciò a farsi spazio: i trafficanti cominciarono a controllare gran parte delle attività economiche. «I luoghi abbandonati – spiega Francisco Inacìo Bastos della Fondazione Oswaldo Cruz – oltre a essere occupati dagli spacciatori hanno esercitato un processo di attrazione per i tossicodipendenti provenienti dagli altri quartieri».

 

Fumando crack a Cracolândia nel 2011

 

IL FLUSSO QUOTIDIANO di persone provenienti da altre aree, secondo i dati del municipio, prima del 2014 era stimato in 3 mila persone. Dopodiché, l’amministrazione del sindaco Fernando Haddad (Partido dos Trabalhadores – Pt) ha provato ad affrontare la situazione con un progetto incentrato sul concetto della riduzione del danno. Il progetto denominato De Braços Abertos (A braccia aperte) coinvolse più di 400 residenti del quartiere offrendo loro una camera d’albergo, tre pasti giornalieri e chiedendo in cambio lavori di pulizia stradale retribuiti. Ai partecipanti non è richiesta l’astinenza, ma si fa leva su proposte alternative che impegnino il più possibile le persone durante la giornata. Sono state coinvolte 467 persone di cui il 65% ha ridotto significativamente l’uso del crack. Tuttavia, a partire dal 2017, la nuova amministrazione, guidata dal sindaco João Doria ( Partido da Social Democracia Brasileira – Psdb), ha decretato la fine del progetto perché «non fa che aumentare il consumo di crack», come disse il sindaco avviando il 21 maggio 2017 una mega operazione di 900 agenti preparati per reprimere ogni attività di spaccio e di consumo.

 

Un blitz non autorizzato della polizia antidroga nel quartiere (Ap)

 

Si è poi proceduto ad abbattere molti edifici e a continuare con azioni repressive facendo uso di idranti e lacrimogeni, ma il risultato è stato solo spostare di qualche isolato il problema. Inoltre risultava esserci una crescita dei reati, nell’area i furti erano aumentati del 44% mentre la crescita media in città era del 4,3%. A partire da tali risultati, l’allora vice-sindaco Bruno Covas, oggi sindaco in carica, ha ripreso la politica della riduzione del danno, ma solo sulla carta.

LA METÀ DEGLI HOTEL SOCIALI che durante gli anni di De Braços Abertos rispondevano all’esigenza abitativa, oggi sono chiusi, la presenza di assistenti sociali e di personale medico che dovrebbe fare da ponte tra i tossicodipendenti e i servizi è percepita sul territorio come poco incisiva e a metà aprile, in piena pandemia, è stata chiusa l’ultima struttura di accoglienza, che offriva vari servizi socioassistenziali tra cui un pasto caldo e la possibilità di lavarsi. Nel frattempo neanche la diffusione del Coronavirus ha arrestato il processo di “igenizzazione” della Cracolândia in atto da anni: è, infatti, all’ordine del giorno un progetto di demolizione di vari edifici che lascerebbe sulla strada 433 famiglie.

DURANTE I MESI DEL COVID sono cresciute le azioni di solidarietà soprattutto da parte delle Chiese – di varie denominazioni, ma soprattutto pentecolstali e neopentecostali – e di associazioni come per esempio il Collettivo BikeSystem, un gruppo di ciclisti che si è dedicato principalmente ad attività di animazione per i numerosi bambini che vivono nei cortiços del quartiere o del Collettivo Tem Sentimento, che genera reddito attraverso la sartoria, e ha coinvolto donne e transessuali, i soggetti più vulnerabili di questo contesto.

La compagnia teatrale Pessoal do Faroeste ha distribuito aiuti e kit sanitari, le associazioni Novos Sonhos e Ação Retorno hanno distribuito 560 pasti al giorno alle persone del fluxo che in fila ordinata hanno atteso il loro turno e pregato prima di mangiare. Ci sono comunque molte situazioni di assembramento, poche mascherine, poche possibilità di lavarsi che mettono ancora più a rischio le persone del quartiere. Le quali, per il tipo di vita che generalmente fanno, hanno un basso tasso di immunità.

«LA CRACOLÂNDIA è foda» urla Estrella. «Sì, fantastica, perché c’è spazio per tutti». La guardi e ti chiedi come fa a sorridere, ad avere lo sguardo sereno, come fa a tenersi tutto dentro. La rabbia e il resto. L’odio di un istante e l’amore per l’eternità. Anche se povera, ha il portamento di una regina. Disadorna eppure elegante come un giglio del campo. Arrivare a fine giornata a Cracolândia è un’impresa, e allo stesso tempo un’immensa soddisfazione: la vita non è scontata e anche quando non è ad alta definizione è pur sempre vita.

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