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Lavoro

Cassiera di 48 anni morta a Brescia. I sindacati: chiudere il più possibile

Denunce nelle pulizie e vigilanza: niente mascherine. L’Usb proclama sciopero generale. Fiom: la multinazionale Abb ha proposto un flash mob con foto dei dipendenti

Una cassiera in un supermercato

Una cassiera in un supermercato

La richiesta è sempre più pressante e trasversale. «Chiudere tutte le attività produttive non indispensabili». E va di pari passo con l’aumento dei morti sul lavoro per Covid19. Ieri è arrivata anche la prima vittima nel commercio: una dipendente di un Simply Market di Brescia. La sua mansione era quella che i sindacati avevano già denunciato come la più pericolosa: cassiera – tanto da aver imposto di montare alte barriere di plexiglass per evitare il contatto diretto negli stretti spazi delle casse. Si tratta di una donna di 48 anni, a casa da inizio settimana con febbre alta. Le sue condizioni si sono aggravate nella notte di giovedì e ieri mattina la donna è deceduta a casa. Il supermercato è stato chiuso per permettere la sanificazione della struttura.

E se le decisioni di molte regioni impongono la chiusura domenicale e la riduzione degli orari dei punti vendita alimentari – chiesta da giorni dai sindacati – proprio il personale addetto alle sanificazioni è un’altra categoria molto a rischio.

La denuncia della Filcams Cgil riguarda soprattutto il personale che effettua le pulizie negli ospedali e che in queste settimane rischia di entrare in contatto con pazienti di Covid19. Si tratta di circa 100mila lavoratrici dipendenti sia di piccole cooperative che di grandi multinazionali. Lavoratrici «con stipendi bassi impegnati quotidianamente da ormai quasi un mese, con turni che spesso non prevedono riposi, 7 giorni su 7», denuncia la Filcams. La situazione è a macchia di leopardo. Ma in alcune zone è assai critica.

Al nuovissimo ospedale dell’Angelo di Mestre per esempio la Filcams locale denuncia che «si lavora ancora senza mascherine: l’appaltatrice, una nota multinazionale francese, sostiene che non sia di propria competenza fornirle, così come l’Asl 3 Veneto, mentre le lavoratrici sono costrette a portare a casa le divise da lavare». All’ospedale civile San Martino di Genova invece «i controlli sugli addetti vengono eseguiti ma con ritardo e le indicazioni sui presidi da utilizzare sono contrastanti: all’inizio l’Asl sosteneva che per entrare in reparto era sufficiente la mascherina chirurgica, salvo poi fornire quelle Fpp2 e Fpp3 – più professionali e sicure – indicate dalla normativa nazionale non appena abbiamo minacciato di non entrare più in struttura se non con presidi idonei», denuncia sempre la Filcams.

Situazione simile anche nel settore vigilanza privata e trasporto valori. Nel Lazio i sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs denunciano «la mancanza di guanti monouso e mascherine, non escludendo forme di mobilitazione».

Nel settore metalmeccanico, dopo il «premio a chi lavora» della Dema a Somma Vesuviana denunciato giovedì, ieri è arrivato il «flash mob» proposto dalla Abb – multinazionale svizzero-svedese che produce interruttori, quadri e motori elettrici – ai dipendenti delle sedi italiane per lunedì. «Abb abbraccia l’Italia!», è il nome scelto con l’invito a indossare qualcosa di rosso («il nostro colore»), a mostrare il logo sulle divise e a scattarsi «una bella foto» da inviare alla direzione. Si tratta di ben 6 mila dipendenti sugli stabilimenti di Lecco, Bergamo, Sesto San Giovanni, Vittuone (Milano), Pomezia (Roma) e Frosinone.

«Abb continua imperterrita con la sua gestione degli stabilimenti – in particolare quelli situati in Lombardia – in modo assolutamente unilaterale, senza accordi con i sindacati. Siamo riusciti a far recedere il gruppo dalla volontà di utilizzare addirittura il lavoro straordinario, ma l’azienda continua con tutte le sue produzioni e non solo quelle strettamente necessarie al sistema ospedaliero o alle attività fondamentali per il paese. Un comportamento che mette in seria difficoltà i lavoratori, costretti di fatto a lavorare in condizioni non ottimali, mettendo a rischio la loro salute», denuncia il responsabile nazionale Fiom Mirco Rota.

La richiesta di «chiudere tutte le attività dove non è possibile garantire la sicurezza sul lavoro» – con particolare riferimento allo stabilimento Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza) da dove ieri arrivavano denunce di «crumiraggio» da parte dei sindacati che continuano a scioperare per la mancanza di sicurezza – è arrivato anche dal segretario generale della Cgil Maurizio Landini.

Ieri sera è poi arrivata una nota comune Fim, Fiom, Uilm che va nella stessa direzione: «Nelle imprese che si stanno rifiutando di applicare il Protocollo, o che non rispettano le prescrizioni sanitarie, abbiamo proclamato iniziative di sciopero che rinnoviamo fino a quando tutte le normative saranno rispettate. Un discorso particolare merita la Lombardia, la regione più colpita. Fim, Fiom e Uilm si uniscono all’appello di Cgil Cisl Uil che chiedono alle autorità di valutare la sospensione di tutte le attività, ad eccezione di quelle indispensabili: i servizi essenziali e quelli finalizzati alla produzione e al trasporto dei beni di prima necessità», concludono Fim, Fiom e Uilm.

Vanno oltre Usb, Si Cobas e Adl Cobas. L’Usb ha proclamato sciopero generale nel settore privato bloccando o rallentando ad esempio «la raccolta dei rifiuti nei comuni di Pisa, Cascina, San Giuliano Terme, Vecchiano, Calci e Vicopisano» per la protesta dei lavoratori della Geofor «per la mancanza di sicurezza sul lavoro».

Il Si Cobas invece chiede di «chiudere immediatamente tutte le attività economiche non essenziali» con lo slogan: «Tutti a casa, qui e ora».


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