Draghi ha detto non una, ma due cose impegnative. Con il candore e la freddezza dell’upper-class mondiale, ha usato parole chiarissime definendo Erdogan un dittatore. Aggiungendo che, in ogni caso, con questi signori bisogna collaborare. Probabilmente sarà stato influenzato dal viaggio in Libia, in cui ha speso parole positive per la guardia costiera libica e la sua opera meritoria di salvataggio in mare. Il disastro diplomatico della missione europea ad Ankara è tutto nella esplicita ammissione di una real politik piccola piccola.

Il 20 marzo la Turchia, con decreto presidenziale, è uscita dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Il 17 marzo è stata avviata presso la Corte Costituzionale la causa per chiedere lo scioglimento del Partito democratico dei popoli (Hdp). Nel medesimo arco di tempo Naci Agbal, presidente della banca centrale organismo sulla carta indipendente, è stato sollevato dal suo incarico per aver alzato i tassi d’interesse dal 17% al 19%. L’avvocata Kezban Hatemi continua a denunciare la prossima modifica del codice civile nella parte che equipara gli uomini alle donne, in un Paese in cui i femminicidi sono in costante aumento. Per non parlare della brutale repressione delle mobilitazioni studentesche contro la sottomissione del sistema universitario al potere politico di Erdogan.

Questa è la Turchia a cui hanno fatto visita i massimi vertici europei con l’obiettivo esplicito di avviare il disgelo dopo le tensioni con la Grecia e rilanciare una cooperazione rafforzata. L’Unione si è impegnata ad adempiere all’accordo sui migranti siglato nel 2016 che vale sei miliardi di euro (quattro già versati) con lo sguardo benevolo di Germania, primo Stato in scambi commerciali con la Turchia, e Italia, principale fornitore di armi dopo gli Usa. Obiettivo di fondo la modernizzazione dell’unione doganale in vigore dal 1996. Con 143 miliardi di euro nel 2020 l’Unione europea è il primo partner commerciale di Ankara.

Il contesto in cui ci muoviamo è evidente. L’Europa dello stato di diritto, dei diritti universali della persona è silente di fronte alla violenta svolta autoritaria che sta negando libertà politiche e civili a migliaia di cittadini, che colpisce la stampa libera e nega nei fatti l’autonomia della magistratura.
Che altro può accadere?

Può accadere che di fronte al Sultano ultrà del patriarcato, vada in scena un siparietto per misurare i rapporti di forza tra Stati nazionali e istituzioni comunitarie. Il cerimoniale dell’incontro è stato definito con un delegato del gabinetto del Presidente del Consiglio europeo Michel. Ad Erdogan non è parso vero di enfatizzare il rapporto con gli Stati, mettere in difficoltà la Commissione e umiliare una donna. Per questo è giusto chiamare in parlamento Michel per un chiarimento, come ha fatto la capogruppo dei Socialisti e Democratici Iraxte Garcia. Insieme ad altri parlamentari, inoltre, abbiamo scritto sempre a Michel per chiedergli un passo indietro. “Non accettiamo che le nostre istituzioni debbano prostrarsi di fronte a un regime ostile allo stato di diritto”. Così nella interrogazione scritta a più mani.

Una bruttissima pagina per l’Europa che però svela una fragilità ancora più grave, quella di un continente vittima degli egoismi nazionali che non fanno cogliere la gravità della situazione geopolitica ai nostri confini. Una Unione politica debole e ricattabile. La Turchia è proprietaria delle chiavi della rotta balcanica, la sola minaccia della riapertura dei cancelli della Tracia ai profughi siriani ci zittisce. Così come la necessità di garantire l’arrivo per i prossimi anni del gas russo e azero attraverso le infrastrutture di Turkstream e Tanap/tap.
IAgitare la leva dello stato di diritto a seconda della forza economica e militare dell’interlocutore trasforma in retorica afona i nostri principi. Ad Ankara è andata in scena la peggiore Europa e le parole di Draghi hanno certificato il livello delle nostre ambizioni e delle cose che abbiamo da dire sullo scenario globale. Qualche affare e poco altro.