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Politica

Carceri, prime (e poche) misure contro il contagio

Antigone: «Rischio catastrofe, fate presto»

Carcere di Regina Coeli

Carcere di Regina Coeli

Nelle carceri «si rischia la catastrofe, bisogna muoversi adesso», è il grido d’allarme lanciato ieri dall’associazione Antigone che con Anpi, Arci e Gruppo Abele offre al governo una serie di proposte. Il pericolo che l’epidemia dilaghi tra le 61 mila persone stipate in celle sovraffollate «a volte fino al 190% della capienza regolamentare» e con scarsa igiene, con conseguenze indicibili per il sistema sanitario già al limite, inizia a diventare visibile anche agli occhi del ministro di Giustizia e del capo del Dap. Secondo indiscrezioni di Palazzo Chigi, il Guardasigilli Bonafede pur con molte riserve starebbe studiando un pacchetto di norme, da inserire nel Dpcm al vaglio oggi del Consiglio dei ministri, per velocizzate l’attivazione di quei braccialetti elettronici bloccati da più di un anno (per inadempienze dell’allora ministro dell’Interno Salvini) che permetterebbero di alleggerire il sovraffollamento dei penitenziari.

Nel frattempo, mentre nelle celle è tornata una calma apparente (a Civitavecchia «da due giorni i detenuti hanno iniziato uno sciopero della fame per manifestare pubblicamente la loro sofferenza e preoccupazione», denuncia il Garante del Lazio Stefano Anastasia) il capo del Dap Francesco Basentini ha inviato una circolare ai provveditori regionali e ai direttori degli istituti con le «indicazioni operative per la prevenzione del contagio». Si raccomanda di: acquisire termoscanner per misurare la febbre ai «nuovi giunti» e al personale che fa ingresso ogni giorno in carcere o comunque prendere contatti con le Asl per il monitoraggio; «favorire in ogni modo» l’utilizzo di mascherine e guanti da parte degli agenti; approntare «locali dedicati» all’interno del carcere dove mettere in isolamento sanitario eventuali detenuti positivi al Coronavirus; limitare le traduzioni e i trasferimenti solo a urgenti «motivi di salute» e per «situazioni di necessità».

I tamponi però non saranno eseguiti in massa, ma solo in presenza di «elementi specifici che lo rendano necessario». E saranno i medici delle Asl, che servono tutta la cittadinanza, a dover recarsi in carcere per eseguirli. Per quanto riguarda la polizia penitenziaria, il Dap stabilisce che gli agenti debbano continuare a prestare servizio anche nel caso in cui «abbiano avuto contatti con persone contagiate», anche se «esonerati dai servizi operativi a contatto con la popolazione detenuta», in quanto «operatori pubblici essenziali» e nell’ottica di «garantire l’operatività delle attività degli istituti penitenziari» durante l’emergenza.


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