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Carcere, l’angoscia dietro le sbarre è l’altro virus

Strano periodo quello che stiamo vivendo. E ancora più strano, ansioso, angoscioso per coloro che si trovano in carcere o dentro hanno un parente.

L’amministrazione penitenziaria ha fortemente ridotto ogni contatto con l’esterno, per cercare di impedire la diffusione del virus in un contesto chiuso, e quindi estremamente rischioso, come è un istituto penale. Le disposizioni non sempre sono applicate in modo omogeneo sul territorio nazionale: ci sono direttori più cauti che impediscono qualsiasi contatto con familiari o volontari, ma anche direttori più ragionevoli che si limitano a disporre misure di controllo all’ingresso per tutti quelli che arrivano dalla libertà (misurazione della febbre, autocertificazioni sul proprio stato di salute). Medici e infermieri sono allertati. Un detenuto che ha i sintomi del Covid-19 deve essere portato con scorta fuori. Non è semplice questo momento.

In carcere la paura, la solitudine, l’angoscia crescono di ora in ora esponenzialmente. Va fatto ogni sforzo affinché il virus non oltrepassi il portone di ingresso delle prigioni. Sarebbe una tragedia infinita per detenuti (molti dei quali con patologie complesse) e lavoratori penitenziari. L’amministrazione penitenziaria ha previsto a tal fine una serie di misure. A seconda delle aree, ha azzerato o fortemente ridotto i contatti con la comunità esterna: chiuse le scuole, chiuse le attività culturali e ricreative. In non poche carceri sono negati i colloqui visivi con i parenti.

Decine di migliaia di genitori, figli, fratelli, sorelle non possono vedere i loro cari in carcere. Sono impauriti, in alcuni casi disperati. Per questo vanno allargate le possibilità di contatto. In base alla legge attualmente in vigore al detenuto spettano dieci minuti di telefonate alla settimana (seppur estendibili eccezionalmente), e i collegamenti internet sono pressoché vietati. La solitudine e le tensioni in questo modo possono crescere oltre il limite della ragionevolezza. Ci sono stati i primi sentori di questa crescente tensione che mai la Polizia deve affrontare con le armi, se non quelle della dissuasione ragionevole.

Sarebbe dunque un provvedimento governativo urgente e necessario quello che consenta al detenuto di telefonare ai propri famigliari per almeno venti minuti al giorno. In questo modo si andrebbero a mitigare gli effetti delle limitazioni progressive ai diritti delle persone detenute. Tra l’altro questa misura, presente in moltissimi Paesi d’Europa, ridurrebbe il traffico illecito di cellulari dentro le prigioni, rendendolo in parte inutile. Oltre alle telefonate ordinarie andrebbero consentiti i collegamenti Skype. In questo modo un figlio, un fratello, una sorella, un genitore, un partner potrebbe guardare negli occhi il proprio caro. Nei giorni scorsi l’amministrazione penitenziaria ha auspicato un maggiore uso a livello periferico di tale forma di contatto. È necessario che ciò avvenga in tempi rapidissimi sganciandolo da ogni logica premiale. Dialogare con un parente è un diritto e non un regalo concesso per buona condotta.

Infine, posto che a un certo numero di detenuti sono negati permessi premio e semilibertà (misure che consistono nello stare un po’ dentro e un po’ fuori dal carcere) in quanto si teme che possano portare il virus in galera, si dovrebbe favorire la concessione di provvedimenti di detenzione domiciliare e affidamento ai servizi sociali che si svolgono del tutto fuori dal carcere, in modo da ridurre la pressione sugli operatori. Va ricordato che oggi i detenuti in Italia sono oltre 61 mila per una capienza regolamentare di 50 mila posti. Mandare in detenzione domiciliare e affidamento al servizio sociale tutti coloro che ad esempio hanno un residuo pena inferiore ai tre anni e hanno fatto un positivo percorso penitenziario, sarebbe una misura che, senza avere effetti negativi sulla sicurezza pubblica, aiuterebbe lo staff a gestire questa fase complessa. La magistratura di sorveglianza dovrebbe dare segnali urgenti di disponibilità in questa direzione.

Conclusivamente, uno sguardo andrebbe rivolto ai circa 40 mila operatori penitenziari, compresi medici e infermieri delle Asl. Vanno gratificati, socialmente ed economicamente, per il lavoro che stanno svolgendo in questa fase difficile. Sono rimasti praticamente loro a evitare che la solitudine dei detenuti si trasformi in angoscia e gesti disperati.

Si percepiscono nel mondo libero sentimenti di preoccupazione, paura, incertezza. Le nostre libertà sono in parte limitate. Di fatto siamo chiusi nei nostri quartieri, nei nostri posti di lavoro. E chi abita nelle zone rosse sta sperimentando condizioni di vita prossime alla galera. Da questa esperienza di ansia e restrizione su scala globale potremmo uscirne malmessi ma anche con più senso di solidarietà, fiducia e responsabilità comunitaria. Da questa condizione di semi-liberi potremmo uscirne anche con un tasso di maggiore empatia verso chi detenuto lo è davvero.


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