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Calcio criminale

Intervista. Pierpaolo Romani, autore di un libro sull'argomento edito da Rubbettino e coordinatore nazionale di «Avviso Pubblico», racconta un fenomeno sempre più allarmante

Il calcio è il gioco più amato dagli italiani, ma anche, tra tutti gli sport, quello dove le mafie hanno trovato maggior humus per ottenere consenso sociale e «fare» denaro. Lo sa bene Pierpaolo Romani autore del libro Calcio criminale (Ed. Rubbettino), Coordinatore nazionale di Avviso Pubblico che opera con enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie.

A distanza di alcuni anni dall’uscita del suo libro possiamo dire che è ancora di grande attualità il rapporto calcio-mafia?
Certamente, basti pensare che la Commissione parlamentare antimafia della passata legislatura, presieduta da Rosy Bindi, ha dedicato nel 2017 una relazione sul rapporto calcio-mafia dimostrando che a distanza di anni quello che scrivevo è ancora attuale e si è esteso persino in Serie A.
L’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Torino sull’infiltrazione della ’ndrangheta nella tifoseria della Juventus ne è un esempio. Anche altre inchieste, più o meno note, hanno dimostrato l’interesse delle mafie nella gestione delle società di calcio. Prendiamo per esempio quella del 2018 denominata «Barbarossa», ad Asti, che ha attestato come la ’ndrangheta fosse penetrata nel mondo del calcio locale.

Per quali motivi le mafie sono interessate al calcio?
Il primo è quello di poter riciclare il denaro sporco; il secondo è dato della possibilità di coltivare il consenso sociale. Ci sono poi anche altri motivi, tra cui il controllo dello spaccio della droga nelle curve. Clamoroso è ciò che è successo di recente in Calabria dove il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha dichiarato che in provincia di Cosenza una ‘ndrina non solo controllava una squadra di calcio dilettantistica, ma riforniva direttamente di cocaina alcuni suoi calciatori. Ancora. Dietro le sponsorizzazioni delle squadre si possono talvolta nascondere delle vere e proprie estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti.

Il consenso sociale serve…
A tante cose. «Se ti fai volere bene, anziché essere temuto», per usare un’espressione di un boss mafioso siciliano, puoi commettere delle azioni illegali, ma la gente non parlerà male di te. Così si genera omertà. Il consenso sociale, per alcuni personaggi, diventa anche consenso elettorale: controllando una fetta della popolazione, a partire dalla tifoseria, si potranno condizionare, ad esempio, le elezioni del sindaco. Il consenso sociale, infine, serve anche per fare affari. Ecco perché i mafiosi acquistano le squadre di calcio. Il pallone apre molte porte che garantiscono ricchezza, omertà e impunità.

Nel libro racconta che le infiltrazioni mafiose sono presenti soprattutto nei campionati minori. Perché?
Una delle caratteristiche delle mafie è quella di controllare il territorio. Quindi più si è vicini a esso, meglio è. I mafiosi, ad esempio, comprano una squadra in terza categoria e nel giro di qualche anno la portano in Serie C. Riescono a fare questo grazie ai soldi di cui dispongono, derivanti dal narcotraffico, che permettono loro di acquistare buoni allenatori e buoni calciatori. Il successo della squadra genererà visibilità mediatica e consenso sociale per chi la presiede, la allena e ci gioca. Da ultimo, non scordiamoci che, come evidenziato da alcune inchieste giudiziarie, ai fini della gestione delle scommesse, è più facile alterare una partita a livello semiprofessionistico che nelle serie maggiori.

Le cronache riportano anche di fatti preoccupanti riguardanti il potere di alcuni capi ultras e dei loro rapporti con le mafie.
Ci sono persone che fanno di mestiere i capi tifosi. Alcuni di loro sono legati a formazioni politiche di estrema destra, hanno precedenti penali pesanti e sono stati in carcere, ad esempio, per spaccio e traffico di droga, estorsioni, tentato omicidio. Alcuni sono anche dei mafiosi. Tutto questo è stato scritto nella relazione della Commissione parlamentare antimafia. Il lavoro d’inchiesta svolto da questo organismo istituzionale ha dimostrato che nelle curve operano gruppi che utilizzano il modello mafioso fatto di violenza, intimidazione, minacce e omertà. In curva, e in altri settori dello stadio, è sempre più frequente il caso di non potersi sedere nel posto indicato nel biglietto. Controllare i posti, significa controllare il territorio, caratteristica tipica delle mafie. Nel mio libro racconto come queste ultime, anche attraverso i gruppi di tifoseria organizzata, possono arrivare a controllare il merchandising, i parcheggi, alcuni dei bar mobili che ci sono attorno allo stadio.

Quindi non è la mafia che entra nelle curve, ma sono i criminali che le frequentano utilizzando metodi mafiosi.
Vi sono l’uno e l’altro. La cosa che accomuna mafiosi e capi ultras malavitosi, come ho già detto in precedenza, è l’uso della violenza, delle minacce e delle intimidazioni per controllare pezzi di territorio/stadio e fare business. In particolare, i soldi vengono fatti con lo spaccio della droga e il bagarinaggio.

Nel libro parla anche di minacce a giocatori e allenatori.
Le minacce ai giocatori sono un fatto documentato dal Rapporto «Calciatori sotto tiro» dell’Associazione italiana calciatori. Da questo Rapporto, già uscito in cinque edizioni, emerge che i giocatori vengono minacciati o intimiditi per vari motivi: scarso rendimento, ripetute sconfitte, retrocessioni. A volte, alcuni calciatori sono stati minacciati perché non hanno mantenuto dei patti illeciti fatti con personaggi legati alla criminalità, con cui avevano stabilito di alterare i risultati delle partite ai fini della gestione delle scommesse. Talvolta si assiste a una connivenza tra ultras e società. Nel mio libro racconto, ad esempio, come una società del Nord Italia, che anni fa giocava in Serie C, abbia fatto minacciare e intimidire alcuni suoi giocatori da personaggi criminali per indurli a rescindere il contratto unilateralmente. In questo modo, la società non avrebbe più dovuto pagargli lo stipendio.

Ci sono numeri che quantificano questo fenomeno?
Negli ultimi cinque anni l’Associazione italiana calciatori ha censito più di 500 atti intimidatori, avvenuti soprattutto nel Sud Italia all’interno degli impianti sportivi. In diversi casi, le minacce e le intimidazioni sono giunte ai calciatori per opera dei propri tifosi, anche mediante l’utilizzo dei social network, oltre che con cori, striscioni, scritte sui muri e, in certi casi, aggressioni fisiche. Negli ultimi due campionati – tanto a livello professionistico, soprattutto in Serie A, che dilettantistico – più del 40% delle intimidazioni e minacce hanno avuto come motivazione il razzismo.

Come ha risposto la politica alle infiltrazioni mafiose?
Nel 2016 è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra Ministero degli interni e le leghe calcio nel quale era scritto che chi acquisiva dal 10% in su di una società professionistica doveva presentare tutta una serie di documenti antimafia. Questo è stato un atto importante, ma non sufficiente. A mio avviso, occorre attuare la proposta avanzata dal presidente dell’Associazione italiana calciatori, Damiano Tommasi, che aveva chiesto di abbassare sensibilmente la soglia per far sì che tutti quelli che acquistano una società di calcio debbano dichiarare chi sono, che cosa fanno e da dove originano i capitali che investono.

Il mondo del calcio invece…
Deve lavorare molto sul versante della prevenzione, iniziando con il far comprendere ai calciatori, partendo dai ragazzini, che esiste una cultura della legalità e della responsabilità, che le regole vanno rispettate, che esse servono per proteggerci e non per crearci ostacoli. In tal senso, segnalo il lavoro che da alcuni anni sta svolgendo il Dipartimento Junior dell’Associazione italiana calciatori che vuole portare una nuova cultura sportiva nel calcio, preoccupandosi di formare allenatori e tecnici che siano in grado, a loro volta, non solo di formare dei buoni atleti, ma di contribuire a educare dei cittadini responsabili. Questo lo devono capire anche i genitori. In Italia ci sono tante famiglie che sperano di avere un figlio calciatore per risolvere i loro problemi economici. La realtà qual è? Diventa professionista un ragazzo su trentamila.