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Internazionale

Buhari sotto tiro per il «flagello» Boko Haram

Nigeria. A un anno dalla rielezione del presidente, guerriglia jihadista nel nord e deriva autoritaria i principali rischi del paese

Muhammadu Buhari

Muhammadu Buhari

Tre attacchi nell’arco di pochi giorni del gruppo jihadista dello Stato Islamico dell’Africa occidentale (Iswap), nato da una scissione all’interno di Boko Haram, nelle località della regione del Borno nel nord-est della Nigeria, con l’obiettivo di destabilizzare sempre più la difficile condizione di vita dei civili. mel mirino principalmente le forze di sicurezza, i cristiani, le agenzie statali e gli operatori umanitari con l’obiettivo di far nascere uno Stato Islamico in tutta l’area.

Martedì e mercoledì il gruppo jihadista ha colpito una base militare a Tungushe uccidendo un militare e ferendone altri due, per poi attaccare nuovamente nella vicina città di Gajiganna, provocando la morte di tre soldati e rubando almeno due mezzi militari. Attacchi che si aggiungono a quello di domenica notte, nella località di Auno lungo la strada per Maiduguri (capitale del Borno), che ha causato la morte di 30 civili, molti dei quali bruciati vivi. I viaggiatori e i camionisti – si parla di almeno 20 mezzi e veicoli bruciati – erano incolonnati per la notte, dopo l’istituzione del coprifuoco dell’esercito, in attesa di entrare in città all’alba.

Un anno dopo la sua rielezione, il presidente Muhammadu Buhari ha promesso di continuare nel suo lavoro per sradicare Boko Haram, considerato il principale «flagello del paese, molto più della crisi economica, perché dal 2009 ha causato oltre 35mila vittime», nel corso di una breve visita a sorpresa a Maiduguri, al suo ritorno dal vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba.

Forti le critiche nei confronti di Buhari da parte del suo principale avversario politico, Atiku Abubakar del Partito Democratico Popolare (Pdp), riguardo allo «scarso sforzo nella lotta contro il fenomeno jihadista nel paese» o ad alcune scelte considerate «poco democratiche». In un’intervista al quotidiano The Punch Abubakar ha considerato «inaccettabili le dichiarazioni di Buhari sulla mancanza di risorse economiche per contrastare Boko Haram, in un paese che è uno dei principali produttori di petrolio del continente, con una produzione di due milioni di barili al giorno».

Polemiche da parte delle opposizioni politiche anche riguardo «alle violenze e agli arresti arbitrari nei confronti di civili inermi», eseguiti nel tentativo di contrastare il fenomeno jihadista. «Le razzie indiscriminate e la distruzione di interi villaggi da parte dell’esercito nigeriano favoriscono l’ascesa del consenso jihadista da parte della popolazione civile e dovrebbero essere considerati come possibili crimini di guerra nei confronti di Buhari» ha affermato Osai Ojigho, direttore di Amnesty International Nigeria.

Riguardo a una pericolosa deriva autoritaria, resta forte la contestazione da parte dei rappresentanti dei partiti minori delle opposizioni dopo la recente decisione presa dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Inec) di sciogliere 75 dei 92 partiti esistenti nel paese. Un provvedimento, forse favorito dallo stesso Buhari, giustificato per «mancanza di requisiti riguardo alla Costituzione ed alla legge elettorale del 2010».

In risposta alla decisione dell’Inec, l’attivista Isaac Osuoka ha affermato che «il 2020 segna il ventesimo anno di governo civile, ma deve restare alta l’attenzione e indispensabile l’azione delle organizzazioni della società civile e della stampa indipendente per fermare lo scivolamento del nostro paese verso la dittatura».


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