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Visioni

Bertrand Tavernier: «Hollande non ha capito l’urgenza della situazione»

Intervista. Il regista ospite inaugurale dei Rendez vous del cinema francese, parla del suo cinema e della situazione politica

Bertrande Tavernier, sotto un'immagine dal film e una clip

Bertrande Tavernier, sotto un'immagine dal film e una clip

L’appuntamento è in un hotel di lusso, terrazza sui tetti di Roma, giornata di sole primaverile. Bertrand Tavernier, uno dei registi «storici» del cinema d’oltralpe, è il primo ospite dei Rendez-vous del cinema francese, la manifestazione che ogni anno promuove in Italia la produzione francese (specie i film senza ancora una distribuzione) provandone così i possibili risultati sul nostro (difficilissimo) mercato cinematografico. «Da quando c’è l’Europa in Francia vediamo meno film italiani, e voi in Italia molto meno i nostri. È un vero paradosso» commenta Tavernier. La rassegna ha inaugurato col suo Quai d’Orsay, e che si parli subito dei risultati elettorali in Francia, è quasi nelle cose. Non solo perché tra i protagonisti del film c’è Julie Gayet, il cui nome è rimbalzato sulle cronache gossip qualche mese fa per la relazione col presidente Hollande. Quai d’Orsay filma infatti la politica nel suo funzionamento «interno», tendenza oggi diffusa nel cinema francese, pensiamo a L’esercizio dello stato di Pierre Schoeller, o seppure i senso opposto a La Bataille de Solferino – altro titolo nel programma della rassegna.
Quai d’Orsay si ispira al fumetto omonimo, un enorme successo editoriale in Francia, di Abel Lanzac e Christophe Blain pubblicato nel 2010. Come questo è diviso in capitoli che ci portano nel quotidiano de ministero degli affari esteri, osservato attraverso l’esperienza di un giovane consigliere vicino al ministro Alexandre Taillard de Worms (Thierry Lhermitte) – la cui figura si dice sia ispirata da Villepin. Quasi un romanzo di formazione tra meschinità, gelosie, colpi bassi, decisioni prese senza valutarne la portata, una fraseologia vacua e sempre più sconnessa dalla realtà.

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Tavernier non appare sorpreso dalla vittoria di Marine Le Pen: «Abbiamo avuto al governo un presidente autistico, che non ha mai dimostrato di comprendere l’urgenza della situazione in cui viviamo, sociale, economica, politica».

Anche lei è convinto che la vittoria del Fronte nazionale, e della destra in genere, sia da imputare principalmente alla politica di Hollande?

Certo, Hollande è una persona intelligente ma il suo atteggiamento sembra dirci di continuo che quando c’è un problema con la realtà intorno, è la realtà a avere torto. Ripeto, è un uomo colto, preparato, che però dal momento del suo insediamento non ha mai avuto un sussulto dimostrandosi incapace di prendere decisioni forti, anche sul piano simbolico necessarie oggi ai francesi. E questo ha deluso moltissime persone che si aspettavano un maggiore senso nel governo e una maggiore chiarezza. Hollande appare agli elettori inefficace, inoltre a mio avviso ha scelto ministri incapaci, il suo governo è frutto di un cattivo casting. Credo che se applicassi la stessa logica ai miei film avrei smesso di girarne da un pezzo.
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Accennava alla difficoltà di circuitazione nell’Europa attuale del cinema. Il mercato italiano è sempre più chiuso, ma anche in Francia comincia a diffondersi un po’ di preoccupazione. Tra gli addetti ai lavori – cineasti, distributori specie indipendenti – si dice che sta diventando sempre più difficile trovare partner produttivi disposti a rischiare, e che le sale sono sempre meno aperte alla differenza di proposta.

Non è proprio la stessa cosa! Da noi escono ogni anno moltissimi titoli provenienti da tutto il mondo, la Francia è il paese europeo con un numero maggiore di uscite mondiali. Nonostante la crisi continuiamo a investire sulla cultura, che invece qui in Italia mi sembra messa sempre più in secondo piano. I problemi italiani di oggi risalgono anche al passato, quando il cinema italiano era ricco non ha investito nelle sale, non c’è stata una differenziazione mantenendo le sale d’essai o i cineclub; è mancata l’ attenzione al diritto d’autore, e anche se le persone politiche in carica erano di sinistra, non sono state capaci di attuare una politica culturale e di salvaguardia del patrimonio artistico. Ciò che è accaduto giorni fa a Pompei, coi preziosi resti archeologici che continuano a andare in rovina, è un segnale molto preoccupante.

«Quai d’Orsay» osserva da vicino il potere politico. È un soggetto che ha già affrontato in passato nei suoi film, pensiamo a «Che la festa cominci» ma stavolta ha scelto una prospettiva contemporanea.

Non definirei Quai d’Orsay un film sul potere, per me è piuttosto un film sul la

voro della politica. Abbiamo un ministro degli esteri,

Alexandre Taillard de Worms i cui principi sono legittimità, lucidità e efficacia. È un uomo affascinante, che piace alle donne, ma che è politicamente inadeguato. All’inizio sbaglia tutto, poi pian piano riesce a dichiarare una posizione politica molto coraggiosa. Dal punto di vista cinematografico il mio riferimento è stato subito la commedia. E ho cercato di mantenerne il tono per tutto il film che racconta un gioco ma molto serio. Del resto niente è più serio della risata. Mi interessava anche mostrare personaggi che di solito non si vedono alla televisione, e che svolgono un lavoro importante ma di cui non sappiamo nulla.

Lei dove si pone verso il mondo che racconta?

Cerco soprattutto di non impormi sui personaggi, nonostante l’ironia che manifesto verso alcuni di loro, il film vuole essere positivo, e rimanere nella commedia. Penso a Lubitsch, a Wilder, non mi interessa la parodia, il tono che cercavo, e che spero di essere riuscito a rendere è un’ironia un po’ urticante che, appunto, non mi impedisce di provare affetto per i personaggi. Adoro il capo del gabinetto del ministro, mi fa ridere nella sua follia megalomane, come mi divertono certi paradossi di altri personaggi, e mi piaceva mostrare anche questa mia tenerezza nei loro confronti.

Torniamo al cinema francese. Durante lo scorso festival di Cannes, è infuriata la polemica sui salari minimi garantiti ai lavoratori dello spettacolo, rispetto ai quali si è ora arrivati a un compromesso. I registi indipendenti lamentano però il fatto che alzando il livello salariale faranno sempre più fatica a girare i loro film. Lei cosa ne pensa?

Non ho mai fatto un film al di sotto nel minimo salariale, e Dio sa quanto ho faticato per certi film a trovare i finanziamenti. Ma mi chiedo: come si può pensare di fare economie sui salari dei tecnici? Il risparmio va cercato altrove. Per esempio con una preparazione accurata del film, o evitando di pagare gli attori cifre allucinanti sottopagando per sostenerle il montatore o il tecnico del suono. Credo che con un trattamento equo si ottengano dei risultati migliori. Io sul set non voglio mai la macchina di produzione, la segretaria personale ecc. Lavoro con gli attori che sono ben pagati, come gli sceneggiatori che hanno la stessa importanza in un film, e tutti sono contenti, e spesso tornano a lavorare con me. Nonostante tutti questi problemi però, sono convinto che nel cinema francese abbiamo una nuova generazione di bravi registi destinati a emergere molto presto.


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