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Editoriale

Barilla, la pasta che si mangia imbracciando la baionetta

Guido Barilla

Non è una pasta per gay. Dovremo farcene una ragione. Tortiglioni, penne, pipe rigate e rigatoni. Magari pure le orecchiette. Da oggi in poi saranno solo per etero se marchiati Barilla. Scordiamoci «Dove c’è Barilla c’è casa», «Un mare d’amore», «La pasta del buon appetito», ma soprattutto il democratico «Questa è la pasta di tutti». Non lo è più. Il popolo gaio è meglio che faccia incetta di quella pasta a forma di cazzetto che ogni tanto troviamo come stravaganza nei negozi più discoli. Che tristezza.
«Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale», ha detto stentoreo Guido Barilla, anche se poi si è scusato su twitter. «Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri». Il nuovo motto potrebbe essere qualcosa di simile a quello ideato da Marcello Marchesi per la pasta Combattenti: «La pasta che si mangia con la baionetta!”. Era dai tempi di un vecchio spot animato anni ’60 di Lele Luzzati che non si sentiva la parola censura da parte della Barilla. Allora la colpa era stata mostrare Pulcinella che va a mangiare con gli amici all’osteria concludendo «All’osteria si mangia Barilla!». No, all’osteria non si poteva mangiare Barilla. Solo a casa si poteva mangirea Barilla. E non con gli amici maschi, ma con la propria tradizionalissima famiglia. Eppure? vi sembrava così etero l’immagine dellla pasta Barilla? così casalinga? Anni di languori di Mina vestita e diretta da Piero Gherardi come una musa che accarezza sinuosamente le scatole di pasta Barilla. E anni di fusilli in tasca che i padri si ritrovano pensando al «ritorno a casa» commentato dalla musica di Vangelis. E anni di gattini sperduti sotto la pioggia.
Come si può credere a questa assurda dichiarazione antigaia da parte di Guido Barilla come fosse un Calderoli qualsiasi proprio il giorno che esce il film più gaio dell’anno, «Lo sconosciuto del lago», con esibizione di atti sessuali e schizzi dappertutto, e mentre la Boldrini vieta in pubblicità le mogli che servono a tavola come accadeva già a casa Barilla nei primi anni ’60 nella serie di caroselli «Vita con Bettina». E’ un po’ come vietare la vecchia Fiat 1100 o la Punto alle coppie non etero. Con l’ovvia domanda: ma allora qual è la macchina per coppie gay? La Peugeot 206? Il Maggiolino? La Golf? «Questa non la beve», diceva in un vecchio carosello Barilla del 1959 Mimmo Craig al «ballista» Dario Fo. «E questa la mangi?», rispondeva Fo mostrando la scatola di pasta disegnata da Herbert Carboni.
A quel tempo Fo era il massimo del trasgressivo in tv. Ma era ancor più stravagante l’imitatore Mario Di Gilio che al già vecchio maestro D’Anza si mostrava con un rigatone in testa nell’imitazione dell’inimitabile pasta Barilla. Che poi, ripetiamo, tutta questa virilità in anni e anni di pubblicità di pasta e prodotti Barilla non traspariva proprio. Né i primissimi tempi quando nella sua Parma Pietro Barilla si faceva aiutare dal critico cinematografico Pietro Bianchi, anche lui parmense, a ideare i primi caroselli, come quelli con Dario Fo, adorato da Bianchi o quelli con Giorgio Albertazzi (chiacchieratuccio, direi?) che declamava poesie d’amore per il ppubblico della tv del 1959, né quando, dieci anni dopo, un raffinato regista non proprio etero come Mauro Bolognini girava le «Prove del fuoco» di Massimo Ranieri e concludeva con la finta zia del cantante che esibiva una padella al fuoco al ritornello di «Io per Massimo mi fido solo dei Tortiglioni Barilla».
Ma neppure le lunghe serie dei caroselli Barilla girate da grandi maestri del cinema, come Valerio Zurlini o Duccio Tessari, erano così machiste. E quando Pietro Barilla chiese a Federico Fellini di girare con Mina, Fellini passò il lavoro al suo costumista e scenografo, Piero Gherardi, che portò nei caroselli tutti gli abiti e le location incredibili che aveva studiato per il mai realizzato «Viaggio di G. Mastorna» che Fellini avrebbe dovuto realizzare per Dino De Laurentiis e che abbandonò tragicamente dopo mesi di preparazione. Ovvio che i fan di Mina, tutti etero, no?, siano pazzi di questa incredibile serie Barilla. Mettiamoci anche gli spot Barilla degli anni ’80 e ’90, quello con Falcao con la maglietta giallorossa che si presenta con un «Obrigado, Barilla» («Non ho mai mangiato così bene come in Italia, e la cosa più buona è la pasta»). O quello, incredibile e trashissimo, con Alberto Tomba biondo, modello «Alex l’ariete», che fa l’uomo bionico nel 1995. Molto più mascolini gli spot diretti da Ridley Scott e David Lynch con Gérard Depardieu in una Roma solare che mette d’accordo coppie in crisi (in una c’è anche la Cucinotta) con un piatto di pasta.
Ma il grandioso spot che finalmente Federico Fellini diresse per la Pasta Barilla nel 1985, «Alta società», la dice lunga sulla voglia di trasgressione dell’azienda e sull’ambiguità del messaggio. In un ristorante di lusso, altro che la fetida osteria allegra del Pulcinella di Luzzati, il grosso cameriere Franco Javarone, già uomo-pesce per Sergio Martino, snocciola piatti prelibati alla signora in attesa. Poi lei apre la bocca con i denti un po’ aperti e mormora in primo piano: «RIGATONI». E il cameriere conclude con un ammiccante «Ah! Noi come un’eco rispondiamo BARILLA». E smaltito il gioco di parola sul doppio significato in romano della parola rigatone (lo sapete, dai, lo sapete, come lo sapevano alla Barilla) si conclude lo spot con un «Vi fa sentire sempre al dente». Ora, che la pratica del rigatone sia proprio qualcosa che ci riporta al calore della famiglia e alla sessualità tradizionale?»

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