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Editoriale

Baciare il rospo?

Crisi di governo. Questa legislatura è nata male, da un accordo parlamentare tra due partiti che in campagna elettorale avevano chiesto il voto uno contro l’altro. Ma proprio per questa ragione adesso si deve tornare in Parlamento e lì tentare di trovare una nuova maggioranza.

Quella volta della nostra copertina “Baciare il rospo?” era il gennaio 1995, si trattava del governo Dini, dopo il ribaltone di Bossi contro Berlusconi. Con tanto di punto interrogativo nel titolo (come non si dovrebbe mai fare). Ma la scelta era importante e neppure il verbo “baciare” al posto di un altrettanto consono “ingoiare” era lì per caso. Baciare conteneva la speranza che la bestia si trasformasse in principe.

La stagione dei rospi sembra tornata di attualità. Renzi e Di Maio sono difficili da digerire, Salvini ancora di più, resterebbe sullo stomaco non solo a noi ma alla democrazia italiana. Chi se lo può immaginare un presidente della repubblica eletto da una destra che scimmiotta Mussolini? O la giustizia e l’ordine pubblico affidati alle guardie pretoriane di Meloni e del capo leghista?

Se un accordo di programma tra Pd, 5Stelle e Sinistra fosse stato scelto e preferito al contratto con il caudillo della Lega dopo il 4 marzo, avremmo evitato che si montasse la testa un ministro da Papeete beach che sta in parlamento con il 17% e chiede di sciogliere le camere perché glielo consigliano i sondaggi.

Ma è inutile piangere sul latte versato, o mettersi ad elencare gli insulti reciproci tra Pd e M5S. E’ invece importante cercare di cogliere l’occasione della crisi di governo per far cambiare strada alla legislatura. Non le decide Salvini le elezioni anticipate, a un poco più di anno dalle ultime votazioni.

Questa legislatura è nata male, da un accordo parlamentare tra due partiti che in campagna elettorale avevano chiesto il voto uno contro l’altro. Ma proprio per questa ragione adesso si deve tornare in Parlamento e lì tentare di trovare una nuova maggioranza.

E’ altrettanto evidente che nessun governo “istituzionale” o “tecnico” o “del presidente” o “di scopo” può dare al paese la svolta politica di cui ha bisogno, come sarebbe quella che vedesse prevalere uno schieramento di forze ampio, dal Pd a Leu ai 5Stelle, su un’agenda alternativa.

Facile a dirsi perché al momento rischiano di prevalere interessi di bottega, anzi personali, a cominciare da quelli del Pd. Renzi vuole tenersi i seggi in Parlamento, e l’accordo con Di Maio (smentito ufficialmente da dichiarazioni di chiusura “no, con Renzi nessun tavolo”), che ha il medesimo interesse, si può trovare. D’altra parte per Zingaretti sostituire i renziani con i suoi resta una tentazione, testimoniata dalle prime reazioni al patatrac, quando invitava «al voto, al voto». Tanto da ricevere i complimenti di Salvini: «Zingaretti è il più coerente».

Se è o vuole essere un leader, il segretario del Pd dovrebbe convocare una direzione e proporre una linea politica, indicando i punti di programma per un accordo di legislatura. Del resto il suo rimettersi alle decisioni del Capo dello Stato non vuol dire niente perché è via obbligata e scontata. Così come sembra debole giustificare in qualche modo il voto anticipato per sottrarre a Salvini il comodo ruolo di opposizione. Avrebbe senso solo di fronte a un papocchio, che purtroppo resta l’eventualità più probabile.

Banalmente, come diceva Andreotti, «il potere logora chi non ce l’ha». Senza il potere, con un governo che spostasse su altri contenuti il paese, non più l’oscena caccia all’immigrato ma le vere emergenze sociali e ambientali, le proposte economiche e più in generale una visione della giustizia e dei diritti civili, Salvini si troverebbe improvvisamente senza magliette della polizia, senza leve di comando, senza soldi per tenere su la baracca propagandistica, con meno telecamere al seguito. E persino il suo profondo Nord se lo toglierebbe volentieri dai piedi, a cominciare dagli industriali lombardo-veneti che in questo anno di governo gialloverde gli hanno retto la coda sotto la bandiera del Tav e contro l’odiato reddito di cittadinanza dei grillini.

L’altro protagonista di un nuovo governo alternativo alla destra, i pentastellati, sta come un pugile suonato sul ring. Il M5Stelle è diviso ed esce con le ossa rotte da una deludente prova di governo perché alle misure contro la povertà e per il lavoro (sostegno al reddito, decreto dignità sulla precarietà) ha affiancato pessime leggi, provvedimenti disumani e illiberali (chiusura dei porti, dileggio delle Ong, attacchi alla libertà di stampa), che hanno silenziato la sinistra interna risolvendo i problemi con l’espulsione dei dissidenti. Senza una schietta autocritica sulle scelte del governo è difficile costruire un’alleanza di programma.

Quello che diciamo e scriviamo in queste ore, i politici, i giornalisti, la gente comune, su come uscirne presenta i pro e i contro. Però una cosa deve prevalere, la decisione di non consegnare il paese ai fascio-leghisti.