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Editoriale

Astrit Dakli, il nostro corrispondente a Mosca

Astrit Dakli. Un testimone «manifesto» a Mosca. Dalla svolta di Gorbaciov e del «Congresso del popolo», alla fine dell’Urss e all’avvento dell’era eltsiniana

Astrit Dakli

Posso sbagliare i giorni, i mesi o forse gli anni, ma tutto è chiaro, adesso che Astrit Dakli se n’è andato alla mia stessa età. Il vuoto si allarga e non si riempie.

Dopo Luigi Pintor, dopo Aldo Natoli, Lucio Magri e K. S. Karol. E ancora Carla Casalini, Stefano Chiarini, Rina Gagliardi e solo pochi mesi fa Giuseppina Ciuffreda. Uno dopo l’altro vedo davanti a me i fotogrammi di una generazione di donne e uomini che ha vissuto nella straordinaria trincea de il manifesto.

i ragazzi astrit

Tra me e Astrit c’era una sorta di conflittualità complice. Non eravamo quasi mai d’accordo, ma la sua precisione e la mia testardaggine avevano la meglio perché emergesse un punto di vista comunque critico. Era quasi un gioco agli opposti tra noi.

Taciturno e flemmatico lui, spesso esagitato e ansioso io. Una cosa ci accomunava, il rifiuto del presenzialismo ad ogni costo, la diffusa malattia della vecchia e nuova sinistra.

Ho voluto molto bene ad Astrit. L’ho conosciuto meglio quando Rossana Rossanda, per far uscire il giornale dalle secche mortifere della fine degli anni Settanta e dalla crisi che ci attanagliava, avviò l’esperienza della «Cooperativa il Manifesto anni 80».

La sortita di una «società politica», per tessere nuovi rapporti, per sostenere il giornale e allargare le sue aree d’ascolto e anche la sua base proprietaria, con una cooperativa che proponeva quote associative. Astrit fu il primo responsabile di questo lavoro e chiese spontaneamente di farlo rinunciando per molto tempo all’attività di giornalista. Lì siamo diventati amici. Lui era arrivato al manifesto dal Quotidiano dei lavoratori (il giornale del gruppo di Avanguardia operaia), dopo una stagione di rotture e ricomposizioni a sinistra che caratterizzarono gli anni Settanta.

C’era un elemento che subito accese il mio interesse per Astrit: era albanese.

Io, da sempre a vocazione e legami familiari balcanici, conoscevo bene l’Albania. Ed era sorprendente vedere un albanese della mia generazione, con un padre che era fuggito da Enver Hoxha, essere in un giornale e prima ancora essere stato in una organizzazione che si riconoscevano nel comunismo, anche se opposto e contrario al socialismo realizzato.

È stata l’altra costante della nostra amicizia. Ricordo che nel 1997 andai ad Elbasan – la mitica città albanese delle acciaierie costruite dai cinesi – di dove erano originari i Dakli, a consegnare una lettera del padre per la famiglia e riconobbi per strada un suo cugino dalla stessa camminata flemmatica di Astrit.

I Balcani intanto cominciavano ad essere l’altro precipizio, nazionalistico, che si spalancava alla fine degli anni Ottanta.

«Silenzio/ assenzio»

Ad Astrit ho dedicato molti epigrammi, l’ultimo dice: «Silenzio/ assenzio». Giacché una delle sue caratteristiche era la ponderatezza, un certo distacco, la persistente riflessione silenziosa. Se parlava però era deciso, i suoi interventi erano attesi e memorabili, mai ideologici ma serenamente indolenti.

Avrei imparato ben presto ad apprezzare questa sua straordinaria qualità nel lavoro di corrispondenza da Mosca.

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Foto rubata durante una riunione di redazione a via Tomacelli, Astrit è in primo piano a destra – foto Andrea Sabbadini

Astrit fu infatti il primo, vero corrispondente che il manifesto avesse deciso di avere, mentre ne avevamo avuti altri sul nostro cammino, come Alexandr Biloux da Parigi già alla nascita del giornale nell’aprile del 1971.

Il corrispondente a Mosca fu proprio una decisione politica, un investimento. Da quando nel 1985 Michail Gorbaciov era diventato il nuovo segretario del Pcus e perestrojka e glasnost erano diventate parole d’uso corrente, tirava un vento nuovo, fortissimo, inarrestabile nell’Est Europa e soprattutto in Unione sovietica. Che era allo sfinimento, anzi al fallimento, all’implosione dopo 70 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre. E il crollo sembrò drammaticamente annunciato ad Est anche dalla tragedia nucleare di Cernobyl del 1986.

Noi stavamo con Gorbaciov perché salvasse quell’esperienza dalla morte indecorosa; il mondo al contrario stava con Michail Gorbaciov perché mettesse una pietra tombale sulla rottura storica del ’17.

Quando proposero ad Astrit di partire non se lo fece ripetere due volte, nonostante che Miriam, moglie e compagna anche lei al manifesto, gli avesse regalato un’altra bambina, Bianca, che alla partenza nel 1990 aveva 18 mesi mentre Giulia, l’altra figlia, aveva 5 anni.

Partirono in quattro, verso una Mosca fredda e inospitale, con un carico di interrogativi da far paura. Eppure il «silenzioso» Astrit – che aveva sempre davanti a sé come esempio la vita e la scrittura di K. S. Karol – affrontò con convinzione quelle difficoltà: dal trovare casa, al metter in piedi una redazione, ai rapporti con le autorità, all’imparare il russo.

Ad Astrit sarebbe toccato un compito, politicamente e giornalisticamente, gravoso: avrebbe dovuto raccontare nient’altro che la fine dell’Unione sovietica. Mentre iniziavano le tante e diverse svolte che sarebbero esplose nel 1989, dall’Est Europa, alla Cina ai Balcani.

La redazione esteri al quinto piano di Via Tomacelli era un grande salone dove campeggiava una telescrivente, non c’erano modem allora, anche se avevamo già da quattro anni i computer Olivetti (eravamo stati la prima redazione in Italia a usarli come sistema integrato di scrittura); comunicavamo con il mondo e soprattutto con Mosca via telefono e con la telescrivente che vomitava lenzuolate di fogli di carta e si attivava con un nastro giallo pieno di fori.

Telescrivente e lenzuolate

Le ore passate alla telescrivente, quando funzionava, con e da Mosca, sono indimenticabili. «A che punto è il voto sul Congresso del popolo?» (l’organismo cuore della riforma politica gorbacioviana), chiedevamo. E lui rispondeva proponendo una sintesi dell’articolo, segnalando le prime insorgenze nazionaliste nelle repubbliche dell’Urss, le prove di forza che cominciavano: «Si muovono i carri armati a Vilnius», i conflitti etnici come nel Nagorno Karabak.

Ogni lenzuolata lunga metri e metri trascinata per i corridoi era letta da Rossana Rossanda che s’informava e correggeva, apprezzava o s’infuriava.

Non per Astrit ma per la debolezza di Gorbaciov. Che poi cadde per le sue incapacità, per le promesse reaganiane contro l’«impero del male»; e soprattutto per un tentato golpe dei duri del Pcus.

E allora ci fu l’avvento vittorioso di Boris Eltsin che salito, su un carro armato dei golpisti, parlò da rivoluzionario; ma era lo stesso Eltsin – raccontava Astrit – che solo due anni dopo avrebbe preso a cannonate «democraticamente» nel 1993 il nuovo parlamento russo; lo stesso che avviò la cancellazione dell’Urss, a partire dalla sua svendita – spiegava Astrit – con l’attivazione dei potentati di partito che controllavano i settori economici promossi a nuova classe proprietaria del patrimonio collettivo; provocando una nuova frammentazione economica fin dentro la Federazione russa ormai alle prese con la lunga guerra in Cecenia (v. nella pagina accanto un reportage da Grozny dell’ottobre 1999; e un commento profetico sul ruolo della Nato nella crisi georgiana dell’agosto 2008).

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Astrit Dakli, a destra, con Francesco Paternò e Angela Pascucci in via Tomacelli

Di questa devastazione Astrit Dakli è stato testimone. Scrivendo per il suo giornale reportage di prima mano.

Consapevole com’era di una disfatta epocale, che il manifesto all’origine aveva avvertito ed evocato non certo come implosione suicida ma perché intervenisse una nuova, radicale rivoluzione dal basso, un inveramento dei contenuti comunisti, una «rifondazione» (e non era un partito ancora).

Così cadeva il Muro di Berlino, esultavano i giornali borghesi e di destra perché: «È la fine di una Europa divisa dai muri»… Mentre Pintor sentiva solo «una gran puzza di guerra».

Cadevano le statue di Lenin, tante da farci un film. «Tommaso, fai attenzione. In Russia di statue di Lenin non ne è stata abbattuta nemmeno una», mi disse Astrit rientrato dalla Russia con Miriam e le due figlie dopo la chiusura della redazione di Mosca che non potevamo più permetterci come giornale.

I «Rifugi di Lenin»

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Tornò in redazione ad occuparsi sempre di Russia. Fino alla decisione di rispondere di sì alla richiesta del dolcissimo Mario Dondero, per un viaggio insieme tra le rovine dell’ex Unione sovietica.

Un viaggio che Astrit immaginò stavolta in modo «estremista» su quel che rimaneva di Lenin, anzi sui suoi storici rifugi quando era esule, ricercato, bandito. Ne uscì fuori I rifugi di Lenin, (il manifesto editore), un libro reportage unico, di alta scrittura letteraria, che Rossana Rossanda nella sua lunga introduzione non esitò a definire bellissimo.

Per l’originalità delle foto di Mario Dondero capaci di restituire vitalità ad ogni impianto ufficiale o museale su Lenin, ma anche per la scrittura rivelatrice di Astrit, piena d’amore per un passato rimasto bene prezioso quanto inconsapevole nella stessa memoria della Russia attuale.

È probabilmente il lascito giornalistico e politico più importante di Astrit Dakli, che ci appartiene (e andrebbe ripubblicato): ci spiega quanto quella realtà fosse diventata per lui carne e e sangue, difficilmente dimenticabile, quasi un tutt’uno con la sua vita; e di come il passato, ancorché sepolto, sia ancora dentro la materia del tempo presente.

Poi nuovi viaggi e racconti giornalistici, uno tra tutti da New York nel settembre 2001 tra le macerie delle Twin Towers ancora fumanti.

Con nuove scelte di vita e, subito, la malattia.Una malattia lunga e troppo inesorabile.

Addio e grazie Astrit che, per dirla con Varlam Salamov, hai fatto quasi vedere e sentire «la barra della storia che si sposta».

  • Federico Repetto

    Cari “ragazzi” del Manifesto, anch’io ho la vostra età. Sono a tutti gli effetti un vecchio abbonato e ho davvero molto seguito Astrit come lettore. Ma non sarebbe meglio che vi rivolgeste anche a quelli che hanno meno di settant’anni e che metteste i necrologi nelle pagine interne? Sono importanti pagine di storia, da ricordare bene, ma non sono attualità. O volete proprio che tutti i giovani leggano Il Fatto? Non è la prima volta che faccio questo commento (costruttivo). Mi piacerebbe che qualcuno di voi del Manifesto mi desse una risposta…

  • Chindesvinda

    Mi domando dell’opportunità di increspare le acque il giorno del funerale di Astrit con un coccodrillo che sottilmente mi sembra tradire una competizione tra l’autore e l’uomo venuto a mancare.
    In primo luogo Dakli era italiano, nato in Italia. Definirlo albanese mi sembra un cadere in cliché razzisti indegni di questo quotidiano. In secondo luogo, Dakli veniva da un divorzio particolarmente sofferto ed è stato accudito fino all’ultimo dei suoi giorni dalla moglie e compagna, Luisa Betti, che pure ha lungamente collaborato col Manifesto e che con lui ha sostenuto tutto il peso della malattia.
    Che utilità ha avuto mettere in piazza dettagli personali della vita di quest’uomo riservatissimo la cui vita privata, in realtà, era sconosciuta a chi scrive? Che competenza ne aveva?
    La sensazione che ne ricavo è di un indebito e anacronistico conservatorismo che fa dispetto alla memoria del defunto.
    A me non pare giusto, opportuno e sensibile né verso la memoria di lui che verso le sofferenze di lei.
    Qui e là, tra le concessioni al talento del giornalista, io intravedo emergere sfumature che mi disturbano, come, per esempio, il dipingere il viaggio di Dakli e Dondaro come frutto della pressione del primo e del cedimento dell’altro dovuto alla sua dolcezza caratteriale. Ecco, entrambi non possono più intervenire, purtroppo, per raccontare come sono andate le cose e quindi mi pare inopportuno che un terzo ne dia una interpretazione personale.
    Il ricordo è parziale, inoltre, e non cita gli ultimi 10 anni di collaborazione col Manifesto.
    Mi piacerebbe leggere i ricordi di qualcuno che abbia realmente conosciuto e stimato Dakli, gli farebbe più giustizia.

  • Luisa Garribba Rizzitelli

    Con tutto il rispetto per la vs testata, ho letto questo “ricordo” e sono veramente basita. La descrizione, a mio parere, è priva di quella sensibilità che ci si aspetta nel parlare della vita e della morte delle persone. Dimentica una parte importante della vita di Astrit e “dimentica”, davvero imperdonabilmente, di dire che aveva accanto una compagna che lo ha accudito fino all’ultimo respiro, con amore e cura: Luisa Betti, sua moglie. Trovo questo pezzo quanto di più inappropriato si potesse scrivere in memoria di un uomo e di un giornalista davvero speciale. A mio parere dovreste delle scuse a Lui e sua moglie, Luisa.

  • Ilia Sassu

    Due appunti. Primo: Astrit era italiano e non albanese.
    Secondo: Astrit conviveva con la giornalista Luisa Betti da 7 anni, un periodo importante in cui lui ha continuato a lavorare e ad essere attivo anche al Manifesto. Liquidare l’attuale moglie che lo ha assistito senza sosta durante i due anni durissimi della malattia con la semplice frase: “Con nuove scelte di vita, la malattia”, è vergognoso.

  • Virginia

    “Con nuove scelte di vita e, subito, la malattia. Una malattia lunga e troppo inesorabile.”
    Quanta superficialità in queste parole… come si possono liquidare così anni di vita di un uomo, amico, compagno, marito?
    Astrit è stato accompagnato nella malattia fino all’ultimo istante dalla sua compagna, Luisa Betti, e quegli anni sono stati un viaggio importante, certo doloroso, ma anche intenso, sentito, pieno di vita e amore come tutta la loro relazione.
    È vergognoso che Luisa non sia nemmeno menzionata, significa tagliare via una parte di Astrit, una parte importante che non può essere ignorata e omessa.
    È a Luisa che vanno le mie più sentite condoglianze e la mia stima per il suo coraggio, la sua dedizione, il suo amore.
    Sit tibi terra levis, caro Astrit, grande giornalista e uomo

  • Laura Picchio

    Da questo articolo, dal sapor di family day, è omessa una parte importante della vita di Astrit,quella divisa con la sua ultima compagna e seconda moglie Luisa Betti. I due anni in cui ha brigato con la malattia che lo ha vinto, sono un percorso accidentato fatto isieme a questa donna straordinaria che è stata dimenticata in maniera colpevole. A lei faccio le mie condoglianze

    N.b. “Regalato un’altra bambina” nun se po’ sentì

  • Frida Alberti

    Condoglianze sincere alla Moglie e compagna degli ultimi, intensi 7 anni di vita di Astrit, Luisa Betti, ingiustamente ed inspiegabilmente non menzionata nell’articolo scritto dall’ ex collega che tuttavia si è lambiccato per sottolineare un aspetto francamente irrilevante ovvero le origini albanesi di Astrit, pur essendo lui, nato e vissuto in Italia e a tutti gli effetti italiano.
    Non sentivamo il bisogno di tali precisazioni, al contrario avremmo voluto che venisse riconosciuto il ruolo importante che ha avuto l’attuale giovane moglie Luisa Betti, donna straordinaria, al pari del marito, che si è dedicata con la disperazione e la forza che solo l’amore vero riesce a dare nella lotta durissima contro la malattia.
    È con lei che Astrit aveva deciso di vivere ed era giusto riconoscere e legittimare questa scelta citando Luisa e il loro grande amore.
    Evidentemente Astrit era un uomo davvero libero, e questo dava fastidio a chi avrebbe voluto che si conformasse ad una logica di
    ” disciplina di partito” di togliattiana memoria nella vita privata.

  • Frida Alberti

    Ila riesci a leggere il mio commento?

  • Nadia Somma

    È stato indelicato non ricordare Luisa Betti, la compagna che gli è stata a fianco per sette anni e negli ultimi difficilissimi mesi. Un’ omissione incomprensibile che fa sospettare un moralismo goffo e fuori tempo massimo, inopportuna in un quotidiano come il Manifesto.

  • claudio venneri

    Astrit era in primis un intellettuale e per passione giornalista. Ed è giusto che il giornale al quale ha dedicato una vita intera lo ricordi, dal punto di vista professionale e, discutibilmente, nella sua vita privata: lui che era così discreto e sempre delicato nell’introdursi nelle faccende private di amici e conoscenti. Quindi ritengo che questo “coccodrillo” in memoria di Astrit sia, a cordoglio per le persone che lo hanno amato, incompleto. Dal punto di vista professionale, visto che Astrit non è vissuto solo nel ventesimo secolo, tra carri armati, macchine da scrivere e telescriventi. Astrit ha continuato a seguire e scrivere fino alla fine gli ultimi sviluppi della storia russa e la parabola politica di Putin. Per non parlare del fatto che negli ultimi anni, allontanandosi dal Manifesto, si è dedicato alla nascita di una nuova testata giornalistica (Pagina 99). Una scelta sofferta di cui il Manifesto non si è mai interrogato in maniera profonda e sul quale avrebbe dovuto all’epoca elaborare il lutto, domandandosi veramente il perché aveva perso una persona di questa levatura morale ed intellettuale.

    Parziale nella vita privata: gli ultimi anni, in salute, della sua vita passati con Luisa, e gli ultimi due, nel male – sempre con Luisa -, a combattere la malattia che c’è l’ha portato via.

    Un abbraccio a tutte le persone che gli hanno voluto bene.

  • Ilia Sassu

    Sì, lo leggo, Frida.

  • Sergio Pero

    Ho conosciuto Astrit, non il giornalista, non l’intellettuale ma l’uomo che ha bisogno di cura.
    L’ho seguito in questi ultimi suoi mesi di vita. Una persona colta e riservata, rispettosa, curiosa, altruista, che non si preoccupava troppo di se stesso piuttosto della società a lui più prossima; la sua famiglia, il suo lavoro e suoi colleghi, i suoi amici o della società più distante quell’Italia malandata quanto lo fosse lui, se non del mondo intero e in tutti i casi con discernimento e coinvolgimento. Non tanto preoccupato di come sarebbe potuta andare a finire per lui ma della fatica, privazioni e dolore che procurava e avrebbe procurato a chi gli stava vicino per 24 ore al giorno, la moglie Luisa. Ho conosciuto un Astrit proiettato nel futuro, progetti lavorativi e progetti famigliari, da realizzare dopo che le cure mediche avessero potuto riportarlo a quella “normalità” di vita. Normalità che, per chi ha avuto possibilità di conoscerlo prima della malattia, non può che definirla speciale.
    Quelle cure purtroppo non sono state efficaci. Quegli uomini, a cui era stata affidata la salute di Astrit e dei quali ne sono stato parte, hanno fallito. Non i professionisti no, ma gli uomini hanno fallito. Non ha però certamente fallito Astrit nelle sue scelte. Ogni volta che apriva gli occhi c’era sempre Luisa ad accudirlo a rincuorarlo a spronarlo a dare e a ricevere amore. Si, perché senza un grande sentimento, non si superano giornate che durano 36 ore.
    Ad Astrit l’uomo, giunga la stima per il comportamento esemplare, sempre dignitoso con il quale ha affrontato le difficoltà e le sofferenze fisiche e psichiche nell’ultimo suo viaggio e a Luisa la donna, la “pasionaria” contro l’autoritarismo del male di Astrit, le personali condoglianze a sostegno del suo dolore.

  • http://www.ilmanifesto.info/ il manifesto

    i necrologi, o meglio, i ricordi di personalità così importanti per il manifesto non vanno nascosti nelle pagine interne. per ovvi motivi di affetto ma anche per qualcosa di più: la morte è ciò che unisce tutti. il ricordo pubblico delle persone che non ci sono più è il filo rosso che lega una comunità, anche una comunità dispersa e rissosa come quella del manifesto. nel dolore ci affidiamo a ciò che c’è di più caro. E se si sceglie un giornale, è un legame anche con quel giornale che si annoda. il Fatto quotidiano è un giornale ancora giovane, chissà quando avrà pure lui i suoi cari da piangere come si comporterà. I commenti qui sopra, sul ricordo di Luisa Betti da parte di Tommaso sono comprensibili e vanno rispettati. Ma ognuno parte da sé e racconta l’Astrit che ha conosciuto. Per questo, anche se forse troppo arrabbiati, sono commenti preziosi e completano il racconto senza entrare per forza in contraddizione.