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DOSSIER Senza fine

Vendola: il manifesto è un argine alla crisi politica

Qualche giorno fa Nichi Vendola aveva chiesto se poteva passare a trovarci al giornale. Se non era, chissà perché, un disturbo. Come tante e tanti, vuole sapere se ci siamo, come va l’ultima campagna per la salvaguardia del manifesto, che cosa succederà adesso. E’ passato ieri, subito prima della nostra riunione di redazione. Con lui, come con tutti, abbiamo avuto in questi anni sintonie e distanze. Litigate furibonde e gioie spericolate. Come le quattro elezioni in Puglia, primarie e «secondarie», raccontate – tra gli altri – da Cosimo Rossi per la manifestolibri. Ne è venuto fuori un forum informale con giornalisti e poligrafici, una specie di intervista in piedi nello stanzone dei capiredattore.

Allora Nichi, perché sei qua?

Perché il manifesto non è mai stato un giornale di partito. E’ stato l’orgoglio della sinistra. Perché interpreta la missione della sinistra come la costruzione di un punto di vista autonomo, di uno sguardo libero sul mondo. E’ un luogo capace di spiazzamenti continui e permanenti. Siete una spina nel fianco che impedisce la pigrizia. Siete indigesti, rognosi, fastidiosi. Ma questo è terribilmente necessario. Sono qua perché dobbiamo chiederci che cosa diventa questo paese se si spengono alcune luci che nei periodi più bui hanno consentito a tante e tanti di orientarsi. L’idea che si spenga la luce «manifesto» e contemporaneamente si spenga la luce «Fiom» dovrebbe destare molta preoccupazione in tutti.

Cos’è che potrebbe spegnerle?

La crisi della politica, più precisamente, è la crisi della sinistra, l’indistinzione di uno sguardo che non distingue più tra gli schieramenti politici. Ma una sinistra che non distingue più è cieca. Una sinistra che non guarda dentro i luoghi del lavoro è cieca. E non può più elaborare un punto di vista autonomo. Tante volte abbiamo ricordato Di Vittorio che invitava i braccianti di Puglia a non togliersi la coppola davanti al padrone. Oggi non dovremmo toglierci la coppola di fronte al pensiero unico, che domina la politica e l’immaginario. Un mercato in cui le scelte politiche vengono mascherate come tecniche. In cui ammazzare ciò che resta della civiltà del lavoro è presentato come un programma “tecnico”.

Accanto a voi c’è la vicenda della Fiom. In cui l’autoritarismo della Fiat è percepito come compatibile con la sinistra. Marchionne al massimo viene criticato come un fenomeno di costume. Invece la sua è una gigantesca costruzione ideologica che serve a smontare lo statuto dei lavoratori. Si vuole togliere centralità al lavoratore e trasferirla al lavoro. Inteso, senza dirlo, come pura funzione dell’impresa. Nella lotteria selvaggia di Pomigliano 800 operai perderanno il lavoro solo perché sono iscritti alla Fiom. Vorrei chiedere a quelli che non sono d’accordo con voi o con la Fiom: ma non sentite una mutilazione della qualità complessiva del paese e della sua cultura? Per questo sono qua. Non abbiamo bisogno di luoghi consolatori. Servono luoghi che ricostruiscano. Soprattutto oggi, quando perfino i «pilastri della saggezza» possono diventare il più clamoroso degli sbandamenti teorici e politici. Abbiamo bisogno di voi. Di tante teste che ci aiutino a decifrare la complessità della condizione europea. Ci serve sia la lotta alla base della piramide sociale, dove si misura l’asprezza della lotta di classe, sia al vertice, dove si formano l’immaginario, le culture.

Che cos’è che non ti piace del «manifesto»? Facci una critica.

Non la farò a voi. La faccio a qualcuno che spesso consideriamo un compagno di viaggio. A una certa subcultura della Rete. Per esempio il «grillismo» è una cultura di destra. Il racconto del superamento delle categorie di destra e di sinistra è tipico di un’egemonia di destra.

Che cosa c’è di destra del grillismo?

L’idea che la complessità sia un’invenzione dell’avversario. Che basti esorcizzarla con una bestemmia salvifica, una catarsi rapida fatta di vocalizzi comici. Lì c’è un sospetto nei confronti della politica: che la politica in quanto tale abbia una vocazione manipolatoria, che sia una politica complice soprattutto se si ferma a esaminare la complessità. In questo gigantesco blob che ci circonda quello che manca non sono le informazioni ma un orientamento a decifrarle. Servite voi. Anche quando sbagliate.

Rispetto a Berlusconi e dopo un mese di governo Monti com’è la situazione?

E’ peggiorata. Viviamo in un equivoco: non siamo affatto nel post-berlusconismo. Che la devastazione del mercato da lavoro la faccia uno con la faccia da maiale o uno con la faccia da santo non fa differenza. Che la devastazione dell’istruzione pubblica la faccia una dilettante allo sbaraglio o un serio professionista non cambia nulla. Non è che basta un interlocutore raffinato a cambiare politica. Se l’istruzione viene finanziata premiando la ricchezza, se la valutazione scolastica ha a che fare con i redditi di un territorio è chiaro che in una regione come la mia io sarò penalizzato a prescindere dalla produzione scientifica e culturale.

Questo è un governo assolutamente nordista. Monti fa fatica a capire che il Sud non è una palla al piede per l’Italia, ma il terreno decisivo per l’uscita dalla crisi. Il Sud è il terreno di un nuovo modello di sviluppo. Monti non riesce nemmeno a pronunciare l’aggettivo «sostenibile», che pure consideriamo ambiguo. Per questo con De Magistris e molti sindaci stiamo cercando di fare rete tra varie città. E poi c’è l’Europa, questa Europa che è una schifezza. Soltanto la Grecia ci dice che schifezza è diventato questo continente. Il resto è tutto criptato, tecnicamente sottratto alla conoscenza. In Grecia non ci sono i farmaci negli ospedali, pensionati e dipendenti non sanno più che cosa fare con quello che prendono. L’Europa è morta perché non ha nessuna soggettività politica sulla scena del mondo. E’ stata uccisa, ed è un crimine planetario. Ma che cos’è un’Europa che ambisce ad essere come il New Jersey?

Per volare più basso, com’è che alle primarie del Pd vincono sempre i candidati di Sel?

Si può rispondere in tanti modi. Il popolo di centrosinistra è uno solo. E ambisce a un orientamento di sinistra. Quando può scegliere, sceglie l’acqua pubblica, il no al nucleare, Pisapia, spiazza sistematicamente le nomenklature che per real politik hanno già messo all’incanto le ragioni della vita. A Milano per la prima volta si è visto il post-berlusconismo. Che non è il disgusto per le olgettine – per me il peggio del berlusconismo è Apicella, il mito di Dioniso col mandolino del posteggiatore – Il berlusconismo è stato la più straordinaria privatizzazione della cosa pubblica mai vista. A cominciare dalla cosa pubblica più importante che è la politica.

Ha spinto un intero popolo a vedere la politica come tifo verso chi scende in campo. Il berlusconismo è stato una rivoluzione passiva, non un’epopea di un gruppo di arricchiti maschilisti. E’ solo grazie alle critiche delle donne che siamo passati da un fastidio estetico all’analisi di un simbolico che riguarda tutti i maschi, inclusi quelli di sinistra.

Vi rispondo però per come l’ho vissuto io. Per me è importante la fine delle rendite di posizione. Sia per i «riformisti» che per i «radicali». Le primarie servono a entrare nel merito. Oggi abbiamo sfide inedite e non si può lasciare tutto com’era. Come si coniuga lavoro e reddito, welfare e genere, crescita e ambiente? Spesso i riformisti slittano su posizioni conservatrici. E i radicali si rinchiudono in gusci ideologici. Se non vogliamo abdicare al mercato Dobbiamo tutti metterci in discussione.