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DOSSIER Da dove ripartire

Un’impresa collettiva da «recuperare»

Partiamo da alcuni fatti condivisi. Il manifesto ha accumulato in oltre quarant’anni uno straordinario patrimonio politico-culturale, ha rappresentato un punto di riferimento imprescindibile per una vasta area di sinistra – partiti, movimenti, società civile organizzata, ecc – ha formato una parte significativa dei giornalisti italiani più prestigiosi, ha avuto alti e bassi, seguendo il ciclo dei movimenti e della cultura della sinistra. Più volte è entrato in crisi e l’ha superata, grazie al sacrificio di chi ci lavora, al sostegno dei militanti e di tanti cittadini appartenenti ad una vasta area democratica e di sinistra.

Come sappiamo, la cooperativa che l’ha gestito si trova oggi di fronte, per la prima volta, alla “liquidazione” di questa straordinaria storia. Non si tratta più, come in passato, di “salvare” il manifesto, ma di “recuperare” questa impresa, che è al contempo economica, politica e autogestita. Per molti lettori e collaboratori, nonché per i giornalisti che hanno speso la loro vita in questo giornale, questa prospettiva è inaccettabile e l’emergenza ci impone di trovare una via d’uscita che salvi la storia politica del manifesto ed, allo stesso tempo, la sua capacità di far quadrare i conti. Per questo ci sembra che l’esperienza delle imprese recuperate in Argentina abbia qualcosa da insegnarci.

Il fenomeno delle “imprese recuperate” in Argentina è poco conosciuto nel nostro paese, anche vi sono stati diversi articoli e qualche saggio, ma è mancato un approfondimento dei caratteri peculiari di questo fenomeno, ben oltre una visione “romantica”. Le oltre duecento “imprese recuperate” che sono ancora in piena attività, a distanza di oltre dieci anni, devono il loro successo ad un insieme di fattori. Il primo, in ordine cronologico e d’importanza, è legato all’uso dell’assemblea dei lavoratori come luogo privilegiato dove prendere le decisioni più importanti. Il secondo, riguarda il rapporto stretto con il territorio, con tutti i cittadini che hanno sentito l’impresa recuperata come facente parte del proprio patrimonio, della propria identità, ed hanno sostenuto i lavoratori in tutti i modi, fin dalla prima fase. Il terzo, riguarda l’aspetto più complesso e doloroso: il processo di ristrutturazione e rilancio dell’impresa autogestita che ha richiesto un taglio degli addetti per poter ripartire. Un processo non privo di tensioni, ma che è stato vissuto con la più ampia partecipazione dei lavoratori, che hanno trovato criteri condivisi – in base a professionalità, condizione familiare, ecc – che hanno consentito all’impresa di recuperare la sostenibilità economica all’interno di uno scenario del rilancio delle attività. È stato riformulato un piano industriale, anche servendosi del lavoro di esperti, per individuare uno spazio di mercato sufficiente a mantenere in vita l’impresa ed i lavoratori. Perché deve essere chiaro che le imprese recuperate non sono assistite dallo Stato e quindi devono trovare un proprio spazio di mercato.

Il metodo assembleare per prendere le decisioni più importanti, il rapporto con il territorio (i circoli e non solo), la ristrutturazione aziendale all’interno di una individuazione di strategia politico-economica, sono i tre punti cardine che, a mio avviso, possono portare al recupero – non di breve periodo – di questa impresa “speciale” che è il manifesto. Un’impresa che è stata mantenuta in vita miracolosamente dall’attuale redazione e direzione, ed è stata abbandonata da quelli che hanno preferito la ricerca della sicurezza, economica e/o identitaria.

La sfida è di alto profilo. La stampa è in crisi in tutto il mondo e la comunicazione digitale avanza irresistibilmente, eppure ancora migliaia di persone non vogliono rinunciare al manifesto, ma devono farsi sentire, partecipare a questa scommessa. Come ha scritto Serge Halimi su Le Monde diplomatique di ottobre, analizzando la crisi di vendite del mensile più diffuso al mondo, noi oggi «non abbiamo più tempo…». Se continuiamo lungo la strada della lotta intestina, del pregiudizio, del complotto, possiamo ritenere già chiusa questa storia. Se invece comprendiamo l’urgenza di “recuperare” il manifesto come impresa collettiva, come giornale partecipato della sinistra radicale e plurale, allora dobbiamo fare i conti con le scadenze immediate.

Per mantenere la proprietà collettiva del manifesto bisogna mobilitarsi da subito e raccogliere i fondi per comprare la testata. Se l’operazione non dovesse riuscire e intervenisse un imprenditore privato, bisogna cercare di ricomprare la testata nel giro di qualche anno. Contemporaneamente bisogna pensare ad un piano industriale di rilancio del giornale, per aumentarne le copie vendute, effettuando nuovi investimenti, a partire dal miglioramento del sito web. Per l’inevitabile processo di ristrutturazione aziendale, il passaggio più doloroso, bisogna trovare criteri condivisi e perseguirli. Tutto il processo deve avvenire nella massima trasparenza e con il massimo della partecipazione possibile. Soprattutto, evitiamo di fare come nella nota poesia di Brecht: «Mentre la casa brucia si discute del tempo che farà domani».

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